Clarice Lispector, concreta e centrifuga introspezione

‘E si poteva anche aspettare l’istante che arrivava… e d’improvviso si precipitava in presente e d’improvviso si dissolveva… e un altro ne arrivava… arrivava’

Di Marco Stracquadaini

Nata in Ucraina il 10 dicembre 1920, Clarice Lispector è stata scrittrice, giornalista e traduttrice naturalizzata brasiliana. Grazie alla sua produzione letteraria – romanzi racconti saggi – è considerata una delle autrici brasiliane più importanti del XX secolo. Le sue opere si contraddistinguono per una forte presenza di scene di semplice quotidianità, con epifanie di personaggi comuni, in cui si svolgono trame psicologiche. Muore il 9 dicembre 1977, un giorno prima di compiere 57 anni.

“E si poteva anche aspettare l’istante che arrivava… e d’improvviso si precipitava in presente e d’improvviso si dissolveva… e un altro ne arrivava… arrivava”. Così si chiude il sesto capitolo del primo romanzo di Clarice Lispector. In certi casi, meno numerosi di quanto forse ci si aspetterebbe, è essenziale riportare molte citazioni in un articolo. Essenziale e giusto. Anche nel brano che segue si parla di istanti: “Bisogna che non dimentichi, ho pensato, di essere stata felice, di essere felice in questo istante più di quanto si possa essere. Ma ho dimenticato, ho sempre dimenticato”.


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Dall’Ucraina al Brasile

Il calcolo degli anni di vita di uno scrittore in certi casi è molto facile. Rilke nacque nel 1875 e morì nel 1926. 51 anni. Per gli anni di Lispector va poco diversamente e solo il non esser stati certi della data di nascita ha creato equivoci. Il suo primo libro Vicino al cuore selvaggio (Perto do coração selvagem) è presentato da Adelphi, nel 1987, come opera di una diciannovenne che si dice nata nel 1925. L’errore è ripetuto qua e là dalle diverse fonti. In realtà la data esatta è il 1920 (e quella di morte il 1977), il che non cambia la sostanza del prodigio che fu quel primo libro. Anche scritto da una 24enne sorprende o stordisce.

Clarice arriva in Brasile con i genitori dall’Ucraina quando ha due anni, fuggendo in misura eguale dalla guerra civile e dai pogrom, per l’origine ebraica. In Brasile cambierà nome come tutti i membri della sua famiglia. Si chiamava Chaja e si chiamerà Clarice. E poi, presto come si è visto, arriverà Vicino al cuore selvaggio. E le opere sono quel che davvero conta per chi scrive. La vita, più che alla base dell’opera, starà dietro sullo sfondo, anch’essa eloquente ma su un diverso livello. (Una vita fra Brasile, Europa e Stati Uniti, non per tante città del resto – Napoli, Berna, Washington – al seguito del marito console, da cui poi si separerà. Due figli, amiche e amici, alcuni dei quali indispensabili, e la scrittura come una fonte e un’ancora ovunque).

Dopo vennero altri romanzi, ma prima racconti e cronache giornalistiche. Iniziò presto, e non smise mai, a scrivere per i giornali. L’apice lo trovò nella narrativa, ma la scrittura giornalistica, di un materiale soltanto un po’ meno scavato e prezioso, se ne distaccò di poco.

Il libro di un’esistenza

Che si scriva “sempre lo stesso libro” – così si sente ripetere di tanto in tanto – è una verità a metà o un poco forzata. Vera quanto un paradosso, che può essere verissimo. E una verità valida ugualmente per autori modesti e per i maggiori. Alcuni dei grandi anzi, assunto il concetto, sembrano estremizzarlo mettendo quei libri somiglianti, e che avrebbero potuto essere successivi, in un libro solo. L’operazione è inconsapevole, ovviamente, decisa dal destino o dal caso. Così fece Proust e quasi così fece Joyce. Così Musil ne L’uomo senza qualità. Il grande libro di un’esistenza.


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Lispector scrisse come dei lunghi capitoli di un libro unico, in cui una donna, di solito – che si chiami Joana, Lucrécia, Virginia – scava dentro di sé e si inoltra al tempo stesso verso un fuori vissuto allo stesso modo nell’immaginazione. Un’introspezione che si espande, snaturandosi, in tutte le dimensioni, del tempo e dello spazio. Concreta e centrifuga introspezione. Concretezza e ritmo, e l’esattezza nel percepire entrambi, danno alla sua scrittura quel che manca anche ai grandi autori citati: “I suoi pensieri, una volta edificati” – scrive in Vicino al cuore selvaggio – “erano statue nel giardino, e lei passava nel giardino guardando e seguendo la sua strada”.

Se avesse davvero messo tutti i suoi romanzi in uno, da comporre un libro solo di oltre un migliaio di pagine, senza tre righe di flessione e senza una crepa o un avvallamento, staremmo davanti a uno dei capolavori del Novecento. Ci stiamo lo stesso, ma non ce ne accorgiamo. Il valore della sua scrittura è riconosciuto da decenni, ma forse non è ancora abbastanza. Il suo vantaggio rispetto alla letteratura modernista o alla esistenzialista cui è stata affiancata è l’assenza di sbavature, rarefazioni e lentezze estreme che lì – Joyce e Virginia Woolf, per fare due soli nomi – è quasi una marca di fabbrica. Oppure sarà che né quelli del modernismo né dell’esistenzialismo sono gli schedari in cui andare a cercare il suo nome.

Quanto alle sue origini di lettrice, due circostanze sono eloquenti. Sappiamo che Il lupo della steppa di Hesse le lasciò una forte e durevole impressione. E quando lesse per la prima volta Katherine Mansfield esclamò: “Questa sono io”.

Il titolo del suo primo romanzo pare sia stato il suggerimento di un amico. Se è così, anche l’epigrafe joyciana lo è stata: “Era solo. Era abbandonato, felice, vicino al cuore selvaggio della vita”. Basterebbe volgerla al femminile per renderla ancora più aderente al romanzo con la sua protagonista Joana. E per farla coincidere più o meno – arrischiamo il parallelo vita-opera – con Clarice. Un coraggio intellettuale estremo – da indurre il sospetto che non sia solo intellettuale –, una selvatica brama di libertà, quella specie di spietatezza essenziale per vivere autenticamente, che preserva gli altri come sé, e probabilmente libera tutti: nemmeno questo bastava a toccare “il cuore selvaggio”. Quel che accade, anche nei momenti culminanti, ce lo dice Joana: “Avvicinarsi, avvicinarsi, quasi toccare, ma sentirsi alle spalle l’onda che risucchiava nel suo riflusso dolce e deciso, che l’assorbiva, per poi lasciarle il ricordo stupefatto e impalpabile di un’allucinazione”. Quel che conta, quel che solo può contare sarà allora il viaggio – avvicinarsi, avvicinarsi –, non la meta sempre vietata.

Solitudine e silenzio

Dal romanzo d’esordio a La città assediata uscito alcuni anni dopo, da La mela al buio del 1961 a La passione secondo G. H. (1964), fino ad Acqua viva (1973) e passando per i racconti di Legami di famiglia (1960) e Felicità clandestina, Lispector è autrice di una letteratura nutrita di solitudine e silenzio. “Erano proprio le cose più importanti che lei non poteva raccontare. Alla gente diceva solo stupidaggini”. Così afferma Joana, riferendosi alla parola quotidiana, orale. Le cose che non poteva raccontare Joana, la prima delle sue protagoniste, le scriveva Clarice. E quello che scrisse lo aveva percepito, non sappiamo con quanti e quali sensi, nel silenzio e nella solitudine: “Ma è che basta tacere per scoprire, sotto tutte le realtà, l’unica irriducibile, quella dell’esistenza”.

Era nata un dieci di dicembre e morirà, cinquantasette anni dopo, un nove dello stesso mese, a insinuare che il circolo della vita e dell’opera era compiuto.

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