Amicizie: l’investimento che la vita prima o poi ripaga

Soffriamo sempre più di solitudine, pure le statistiche lo dicono. L’antidoto è prendersi cura dei rapporti interpersonali, anche se si vive in coppia…

Di Fabiana Testori

Secondo indagini compiute a livello sociale, uno dei nostri mali è la solitudine, in particolare interessa giovani e anziani, soprattutto donne. La statistica parla chiaro, ma quali sono le ragioni di questo fenomeno? Buona parte degli aspetti quotidiani si sta digitalizzando, anche i rapporti interpersonali, e quando viviamo in coppia tendiamo a isolarci, lasciando morire le amicizie, anziché nutrirle e coltivarle.

Tessere, stringere, coltivare e soprattutto mantenere le amicizie è un’arte e non tutti la sanno esercitare. Il mondo post-pandemico in cui ci troviamo a vivere, caratterizzato da caos, incertezza del futuro e una crescente digitalizzazione di più sfere della vita (lavoro, hobby, servizi e, ahimè, relazioni), apparentemente, ci trova sempre più soli. Le statistiche sono senza appello: la solitudine è ormai considerata un’emergenza sociale. Secondo la Commissione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui legami sociali, una persona su sei nel mondo soffre di solitudine. In un recente rapporto del 2025, sempre dell’OMS, si aggiunge che la solitudine è collegata a circa cento decessi ogni ora, ovvero più di 817’000 all’anno.

Una questione trasversale

Nel 2022, il Centro comune di ricerca della Commissione europea (JRC), su mandato del Parlamento europeo, ha condotto il progetto pilota Monitoring Loneliness in Europe, interpellando 25’000 cittadini dei Paesi membri. Lo studio ha rilevato che il 13% degli intervistati si sentiva solo per la maggior parte o per tutto il tempo, mentre il 35% dichiarava di sentirsi solo almeno per una parte del tempo. L’Irlanda si è posizionata al primo posto con il 23% di persone che dichiarava di convivere con la solitudine, seguita da Grecia e Bulgaria (entrambe al 17%). I dati più bassi sono stati osservati in Olanda, Repubblica Ceca, Croazia e Austria (tutti sotto il 10%).

Anche il nostro Paese non fa eccezione. L’indagine sulla salute in Svizzera del 2022 ha mostrato una chiara tendenza all’aumento sul lungo periodo del sentimento di solitudine in ampie cerchie della popolazione. A esserne colpiti sono soprattutto i giovani e gli anziani, le donne e le persone con un passato migratorio. La stessa ricerca ha documentato inoltre come in Ticino le persone si sentano più spesso sole rispetto alla media svizzera. E, dato interessante – in linea con quello nazionale – questo vale in particolare per il sesso femminile.

Un fenomeno, tante cause

Quali sono le ragioni di questa epidemia di solitudine? La frenesia del mondo moderno? L’erosione della famiglia? La perdita del concetto di comunità, sia essa a livello delle campagne, così come delle città? I nuovi gadget tecnologici, che invece di avvicinarci ci separano sempre di più rendendoci dipendenti dalla realtà virtuale? Il lavoro e il guadagno come priorità e quindi le costrizioni del sistema capitalista?

La risposta corretta si trova un po’ in tutte queste ragioni e in nessuna di esse. I motivi sono vari e certi preferiamo non pronunciarli ad alta voce. Uno di questi è la pigrizia nell’investire nella propria rete sociale lungo tutto il corso della vita. Viviamo in una realtà comoda, molto comoda, sotto quasi ogni punto di vista: tutto può essere ordinato in rete e consegnato direttamente a casa senza dover nemmeno far la fatica di alzarsi dal divano. Lo “sforzo”, anche quello esercitato nella cura dei contatti sociali, non abbiamo (più) voglia di farlo. L’inerzia è un atteggiamento che però, prima o poi, si paga.


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Un noi che isola

Un’altra spiegazione impopolare alla nostra solitudine è l’influsso pernicioso della concezione della coppia e della famiglia nucleare come ecosistema ermetico, dettato da secoli di cultura patriarcale. Sembra essere una contraddizione in termini, ma la realtà è che la coppia che vive solo di sé stessa e della famiglia (con quel “noi” pronunciato a ogni occasione: noi mangiamo, noi facciamo, noi andiamo, noi pensiamo) rimane una struttura essenzialmente chiusa allo sviluppo di ulteriori rapporti interpersonali.

Nella maggioranza dei casi, infatti, al momento della nascita della relazione romantica, e poi di una possibile famiglia, si verifica una riduzione sistematica della propria cerchia di amici, conoscenti e gruppi di interesse. Questo vale in particolare per le donne.

Secondo una famosa ricerca del 2010, condotta dall’antropologo Robin Dunbar dell’Università di Oxford, quando una coppia si forma, il numero di amici che gravitano intorno ai due individui diminuisce. In media i componenti della coppia perdono due amicizie molto strette ciascuno.

A discapito degli amici

Le donne eterosessuali sono le più toccate, poiché tendono inconsciamente a cambiare le proprie priorità nel momento in cui entrano in una relazione e, dico io, essenzialmente a causa dell’influenza di un modello ormai sorpassato secondo cui un uomo, e l’eventuale famiglia generata con quest’ultimo, vengono concepiti come l’unico vero perno, e quindi obiettivo, dell’universo femminile. Dunbar ha collegato questi risultati al tempo a disposizione (e quindi alla priorità che si sceglie – sì, esatto, che si sceglie – di dare, oppure di non dare, alle proprie amicizie): “Se non vedi le persone, il coinvolgimento emotivo inizia a scemare. E anche rapidamente. Quanto più l’attenzione è concentrata sul nuovo o sulla nuova partner, tanto più è facile che alcune delle relazioni precedenti inizino a deteriorarsi e a sprofondare in un immaginario strato sottostante”.

A questa tendenza si aggiunge un altro fenomeno ben documentato: le coppie che frequentano solo altre coppie, oppure le coppie con figli che frequentano solo altre coppie con figli. Nora Ephron, celebre regista, produttrice e sceneggiatrice statunitense, lo disse molto chiaramente svariati decenni fa: “Capita una cosa quando si diventa una coppia, si esce quasi esclusivamente con altre coppie”.

Processi influenzati

Un ulteriore studio, intitolato Partnership ties shape friendship networks (I legami di coppia plasmano le reti di amicizia), realizzato anch’esso dall’Università di Oxford e pubblicato sulla rivista Social Forces nel 2015, lo conferma. Nel corso della ricerca sono stati osservati 126 individui e i loro partner conviventi in una comunità residenziale per studenti universitari durante nove mesi. Gli studiosi hanno riscontrato come i legami di coppia influenzassero fortemente il processo dinamico di formazione delle amicizie. Essi rappresentavano addirittura un fattore determinante nella costruzione di una rete di conoscenze locale e giustificazione per una notevole concentrazione di omofilia [in sociologia l’omofilia è la tendenza degli individui ad associarsi e a creare legami con altri considerati simili per alcune peculiari caratteristiche (connessione di somiglianza), come possono essere l’età, la classe sociale, le credenze, i valori, l’educazione ecc.; ndr].

Tenuto conto di tutto ciò, si deduce facilmente che nell’universo delle coppie e delle famiglie lo spazio riservato agli amici single, lo siano essi per scelta oppure per circostanze (separazioni, divorzi, lutti) e/o ai single senza figli (categoria ancora più bistrattata), viene ridotto considerevolmente. Questo non solo è peccato per le amicizie precedentemente instaurate, ma non è nemmeno intelligente da un punto di vista puramente strategico. La coppia e la famiglia non sono panacea, nemmeno quelle considerate perfette.

La vita è lunga e corta

Come riporta una celebre parabola del Talmud “la vita è lunga e la vita è corta”, non si sa mai cosa ci attenda dietro l’angolo. Costruire e nutrire le proprie amicizie lungo tutto il corso della vita si dimostrerà non solo arricchente, ma, a un certo punto, salvifico. Come dice una mia amica che ha già compiuto più della metà del cammino: “Cosa faranno quelli che non hanno saputo coltivare e sviluppare le proprie amicizie quando diventeranno vedovi?”. La risposta è tanto semplice quanto crudele: rimarranno soli. Ma è una verità che facciamo fatica a raccontarci, un po’ perché alla morte preferiamo non pensare, un po’ perché ingenuamente crediamo che attorno a noi non possa fare capolino.

Costruire un’amicizia è un lavoro, un’arte, come scrivevo all’inizio, che non tutti possiedono. Non bisogna dimenticare che più l’età avanza più diventa complicato stringere nuovi sodalizi. Si dice che questa capacità decada già a partire dai 25 anni, quando ci si lascia assorbire da altre cose che “sembrano” rivestire maggiore importanza: relazioni di coppia, lavoro, carriera, impegni familiari e finanziari. Un giorno però, come sempre accade, la vita, che è lunga e corta, ci presenta il conto.


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