Alejandra Pizarnik. Esistono solo le parole
Poetessa e traduttrice, visse inquieta per soli 36 anni. Intraprese gli studi universitari con diversi indirizzi, dedicandosi poi alla sola scrittura
Di Marco Stracquadaini
Poetessa e traduttrice, la Pizarnik visse inquieta per soli 36 anni. Nata nell’aprile del ’36 ad Avellaneda (nell’area metropolitana di Buenos Aires), dopo aver intrapreso gli studi universitari cambiando più volte indirizzo (filosofia, giornalismo, lettere) con una digressione nella pittura, l’autrice si dedicò solo alla scrittura. Visse a Parigi, ci fu una parentesi a New York, per poi tornare a Buenos Aires. Morì suicida il 25 settembre 1972.
Forse la poesia è una malattia dell’infanzia, come la rosolia. Dell’infanzia e dell’adolescenza. La più bella malattia. Ma quando cominci ad avere 30, 40, 50 anni… O sei grande poeta, enorme, o devi smettere. Rischi il patetico a ogni verso. È la malattia della giovinezza perché si nutre di solo ideale, che da un certo momento in avanti, senza il reale, diventa insano. Per il poeta e per chi lo legge. Allora scrivi cose come, per esempio: Lo mío no es el hecho,/ sino su pálido reflejo./ No la cosa, sino los ojos que la han visto (“Non mi appartiene il fatto, ma il suo pallido riflesso. Non la cosa, ma gli occhi che l’hanno vista”). Bei versi e di umana verità, di uno dei migliori poeti degli ultimi decenni in lingua spagnola, l’italo-messicano Fabio Morábito, ma patetici non soltanto per virtù poetica, del voler esprimere un pathos. È indicativo che nella maggior parte dei casi avviene il passaggio naturale dalla poesia alla prosa, nel momento in cui l’adolescenza diventa giovinezza e vita adulta.
L’essere umano prova a farsi compagno, non solo un antagonista, della realtà, e ribassa il proprio ideale dalla poesia alla narrazione. Prova ne sia – della superiorità dei versi – che lo scrittore autentico nasce dal poeta autentico (e spesso gli resta inferiore). Le eccezioni a questa specie di regola non mancano, ma le conferme sono nei poeti che furono poeti fino alla morte (per poesia). In quelli che hanno perso, spesso, poesia e vita nello stesso tempo. Alejandra Pizarnik, nata nel 1936 e morta nel ’72, è vissuta trentasei anni. Ma con i poeti suicidi bisogna dimenticare il suicidio mentre si legge. Si rischia di non vedere altro. Di spiegare ogni parola con quel gesto.
Scrittura incessante
Ha scritto incessantemente, anche se i suoi versi hanno l’aspetto fondo e lapidario del poeta dalle poche raccolte. Ma ha scritto nei diari soprattutto, la cui versione incompleta supera le mille pagine, e senza sosta anche nella corrispondenza che include una quarantina di interlocutori. Cosa ci si possa aspettare dai diari o dalle lettere della Pizarnik, prima di conoscerli, lo sa con certezza chi ha letto anche superficialmente la sua poesia: qualcosa ad altezza simile, una lettura oltre che illuminante in sé, essenziale come mediatrice per la conoscenza della poesia.
Per fortuna quello che non fanno i grandi editori lo fanno i piccoli, e in italiano si dispone, fra non molto altro, di una bella antologia curata da Claudio Cinti per Crocetti, La figlia dell’insonnia; di una scelta delle lettere, L’altra voce. Lettere 1955-1972, per le edizioni marchigiane Giometti & Antonello, e una dai diari, Il ponte sognato (1954-1960), uscita per La Noce d’Oro. Un altro volume, delle edizioni Joker, raccoglie la corrispondenza con il suo psicanalista León Ostrov (1955-1966). Un’amica e poi investigatrice dell’opera, Ivonne Bordelois, racconta che per il primo volume della corrispondenza da lei raccolta trovò l’editore solo al settimo tentativo. Ma anche questo settimo editore resisteva: insisteva per farne 2’000 esemplari invece che 3’000. E le 2’000 copie andarono esaurite in due settimane.
Forse soltanto le parole esistono
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i ricordi.
In una lettera – la riporta Cinti in apertura del suo Invito alla lettura che accompagna l’antologia – Cortázar vuol consolarla della morte in generale, così presente nelle riflessioni di ogni giorno dell’amica (come un luogo insondabile, attraversato da tutti i segni: negativo, positivo, neutro), con una morte particolare: quella di un uccellino scontratosi col vetro di una finestra. Forse dovremmo ridurla a questo, spiega l’amico, per toglierle ogni crudezza e ingiustizia, per fare che non sia l’oltraggio che è: privarla delle “sue armi favorite, il tempo e il dolore”, com’è stato per l’uccellino che non ha sentito il morire: “questo passare dal tutto al nulla senza saperlo né sentirlo: può essere la morte, questo?”. Più un epicedio che una vera consolazione per chi è ancora vivo, come si vede, ma una testimonianza di quello che può essere la lettura di un epistolario in certi casi. E lo stesso avviene per il diario. Scrive in una pagina di uno dei primi fascicoli, non ancora ventenne: La tovaglia del tavolino. Bianca e verde come un mazzo di carte. Con equilibrati disegnini morti. Con un bicchiere d’acqua. Con un libro chiuso. Una tazza di caffè vuota sul piattino pieno di cenere nera. Con un quadernino e mille scarabocchi. E il vivere incerto di una donna incerta.
Affinità e contrasto
Morte e notte, uccello, silenzio e parola, infanzia, ombre, sole, sangue, innocenza. Le parole ritornanti nei versi di Alejandra Pizarnik, avvicinate qui per affinità o per contrasto. Con i suoi versi siamo sempre daccapo, come con quelli di non molti altri in un secolo – Pessoa, Majakovskij, Campana, Vallejo, Celan, Trakl, Cvetaeva, Plath, Rosselli… –: che vanno così a fondo da richiedere ogni volta un nuovo viaggio. Nuovo e difficile.
Anche con Alejandra Pizarnik si comincia sempre daccapo come se l’enigma che furono per lei la poesia e la vita – e tutte le realtà dietro le parole nominate qui sopra – come se questo enigma plurale fosse anche il nostro. Per potere leggerla dev’essere anche il nostro. Il lavoro più ingrato l’ha fatto lei. Della notte ha detto (della notte e della parola): Tutta la notte io faccio la notte./ Tutta la notte scrivo./ Parola per parola io scrivo la notte. Del silenzio e del sole (e ancora delle parole): Al nero sole del silenzio le parole si dorano. Dell’infanzia: La mia infanzia e il suo profumo/ di uccello accarezzato.
Forse si può condurre così la ricerca su una poetessa che affascina, com’era affascinata lei da tutto quanto spaventa, nelle nostre vite, o resta impenetrabile? Mettere una dopo l’altra le parole che la ossessionavano, che racchiudono e nascondono la cosa, e catturare tutto il resto – tutte le altre parole della sua poesia – in questa rete. Dietro le nostre spalle, o accanto ma distante, la vita con i suoi fatti ancora meno comprensibili, ancora più opachi, nell’apparente chiarezza. Gli studi fino all’università, l’incertezza fra lettere e giornalismo, letture disordinate e puntualissime (Proust, Artaud, Bonnefoy, Michaux), gli amori dei due sessi, il soggiorno di quattro anni a Parigi – piccolo mito dentro il mito della poetessa suicida –, di certo non privo di frutti, ma più per gli altri probabilmente, per chi la conobbe e l’ha avuta amica, anche se si chiamavano Julio Cortázar e Octavio Paz. Le cure per le crisi nervose e i ricoveri in ospedale. Il vagare per la vita fuori dalla sua stanza e per quella dentro. Fuori incontrava gli altri, ma nella sua camera a volte non andava diversamente, in fatto di estraneità. Ogni ora, ogni giorno, vorrei non dover parlare. Figura di cera gli altri e soprattutto io, che sono più altra di loro.
Cristina Piña, che ha iniziato a leggerla e studiarla nel 1976 e non ha ancora smesso, sostiene che si era fatta una patria del linguaggio. E che quando questa patria andò in rovina e crollò, o la sentì crollata, non ebbe più riparo. Forse soltanto le parole esistono/ nell’enorme vuoto dei secoli/ che ci graffiano l’anima con i ricordi.
