Il cortocircuito della Cancel culture

La memoria è un potente antidoto contro gli errori (e orrori) del passato: cancellarne fatti e protagonisti è utile? Meglio forse contestualizzare…

Di Fabiana Testori

Impostosi globalmente nel 2017, il concetto di cultura della cancellazione è una moderna forma di iconoclastia che si esprime (anche con gesta eclatanti) contro persone, enti, personaggi storici… affinché vengano “cancellati” dal pensiero e dagli spazi pubblici, rivendicando riconoscimento e inclusione e criticando le discriminazioni storicamente ignorate. Ecco una riflessione critica che prende in linea di conto la decontestualizzazione e lo scarto fra i valori di ieri e quelli di oggi.

Sono tempi matti. L’abbiamo già detto. Accelerano e non capiamo bene dove ci stanno portando: forse solo all’esaurimento nervoso. Oggi le polemiche “politico-filosofiche” si svolgono quasi esclusivamente su internet, sui social media, mentre nel mondo vero, quello concreto, quello che si tocca con mano, guerre e guerriglie infiammano intere zone del pianeta ogni giorno.

Nel migliore dei mondi possibili (il nostro), l’Occidente nella sua culla (per il momento ancora dorata) legge degli attacchi di droni, dei bombardamenti, dei boots on the ground, dell’occupazione di territori altrui, ma la sua attenzione in proposito è fugace e incostante, meglio dirigerla verso temi più astratti (una volta si diceva impegnati), ma non per questo meno feroci, come per esempio quello della Cancel culture.


© Keystone
Winston Churchill (1874-1965), Londra

Moderna iconoclastia

Il termine ha cominciato a diffondersi nell’ormai lontano 2017 all’interno della comunità online Black Twitter (oggi su X), composta prevalentemente da utenti afro-statunitensi, i quali per mezzo di hashtag, meme e umorismo affrontano questioni di giustizia sociale battendosi contro le discriminazioni. Si è poi imposto globalmente, sempre nel 2017, in seguito allo scandalo Weinstein e al suo utilizzo da parte del movimento MeToo.

La Cancel culture, letteralmente cultura della cancellazione o cultura del boicottaggio, è una forma moderna di iconoclastia e ostracismo. Essa si esprime contro persone, enti, personaggi storici, opere artistiche ecc. con l’obiettivo di provocarne la rimozione dalla sfera pubblica. Se applicata a un individuo vivente, l’estromissione avviene in rapporto alle sue cerchie sociali e/o professionali, sia su internet (online shaming), sia nel mondo reale.

Intrinsecamente legata al wokismo (“detto di chi si sente consapevole dell’ingiustizia rappresentata da razzismo, disuguaglianza economica e sociale e da qualunque manifestazione di discriminazione verso i meno protetti” – vocabolario Treccani), la Cancel culture può essere considerata, in termini soft, un’evoluzione del politicamente corretto e, in toni più duri, un processo di delazione collettiva 2.0.

A destra e a sinistra

Impiegata utilitaristicamente e opportunisticamente a destra come a sinistra, la nuova iconoclastia fissa l’ennesimo punto di assurdità raggiunto dall’Occidente, ancora troppo pingue per concentrarsi sulle problematiche tangibili quali il lavoro, le minacce delle autocrazie e delle dittature ai sistemi democratici (cioè a noi), l’avanzare delle nuove tecnologie e in particolare dell’intelligenza artificiale, le ondate migratorie, l’erosione costante dei nostri sistemi sociali e di welfare e i drammatici cambiamenti climatici.


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Un fotogramma del film Disney ‘Biancaneve’ del 1937

Non sarà lo schwa (ə) (il simbolo è stato proposto da alcuni come opzione per indicare una desinenza neutra delle parole, inesistente nella lingua italiana, che eviti di specificare il genere sessuale dei referenti per includere le persone che non si riconoscono nel binarismo di genere) a salvarci e nemmeno la messa al bando del classico Disney Biancaneve, dove il principe si rende colpevole di un bacio non consensuale.

E nemmeno lo sbullonamento o l’imbrattamento di statue e monumenti rappresentanti importanti personalità del passato, stigmatizzati dai moralizzatori degli anni 2020 come violenti, retrogradi, razzisti, misogini e omofobi (la cronaca ha riportato diversi casi, fra cui quelli di Cristoforo Colombo, Thomas Jefferson, Winston Churchill, Re Leopoldo II del Belgio, la Regina Vittoria e James Cook da una riva all’altra dell’oceano) potrà aiutarci a ritrovare il senno, anzi.


© Keystone
Leopoldo II del Belgio (1835-1909)

Non ci darà conforto neanche appiccare il fuoco a Uomini e topi (1937) di John Steinbeck (Premio Nobel per la letteratura) o a Il buio oltre la siepe (1960) di Harper Lee (Premio Pulitzer nel 1961), ritenuti (oggi) razzisti e paternalisti e ritirati dai programmi di studio di molte scuole americane e britanniche.

Giudizio fuori dal tempo

Si tratta piuttosto del termometro con cui misurare la febbre, il delirio che ci ha assalito, complice il benessere eccessivo in cui ci crogioliamo dalla fine della Seconda guerra mondiale e che ci consente l’elaborazione di grandi teorie sul savoir être et le savoir vivre.

Se ci permettiamo di giudicare la vita e le gesta di autori, musicisti, scienziati con i valori dell’oggi e quindi decontestualizzandoli dall’epoca in cui hanno vissuto e operato, soprattutto senza fare la distinzione fra l’essere umano e la sua opera, abbiamo smesso di pensare.

Le derive innescate dalla Cancel culture, soprattutto se applicate alla letteratura e, in generale, alla creazione e al sapere, avevano già suscitato preoccupazione nel 2020 fra diversi e autorevoli rappresentanti del mondo della cultura e della scienza. È nata così la famosa Lettera sulla giustizia e per un dibattito libero (A Letter on Justice and Open Debate), nota anche come Harper’s Letter, in difesa della libertà di parola e pubblicata sul sito di Harper’s Magazine (mensile di letteratura, politica, cultura, finanza e arte americana). Fra i 153 firmatari c’erano J.K. Rowling, Salman Rushdie, Margaret Atwood, Garry Kasparov e Francis Fukuyama.


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La statua di Indro Montanelli (1909-2001) a Milano

Cancellazione della cultura

Dagli Stati Uniti il dibattito sulla moderna iconoclastia ha raggiunto rapidamente anche l’Europa, anche se con meno virulenza. Secondo Hubert Heckmann, ricercatore, professore di lettere medievali all’Università di Rouen, in Francia, e autore del saggio Cancel! De la culture de la censure à l’effacement de la culture (traducibile con ‘Cancel! Dalla cultura della censura alla cancellazione della cultura’), edito in lingua francese da Editions Intervalles (2022), ridurre un’opera a un ruolo di messaggio politico significa non comprendere la letteratura. Sempre Heckmann rende attenti al ricorso, da parte delle case editrici francesi (negli Stati Uniti è già pratica corrente), ai cosiddetti sensitivity readers, cioè delle figure professionali incaricate di passare al setaccio i manoscritti non ancora pubblicati alla ricerca di passaggi che rischierebbero di essere percepiti come offensivi o denigratori da parte delle minoranze. “I libri che devono rispondere a delle specifiche di natura commerciale e ideologica imposte dall’attualità sono gli stessi destinati a scomparire più rapidamente” precisa Heckmann, ed è difficile dargli torto.


Edito nel 2022

Ipersuscettibilità

Non ci sarebbero oggi cose ben più importanti su cui riflettere, alzando lo sguardo verso quel futuro così poco incoraggiante che si prospetta davanti a noi, invece di dibattere lo snobismo dei romanzi di Virginia Woolf o il sessismo di Ernest Hemingway?

La Cancel culture è il ricettacolo di tutte le offese interiorizzate dalla società dei social network, immatura e fragile. Siamo suscettibili per tutto, non dormiamo di notte a causa dell’antisemitismo stereotipato nelle opere letterarie di Edith Wharton (1862-1937, prima donna a vincere il Premio Pulitzer), peggio, ci domandiamo se sia opportuno presentarla nei corsi di letteratura nelle università. Quando la censura raggiunge gli atenei rappresenta il primo passo nell’affossamento della cultura liberale, di cui l’Occidente, ad oggi, resta l’unico esponente rimasto. Ne vale la pena?

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