Castégna e uga, frutti della memoria

Le parole divengono un sedimentato storico che racconta il passato di una società, anche la nostra e lo fa in dialetto

Di Clara Storti

L’autunno porta sulla nostra tavola uva, fichi, funghi, castagne, zucche: prodotti che ancora oggi consumiamo e che in passato scandivano il ritmo della vita contadina. Frutti che hanno altresì lasciato tracce nella lingua, attraverso detti e proverbi popolari. Riscopriamo alcune di quelle espressioni: frammenti di memoria che raccontano la nostra storia, dandoci anche qualche dritta.

Siamo nel bosco. I gialli virano ai rossi, c’è un intenso odore di muschio e poi i funghi schivi, l’armonia aguzza di ricci e castagne da abbrustolire sul fuoco (solo le castagne, chiaro!). Evocare l’autunno che bussa alle porte – mica come la primavera! – lo si può fare attraverso immagini piuttosto stereotipate, oppure lo si può abbordare da un diverso punto focale.

Comincio da lontano. La stagione autunnale, benché veda la natura iniziare a rallentare i propri ritmi per entrare in un nuovo ciclo, è ancora ricca di frutti e i primi che saltano in mente sono uva, castagne, fichi, funghi, zucche. Facendo un salto e cambiando prospettiva, fra i frutti che si accumulano e depositano in quel metaforico canestro senza fondo che è la Storia ci sono le parole e di riflesso la storia della lingua, che tanto insegna, raccontandoci chi siamo stati e come vivevamo.

Capsule di memoria collettiva

Combinando allora i frutti della natura con quelli della lingua di nonni e bisnonni (fors’anche trisnonni) uno dei distillati è la paremiologia che, detto alla spiccia, raccoglie e studia detti, proverbi e massime popolari, tramandati viepiù oralmente nel corso delle generazioni, che “sono espressione dell’animo e del costume popolare”, dice il dizionario. Alcuni vecchi detti sono ancora in circolo, mentre altri sono scomparsi perché società, usi, costumi e lavori cambiano; noi cambiamo, in un contesto che si trasforma, ma sono stati salvati dall’oblio grazie al lavoro che viene svolto, nel nostro caso, dal Centro di dialettologia ed etnografia con sede a Bellinzona, in particolare andando a vedere il Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana (Vsi).

Frasi brevi e incisive, spesso metaforiche, i proverbi esprimono saggezza popolare, norme di comportamento, così come consigli spesso desunti dall’esperienza, illustrando la quotidianità presente e passata, insegnandoci tutt’oggi qualcosa di ciò che ci circonda. Per queste ragioni, ma non unicamente, i detti popolari sono un bacino di memoria e cultura storica assai prezioso.

Dopo il prolisso preambolo torno ai frutti autunnali, perché uva e castagna raccontano delle storie e lo fanno in dialetto, rievocando un passato rurale neppure troppo lontano.

Colti in castagna

Eleggo regina di questa stagione, con la sua corona di spine, la castagna e di riflesso l’attività a essa collegata: la castanicoltura, un sapere immateriale indagato e custodito sia in studi e libri dedicati, ma anche riproponendone le attività al giorno d’oggi. Forse una delle testimonianze fisiche principali di un passato in cui la castagna era risorsa essenziale nella dieta della popolazione è la grà (traducibile in italiano in grata; la grafia dialettale ha diverse varianti), costruita con rami di nocciolo intrecciati che serviva da essiccatoio. La parola designa, per sineddoche, anche il minuto e tradizionale edificio in pietra, dove veniva acceso il fuoco per seccare i frutti del castagno, affinché le famiglie potessero conservare quei preziosi alimenti per lungo tempo. Il carico delle grà, come si dice, avveniva in passato generalmente fra ottobre e novembre. In alcune località della nostra regione – per esempio Moghegno e Cabbio, ma anche Comano, Vezio, Roncapiano –, negli ultimi anni alcune grà sono state restaurate e riattivate (il Ticino ne è costellato), da un lato per conservare al meglio i manufatti quali testimonianze storiche e dall’altro per far riscoprire alla popolazione di oggi una tradizione su cui è stata costruita la nostra società.


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La graa di Moghegno

Torniamo alle parole e allo Vsi, in particolare l’estratto Castagna, che riporta quei detti legati al seme, testimoniandone la raccolta: [Rivera] arísc gròss, castégna magra, arísc magra, castégna gròssa (nei ricci grandi e con molte spine ci sono poche castagne, in quelli piccoli e con spine rade ce ne sono molte); [Pontirone, fraz. di Biasca] ra cestégna la gh’a domè üna cóva, chi ca ra branca l’è ra sóa; [Arosio] ora castégna l’a cürt ora cóva, chi ch’o ra cata sü l’è sóva; [Grono] la castégna la gh’a na cóa, al prim che la ciapa l’è la sóa (la castagna ha solo una coda/ ha la coda corta/ ha una coda, chi la prende – per primo – è la sua).


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Così come il suo consumo: [Preonzo] la castégne l’è l pan di pòuri; [Mendrisio] la castégna l’è la carna di puaritt; che significano “la castagna è il pane/ la carne dei poveri”; [Brusio] la castégna la gh’a l pan e l furmacc; [Biasca] ra chiestégna la gh’a int saa, bütér e zücro (cioè: è un frutto molto nutriente, un cibo completo).

In vino verba

Insieme a un cartoccio fumante di castagne si potrebbe sorseggiare della zuccherosa gazzosa al lampone, ma anche un bel calice di un rosso rubino non guasterebbe. Un grande paradigma regionale è il vino, fermentato del secondo frutto autunnale eletto da questa pagina: l’uva.


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La storia della viticoltura nella nostra regione affonda le sue radici in epoche lontane, ma le prime testimonianze scritte risalgono al XVI secolo. Allora, tale Taddeo Duno descriveva qualità dei vini e metodi di coltivazione dell’epoca; successivamente, sono stati altri personaggi più o meno noti a sottolineare le peculiarità della produzione locale.

Dopo una grave crisi nella seconda metà dell’Ottocento a causa della diffusione di malattie della vite, la ricostituzione dei vigneti a inizio ’900 si è accompagnata con migliorie nella coltivazione e, nel corso dello stesso secolo, ci sono state altre modernizzazioni. Nonostante la progressiva urbanizzazione, il settore vitivinicolo non si è arrestato e ha conosciuto, negli anni Ottanta, una nuova fase di crescita. Oggi, si contano in Ticino 2’500 produttori di vino.


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Ma dai fatti veniamo alle parole:

[Rovio] al vin l’è cumè l’aqua, che bisögna béval in duva al sa ciapa, se l porté via da la surgént, reguardevás che l var pió niént (il vino e l’acqua bisogna berli alla sorgente, altrimenti non valgono più niente); [Carasso] a San Martín tucc i móst i è vin (nel mese di novembre il vino ha fatto la sua fermentazione); [Verscio] sa volii vignii con mí a vandimbiaa a ii da fau sintii a scigulaa (se volete venire con me a vendemmiare, dovete farvi sentire a fischiare, perché fischiando si dimostra di non star mangiando l’uva); [Mendrisio] o fá l vin, o vénd l’uga (o fare il vino o vendere l’uva, cioè decidersi, dover scegliere tra due opzioni); [Rovio] ann che süga, ann da üga, ann da sücina, ann da tina (un anno caldo e asciutto produrrà molta uva).

Qui vicino

L’articolo di questa pagina sarebbe stato macchinoso da redigere senza il lavoro svolto dal Centro di dialettologia ed etnografia (Cde), anche solo (si fa per dire) per il reperimento dei proverbi stessi. Con sede nell’edificio dove sorge la Biblioteca cantonale di Bellinzona, il Cde – si legge nella sua presentazione – ha quali compiti la documentazione, lo studio e la valorizzazione del patrimonio linguistico ed etnografico della Svizzera italiana. Due i grandi ambiti quindi, partiamo da quello linguistico, che porta avanti la ricerca nel bacino lessicale dialettale, così anche lo studio delle parlate locali, della cultura popolare eccetera. Indagini che sono poi pubblicate: dopo il già citato Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana, non si può non menzionare il Lessico dialettale della Svizzera italiana così come le diverse collane, come Le voci, Gli innesti e così via. Le sue aree di competenza sono molte altre, per ragguagli più esaustivi si consulti il sito www4.ti.ch.


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Quaderni e schedari al Centro di dialettologia e di etnografia, Bellinzona

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