Malesia. Buenos Aires-Ipoh, un viaggio di sola andata

Quel cappellino era mio. Quel cappellino è il simbolo di un piccolo, trascurabile incontro. Eppure felice e spensierato da meritare un segno tangibile…

Di Roberto Scarcella

Anni fa mi sono ritrovato a cambiare muta. Non stavo più nella mia vecchia pelle e per liberarmene ho iniziato a fare su e giù per l’America Latina: temendola, amandola, perdendomi, sfidando me stesso e il manuale del viaggiatore responsabile fino a farla diventare la mia rassicurante coperta di Linus. A quel punto mi è venuta voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vederla, l’Asia. Ve la racconto qui.

Quando sono entrato al Vintage Cafè No100 di Ipoh, c’era una vecchia bambola in vetrina. Quando me ne sono andato, la bambola aveva in testa un cappellino del Boca Juniors. E ce l’ha ancora. Lo so perché ogni tanto vado a sbirciare il profilo Instagram del locale.


© R.S.

Quel cappellino era mio. L’ho comprato a Buenos Aires, a pochi metri dalla Bombonera, uno degli stadi più caldi e famosi del mondo. Custodito con più attenzione del portafoglio, è stato per anni un inseparabile compagno di viaggio. Quasi un feticcio. Eppure, quel giorno, a Ipoh, non ci ho pensato due volte a lasciarlo lì, a separarmene. Come se non ne fossi davvero il proprietario, ma uno zelante corriere che, prendendola un po’ larga, era finalmente arrivato a destinazione. Quel cappellino è il simbolo di un piccolo, trascurabile incontro. Eppure felice e spensierato abbastanza da meritare un segno tangibile, come una di quelle orecchie che facciamo alle pagine dei libri che ci piacciono. O a parole che ci piacciono dentro libri che non ci piacciono.

Un incontro felice e spensierato

Nemmeno ci stavo andando al Vintage Cafè No100, perché stando a internet avrebbe chiuso di lì a poco. Ma volevo provare la specialità locale, il White Coffee, in un bar che non si fosse consegnato ai turisti. Così sono andato, per scoprire che gli orari indicati da Google erano sbagliati. Il White Coffee non è bianco come suggerirebbe il nome. Il bianco è quello del latte condensato usato per zuccherare il caffè, che viene tostato con la margarina. Ne viene fuori un liquido cremoso, simile al cappuccino, ma più vellutato. E dolce. Forse troppo, come se da queste parti carie e trigliceridi non esistessero.

Mentre bevevo il caffè, il giovanissimo figlio del proprietario si è seduto con me: insisteva a parlarmi anche se non avevamo una lingua comune. Così gli altri avventori del bar si sono infilati in questo dialogo che non era un dialogo fino a invitarmi al loro tavolo, bere con loro, parlare della Malesia, dove ci trovavamo, e di posti lontani, come l’Argentina. Il proprietario ogni tanto usciva dalla cucina, partecipava, poi tornava a spadellare. Tutt’intorno, oggetti di altre epoche: jukebox, vecchi dischi e vecchissimi giradischi, pubblicità ingiallite, giochi fatti a mano snobbati dai bambini di oggi. Ci siamo ritrovati a ridere, scherzare, perdere la cognizione del tempo, fino a che mi è parso naturale chiedere al proprietario se gli avrebbe fatto piacere se avessi lasciato anche io un oggetto: il cappellino. Si è guardato intorno per qualche secondo, squadrando il locale, poi è andato dritto verso la bambola.


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Qualche tempo dopo, in una foto, vedo che la bambola è ancora lì, ma il berretto no. Ci resto un po’ male, come davanti a una promessa tradita. Poi, incuriosito, apro il video della recensione di un cliente e ritrovo il berretto sulla testa di un’altra bambola, messa al volante di una vecchia auto di legno. Ora, stando a una foto più recente, è tornato dov’era prima, in vetrina. Illudendomi che magari anche lì quell’oggetto arrivato da così lontano sia lo spunto per un aneddoto, il racconto di un pomeriggio qualunque, nella sonnolenta Ipoh, ravvivato dall’arrivo di uno straniero.

In direzione delle colline del tè

A metà strada fra il caos di George Town, il cui centro storico attira turisti da tutto il mondo, e le Cameron Highlands, le verdissime e affollatissime colline del tè, Ipoh viene solitamente ignorata. Eppure merita una sosta. Da lì sono partito per le piantagioni di tè (il cui nome è Boh) e poi per Gua Musang accompagnato da Fred, un autista la cui faccia e il numero di telefono sono appiccicati su muri e lampioni. L’ho chiamato e mi ha detto: “Ho un problema in famiglia, aspettami che arrivo”. Non arrivava più. Alla fine è arrivato.


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Life in Google

Durante il viaggio dice che i soldi stanno rovinando la Malesia: “Una volta, ai tempi di Roberto Baggio, lo sport preferito qui era il calcio. Ora sono i soldi. I cinesi, poi, si comprano tutto. Tirano su un hotel gigante, lo riempiono e ne tirano su un altro. Lo lasciano marcire e gliene costruiscono uno nuovo accanto”. Quando arriviamo sulla cima di un panorama maestoso, nota che i turisti guardano più il cellulare delle sterminate piantagioni e mi fa: “Life is in Google now”.

A Gua Musang, dove ho appuntamento con il Jungle Train (il treno che in 16 ore collega il Sudovest e il Nordest del Paese attraversando la giungla) mi porta un altro autista, che parla solo di soldi e all’ultimo incrocio riesce a sbagliare strada cinque volte, nonostante i bivi siano solo tre. La stazione è vuota a tal punto da chiedersi se sia davvero quella giusta. D’altronde passano solo una manciata di treni al giorno. C’è solo un piccolo spaccio dove il proprietario guarda in tv un incontro di wrestling. Gli lascio la valigia in custodia, semplicemente fidandomi. Nessuna garanzia. Nessuna ricevuta. Se è per questo, anche nessun pagamento richiesto. Decido che gli darò qualcosa se al ritorno la ritrovo intatta.


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Vagando in attesa del treno

Da lì inizio a vagare in questo avamposto circondato dal nulla con uno stradone fuori misura affiancato da due file di case e negozi perlopiù chiusi o vuoti. Non c’è nulla da vedere, se non due monumenti al cattivo odore, orgoglio locale. Il primo in onore della Rafflesia, detta anche fiore cadavere: non emana infatti un vago sentore sgradevole, ma un’esatta riproduzione chimica del processo di decomposizione di un mammifero, con cui attira i suoi impollinatori preferiti, coleotteri e mosconi della carne. Priva di fusto, foglie e radici, la Rafflesia non fa nemmeno la fotosintesi clorofilliana. Ma produce questi fiori che raggiungono i 100 centimetri di diametro (e 10 chili di peso) per poi collassare su sé stessi dopo pochi giorni. La seconda statua è in onore del Musang King, la varietà più popolare e venduta di durian, il frutto puzzolente che i malesi adorano, ma che non si può portare sui mezzi pubblici o negli hotel per via del fetore che emana. E che anche nei mercati viene venduto incellofanato.


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Il monumento alla Rafflesia


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Il Musang King

A Gua Musang incrocio poi i sorrisi larghi, felici e curiosi di ragazzini in divisa scolastica che mi guardano come se fossi un alieno. Non so quanti stranieri passino di lì. Avevo letto di un’agenzia turistica col nome spagnolo gestita da un italiano, ma all’indirizzo indicato sul web (“Life is in Google now”) non c’è nulla. Quando torno in stazione, il wrestling è finito, ma la valigia c’è ancora. Pago. L’imberbe capostazione, forse un coetaneo degli studenti che mi sorridevano, annuncia che il treno sta “arrivando puntuale, con venti minuti di ritardo”. Lasciandomi un dubbio: pessimo inglese o buona battuta?


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