Mark Fillmore a spicchi
Il cestista di origini statunitensi è arrivato in Svizzera 40 anni fa: si racconta qui, fra partite, vittorie, docenza e radici piantate in Ticino
Di Gino Driussi
Mark Fillmore è nato a Lafayette, Indiana, il 24 luglio 1962. Dopo essersi laureato in criminologia e scienze politiche alla Purdue University nel 1985, è venuto in Svizzera l’anno successivo. Ha giocato prevalentemente nel Bellinzona, con il quale si è laureato campione svizzero per tre stagioni consecutive (dal 1992 al 1995) e ha vinto quattro Coppe Svizzere di fila (dal 1993 al 1996), e nel Vacallo (una Coppa Svizzera conquistata nel 1999). Sempre nel 1999 ha disputato con la Nazionale svizzera il torneo di qualificazione ai Campionati europei 2001. Conclusa l’attività agonistica, è diventato insegnante di inglese. Vive a Tenero con Lara, musicista folk, sposata nel 2000.
Chi, come il sottoscritto, ha i capelli bianchi o grigi si ricorderà certamente di Mark Fillmore, l’indimenticato giocatore svizzero-americano che ha scritto alcune tra le più belle pagine della storia del basket ticinese. Lo ritroviamo con piacere, per fare una chiacchierata con lui e per evocare molti ricordi comuni, al Centro sportivo nazionale della gioventù di Tenero, dove è di casa poiché vi insegna l’inglese agli sportivi di élite.
L’arrivo a Bellinzona
Sono passati ormai 27 anni da quando ha smesso di giocare, dopo aver disputato 13 stagioni, ma è magari il caso di tornare molto più indietro nel tempo, per chiedergli a quando risalgano i suoi primi contatti con il basket. «È uno tra gli sport più popolari degli Stati Uniti. A 10 anni giocavo con i miei amici nel mio quartiere, poi anche al Liceo, a West Lafayette, dove imparai molto dai compagni più grandi. Tuttavia, almeno inizialmente, non era nelle mie intenzioni praticare il basket ad alto livello, anche perché mio padre voleva assolutamente che mi dedicassi agli studi. Pensavo piuttosto di entrare in Polizia, ma un giorno incontrai per caso Mike Boatright, che giocava nel Bellinzona ed era tornato a casa per le vacanze natalizie. Fu lui che mi propose di raggiungerlo nel suo club, del quale non sapevo neanche l’esistenza (di Bellinzona conoscevo solo i castelli). La cosa mi allettò, tanto più che mia mamma era bernese e adorava il Ticino, dove ero venuto diverse volte con la mia famiglia. Avevo già la cittadinanza svizzera e parlavo schwyzerdütsch, per cui l’idea di venire in Svizzera mi attirava parecchio e così un anno dopo, nel 1986, arrivai nel club della capitale del Ticino, che era allenato da Enrico Parmigiani».
«Ottenemmo la promozione nel massimo campionato, disputai ancora due stagioni nel Bellinzona, poi altre due nel Nyon, nel Canton Vaud. Quel club fallì e così tornai in Ticino. Mi assunse il Lugano, che allora militava in serie B e che ottenne la promozione a scoppio ritardato (in seguito al fallimento del Losanna). Ci sarei rimasto volentieri, ma nel frattempo io avevo già firmato con il Bellinzona ed è lì che incominciò una grande avventura».

© Ti-Press / Davide Agosta
Nel dicembre del 1993
Entusiasmo alle stelle
Quattro stagioni ad altissimo livello, appunto, nel Bellinzona, in uno squadrone pieno di giocatori di primissimo piano, allenato da Joe Whelton, che si aggiudicò tre titoli nazionali e quattro Coppe Svizzere, senza dimenticare le numerose partite nella massima competizione europea, che allora si chiamava Coppa dei campioni.
«Giocavamo ancora all’Arti e Mestieri e l’entusiasmo era alle stelle. Ero talmente felice che qualche volta mi sentivo quasi in colpa perché per me il basket era un divertimento più che un lavoro. È vero che c’era molta pressione perché il presidente metteva tanti soldi ma esigeva anche dei risultati, che sono prontamente arrivati, sia in campo maschile sia in quello femminile».
Un colpo di scena
Dopo il Bellinzona, che conobbe poi il declino che conosciamo, Mark Fillmore pensava di tornare in America, ma ecco il colpo di scena. «Fu allora che incontrai Lara, quella che sarebbe diventata mia moglie e nel contempo ricevetti un’allettante offerta dal Vacallo, la cui presidente, Nicoletta Mettel, nutriva grandi ambizioni. Per tre stagioni, rivissi praticamente l’atmosfera che era regnata a Bellinzona. Giocavamo al Palapenz di Chiasso e il pubblico era sempre numeroso e vociante. Avevamo un tecnico di grande valore, Franco Casalini, e nel 1999 vincemmo la Coppa Svizzera battendo di 20 punti il Lugano nella finale disputata a Friburgo».
Fu quella l’ultima stagione agonistica di Mark Fillmore, che si concluse nel mese di maggio con cinque partite giocate con la Nazionale svizzera a Friburgo nell’ambito delle qualificazioni ai Campionati europei. Lui restò ancora comunque per un po’ di tempo nel basket facendo l’assistente allenatore di Casalini nel Vacallo e occupandosi poi delle giovanili del Lugano e dell’Arbedo.

© Ti-Press / Samuel Golay
La carriera di insegnante
Assolutamente non trascurabile la carriera di docente di inglese intrapresa poi dal nostro interlocutore: dapprima al Centro professionale commerciale di Lugano, poi, da ormai 22 anni, al Centro sportivo nazionale di Tenero. «Fare l’insegnante è davvero eccezionale e mi dà tante soddisfazioni. È in fondo l’altra faccia della medaglia rispetto all’attività sportiva, nella quale, se vuoi arrivare in alto, devi peccare un po’ di egoismo, pensare a te stesso, anche negli sport di squadra. Invece, nell’insegnamento è il contrario: io trasmetto qualcosa ai miei studenti e, quando ci riesco, quando ottengono dei buoni risultati è tutto merito loro e questo mi dà una grande felicità». E aggiunge ancora: «Ritengo anche importantissimo che, pur praticando lo sport, completino i loro studi, perché in Svizzera, a parte qualche eccezione soprattutto nel calcio e nell’hockey su ghiaccio, è difficile vivere solo di sport».
Fra poco più di un anno, Mark Fillmore lascerà la scuola per andare in pensione. Al termine di questa piacevole conversazione, nella quale ci hanno colpito in particolare la sua positività e il suo entusiasmo, gli chiediamo se abbia già qualche progetto. «In fondo, mi piacerebbe fare l’allenatore di una squadra di basket. L’energia non mi manca e mi è rimasta la passione per questo sport». Allora, se qualche club è interessato, ne prenda nota!

© Ti-Press / Samuel Golay
