Indonesia, l’arte dell’equilibrio
Dalla Monkey Forest di Bali a un progetto sociale che dà lavoro a persone con disabilità, fino a un modello educativo basato sulla mindfulness a Sumatra
Di Simonetta Caratti
Dalla Monkey Forest di Bali a un progetto sociale che dà lavoro a persone con disabilità, fino a un modello educativo basato sulla mindfulness a Sumatra: il filo invisibile che unisce le isole e racconta un’armonia che si pratica ogni giorno.
La foresta tropicale mi avvolge senza preavviso. L’aria è densa, carica di un’umidità che sembra salire direttamente dal suolo, insinuandosi tra radici contorte e antiche. Quando entro nel Sacred Monkey Forest Sanctuary, a Ubud (Bali), ho la netta sensazione di attraversare una soglia: qui il tempo non scorre, cresce.

© S. Caratti
I suoni mi raggiungono prima ancora delle immagini – fruscii, richiami, movimenti rapidi tra le foglie. Poi li vedo. I macachi sono ovunque. Più di mille esemplari abitano questa riserva e si muovono con una naturalezza disarmante. Mi osservano, mi studiano, si avvicinano senza timore. Non mostrano paura, semmai curiosità. E opportunismo: basta un attimo di distrazione e qualcosa sparisce. Continuo a camminare e, a tratti, la foresta si apre lasciando emergere ciò che sembra nascosto da secoli. I templi appaiono all’improvviso, inglobati nella vegetazione, come se la terra li avesse inghiottiti per poi restituirli lentamente. Le pietre sono umide, vive. Ponti scolpiti si intrecciano con radici gigantesche, creando passaggi che sembrano usciti da una fiaba.
‘Tri Hita Karana’
Al centro di tutto c’è la filosofia del Tri Hita Karana, che guida la vita sull’isola: l’armonia tra esseri umani, natura e divinità. Non è un concetto astratto, qui. È qualcosa che si respira, si attraversa. Davanti al Pura Dalem Agung il ritmo cambia. Lo spazio si apre, ma l’atmosfera si raccoglie. È un tempio dedicato a Shiva, e si percepisce chiaramente. Anche le scimmie sembrano muoversi in modo diverso, più lente, come se rispettassero un confine invisibile.

© S. Caratti
Il cimitero
Poco distante, il tempio Pura Prajapati introduce a un passaggio ancora più concreto: quello della morte. Accanto si trova un cimitero spoglio, irregolare, senza monumentalità. Terra, erba, qualche segno appena accennato. Una guida improvvisata – un professore di storia locale – mi spiega che qui i corpi vengono sepolti temporaneamente, per circa quattro anni. Poi vengono riesumati: le ossa cremate, le ceneri affidate all’oceano. La morte non è separata dalla vita, ma parte dello stesso ciclo.

© S. Caratti
Quando esco dalla foresta, l’umidità mi resta addosso. Porto con me la sensazione di essere stata osservata più di quanto abbia osservato. Solo più tardi, mi accorgo che mi manca un orecchino. Non mi sorprende. Forse è rimasto lì, tra le dita veloci di una scimmietta furba. Un piccolo, inevitabile pedaggio alla giungla.
Quotidianità e connessione
Fuori dalla foresta, Ubud continua a raccontare la stessa armonia, ma in forme diverse. Passeggiando tra le sue stradine – tra templi, botteghe e case immerse nel verde – si impara presto a guardare anche a terra. Davanti agli ingressi, lungo i marciapiedi e perfino sui cruscotti delle auto, compaiono piccoli cesti intrecciati, colmi di fiori colorati, chicchi di riso e sottili bastoncini d’incenso. Sono i Canang Sari, offerte quotidiane che scandiscono la vita dell’isola.

© S. Caratti
Un Canang Sari pronto di buon mattino
All’inizio sembrano semplici decorazioni. Poi qualcuno te ne spiega il significato, e tutto cambia prospettiva. «Ogni giorno, quando si cucina, una parte viene offerta alle divinità», mi racconta Aqua, 34 anni, con un sorriso calmo. «Dopo pochi minuti arrivano le formiche. Questa è armonia: è un’offerta alle divinità, ma ne beneficiano anche gli animali. Tutto è connesso, e così tutti sono contenti».
Qianquian – Aqua per gli amici – è una manager di Shanghai che undici anni fa è rimasta incantata da Ubud. Mi racconta come le donne preparano queste offerte: intrecciano a mano foglie di palma, creando piccoli contenitori destinati a durare solo poche ore. All’interno dispongono con cura i petali, aggiungono riso e accendono l’incenso. Non è solo un gesto religioso, ma una pratica quotidiana di presenza, quasi una meditazione. Camminando tra questi piccoli cesti, cercando di non calpestarli, si ha la sensazione di entrare – anche solo per un attimo – in un equilibrio più ampio, dove ogni gesto ha un significato e ogni elemento è parte di un sistema.
Gesti semplici e impresa sociale
Anche Aqua, in fondo, è stata trasformata da questo equilibrio. Lo ha reso concreto dando vita a un progetto sociale dedicato a persone con disabilità. Me ne parla mentre visitiamo il suo negozio solidale, pieno di oggetti colorati e dal design moderno: portaborracce, portacellulari, accessori realizzati a mano. «Tutti questi oggetti sono creati da persone disabili», spiega. «Dopo il Covid è stato molto difficile, perché Bali dipende dal turismo. Per molti amici con handicap era ancora più dura. Volevo aiutarli a diventare indipendenti, ma non sapevo da dove iniziare». Poi ha capito che la risposta era già lì. «Erano bravissimi con le mani: facevano braccialetti, lavoravano il legno, erano davvero talentuosi. Così ho pensato di aiutarli a guadagnare proprio grazie a questo».

© S. Caratti
Aqua, la prima a destra, all’entrata del negozio di Ubud
Oggi il progetto coinvolge sessanta persone: alcune lavorano dai loro villaggi, altre fanno parte di un team con uno stipendio fisso. «Volevo una vita migliore per loro. Ho usato i miei risparmi per iniziare. Ora il progetto cammina con le sue gambe: vendiamo i prodotti e cresce ogni giorno». In un certo senso, è lo stesso principio dei Canang Sari: un gesto semplice che crea connessioni e restituisce qualcosa alla comunità.

© S. Caratti
Aqua (al centro, sulla destra)
Scienza, emozioni, etica… a scuola
Questa idea di armonia attraversa tutta l’Indonesia, pur cambiando forma da un’isola all’altra. Dall’induismo di Bali all’islam di Sumatra, emerge un filo comune: un modo di stare al mondo in cui spiritualità, natura e relazioni umane si intrecciano. Lo ritrovo a Medan (Sumatra), entrando nella scuola Nanyang Zhi Hui. Qui studiano circa quattrocento ragazzi di fedi diverse, organizzati in cinque “case”, un po’ come a Hogwarts, la scuola di Harry Potter. Ma al posto degli incantesimi, i pilastri sono altri: nonviolenza, amore, condotta corretta, pace e verità.
Tre studentesse sedicenni mi accompagnano tra gli spazi della scuola: aule di meditazione, un orto idroponico, classi dove si alternano matematica, pittura e altre discipline. La giornata inizia sempre allo stesso modo: meditazione, assemblea sui valori umani – in cui uno studente condivide la propria esperienza – e qualche minuto di silenzio.

© S. Caratti
Le tre studentesse della scuola Nanyang Zhi Hui
«Ho imparato a concentrarmi sul momento presente», mi dice una di loro. «Mi aiuta molto, soprattutto durante gli esami». Un’altra sorride: «La mattina è tutto di corsa, devo alzarmi presto… ma appena entro qui e medito, mi calmo». La terza aggiunge: «Quando le cose non vanno come vorrei, mi arrabbio facilmente. Fermarmi sul respiro mi aiuta a controllare la mente e ritrovare il centro». Nel giardino interno mi mostrano un’altra pratica: «Ogni studente riceve una pianta di cui prendersi cura per tutto il semestre. E durante le vacanze la portiamo a casa». Un gesto semplice, ma concreto, per imparare la responsabilità.
Educazione olistica
Qui l’educazione è davvero olistica: scienza, emozioni ed etica procedono insieme. «Per insegnare ai ragazzi a essere calmi, presenti e focalizzati, dobbiamo partire dagli insegnanti», mi racconta la direttrice, Ir. Lindawaty Roesli. «Devono praticare la mindfulness. Tutti: docenti, collaboratori, perfino gli autisti». La pratica è diffusa e quotidiana: meditazione camminata, pasti in silenzio, momenti collettivi di riflessione. «Così, poco alla volta, i ragazzi assorbono questi valori». Anche il sistema delle cinque case ha uno scopo preciso: creare legami duraturi. I più grandi si prendono cura dei più piccoli, si sviluppa lo spirito di squadra, si partecipa a competizioni. Competizione, sì, ma con equilibrio. «Chi vince impara a non avere troppo ego», dice la direttrice. «E chi perde, a non perdere il sorriso».

© L.R.
Lindawaty Roesli, direttrice della scuola Nanyang Zhi Hui
Dalla giungla di Ubud alle aule di Medan, il filo resta lo stesso. Cambiano i contesti, ma non l’essenza: un equilibrio sottile, fatto di gesti quotidiani, relazioni e consapevolezza. Un’armonia che non si impone, ma si pratica. E che, una volta incontrata, lascia addosso qualcosa di difficile da dimenticare.

© S. Caratti
