Custodire l’anima di Kuala Lumpur

Il profilo urbano della capitale della Malesia è dominato dalle Petronas Towers… Ma nasconde un baluardo di resistenza alla modernità

Di Roberto Scarcella

Anni fa mi sono ritrovato a cambiare muta. Non stavo più nella mia vecchia pelle e per liberarmene ho iniziato a fare su e giù per l’America Latina: temendola, amandola, perdendomi, sfidando me stesso e il manuale del viaggiatore responsabile fino a farla diventare la mia rassicurante coperta di Linus. A quel punto mi è venuta voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vederla, l’Asia. Ve la racconto qui.

Esistono infiniti modi di rifiutare la modernità, dai più nobili ai più stupidi. Kuala Lumpur sembra contenerli tutti, al contempo provando a occultarli col cemento, le luci, il chiasso e i grattacieli da torcicollo, tra cui le celebri Petronas Towers, le torri gemelle più alte del mondo (452 metri), nonché gli edifici più alti in assoluto tra il 1996 e il 2004.


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Qua e là spuntano ristoranti a conduzione familiare cristallizzati nel tempo, con pentoloni traboccanti di brodi e zuppe che sobbollono da decenni guardati a vista come figli piccoli; vecchie insegne senza lettere ridotte a tabelloni della Ruota della Fortuna da indovinare; locali in cui la tecnologia è bandita da muri, fornelli e menù dove si paga solo in contanti. O murales che raccontano vite che non esistono quasi più, come quelle di due bambini che giocano a biglie. E cocktail bar che paiono set di noir urbani anni Settanta con dentro cameriere eleganti, suadenti e poliglotte che ricalcano il cliché di certe ammalianti spie della Guerra Fredda, quelle capaci di amarti e avvelenarti nello spazio della stessa notte.


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Metropoli scintillante

Quando atterri, specialmente di sera, quel che vedi dall’alto è una metropoli scintillante che non ha tempo di voltarsi indietro. È bastato però prendere un taxi per incappare nella prima forma di resistenza alla modernità, quella più stupida, che è anche il motivo per cui ci ho messo due ore ad arrivare in hotel al posto dei 40 e poi 45, 60, 100 minuti indicati dal navigatore. Il mio, perché il tassista non aveva con sé alcun tipo di strumento per farsi indicare ingorghi, incidenti, percorsi alternativi. Unico tra i colleghi in uscita dall’aeroporto a imboccare una strada che il mio telefono colorava di rosso fuoco, il conducente si è ostinato a prendere ogni strada che agli occhi del satellite sembrava un errore. Ho taciuto per un’ora, poi ho gentilmente chiesto, prendendola alla lontana. Ha risposto che lui si fida solo di sé stesso, che è abituato così, che lui sa, che la colpa è di chi non sa guidare, degli stranieri, dei semafori, del sindaco, del governo. Mai sua. Tipico esemplare di essere umano avanti con l’età che ha deciso che il mondo si dovrebbe fermare quando ha deciso di fermarsi lui, coinvolgendo nelle conseguenze anche i malcapitati clienti.


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Spaccatura fra due mondi

Ci sono tuttavia battaglie di retroguardia che non sono solo giuste, ma necessarie, vitali anche per chi le ignora e salvifiche persino per chi, contrastandole, le perde. In una di queste ci sono finito fisicamente dentro quasi per caso, come per caso mi era capitato lo sciagurato tassista. Galeotto è stato un ristorante che mi incuriosiva e che mi ha portato a un paio di chilometri dal centro cittadino. In quella zona la selva di palazzi che fanno a gara a chi è più alto si interrompe, come se ci fosse un cratere, o un lago. Quel buco nella metropoli si chiama Kampung Baru, che per ironia della sorte significa “Villaggio nuovo”, anche se è vecchio più di cent’anni e di quasi tutto quel che lo circonda. Lì le case sono basse, perlopiù palafitte irregolari, nessuna uguale all’altra, nelle forme e nei colori, con tetti talvolta in lamiera e giardini dai confini incerti pieni di piante tropicali, in particolare banani. Si tratta di un’enclave malay (e cioè per persone di etnia malese) stabilita a tavolino nel 1899 per preservare la cultura locale dall’arrivo in massa di stranieri, in particolare cinesi.


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Un paradosso da un miliardo di dollari

A dispetto del resto di Kuala Lumpur, svenduta al dio denaro, Kampung Baru resiste, con i suoi silenzi e l’aria da villaggio di campagna che solo a camminarci dentro senti rallentare i battiti del cuore.

Case e terreni non si possono vendere, se non ad altri cittadini di etnia malese. E il principio ereditario allargato, che per ogni appezzamento include tutta la famiglia, rende complicatissima ogni trattativa, visto che basta il “no” di un cugino per fermare tutto. Ogni tanto il governo, con la scusa della riqualificazione, fa comprare o addirittura espropria dei terreni che fanno sorgere polemiche e battaglie legali.


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A Kampung Baru ho deciso di perdermi un po’, tra polli e gatti che vagavano liberi, trovando infine il ciarliero Rizal: «Benvenuto in un paradosso da un miliardo di dollari. Vedi questa veranda? L’ha costruita mio nonno incastrando i tronchi senza usare un solo chiodo, secondo lo stile di Sumatra. Le vedi laggiù le Petronas Towers? Ecco, io vivo nella spaccatura tra questi due mondi. Con gli agenti immobiliari che mi girano attorno come squali. Ma io non voglio prendere i loro soldi e rinchiudermi in un grattacielo con piscina e aria condizionata. Qui, se mentre cucino finisco il latte di cocco, allungo la mano dalla finestra e la vicina mi passa il suo. Un tessuto sociale non ha prezzo. Anche se è una vita dura, di compromessi. Quando piove forte, il fiume si ingrossa e preghiamo che le palafitte reggano. Ma c’è qualcosa che ci ripaga di tutti i sacrifici. L’idea di essere i custodi dell’anima di Kuala Lumpur».


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