A muso duro, ecco il cinghiale

C’è qualcosa nel cinghiale che mette in allerta. Corpo compatto, pelo ispido, muso ‘grugnoso’, zanne che spuntano ai lati della bocca. O forse è la nostra immaginazione che ci gioca un brutto scherzo?

Di Valentina Grignoli

L’autunno è quella stagione che si svela senza fretta, che sorge dalla bruma. Nelle mattine dall’aria frizzantina, calpestare la terra è un’esperienza croccante. Ma basta guardare dove si mettono i piedi e ci si accorge che le nostre impronte non sono le sole. Mentre noi sprofondiamo nel sonno, nel sottobosco la notte è un terreno di gioco e di caccia. Amore e morte. Bramiti, fughe, raccolti, stragi, cacce e cacche, e corse, zoccoli che battono il suolo. Poi eccolo, arriva il cinghiale.

C’è qualcosa nel cinghiale che mette in allerta. Corpo compatto, pelo ispido, muso “grugnoso” rigorosamente a terra, zanne che spuntano come protesi uncinate minacciose ai lati della bocca. O forse è la nostra immaginazione che ci gioca un brutto scherzo?

Brutta bestia

Nella nostra testa tutta umana, il cinghiale è brutale, capace di caricare senza pensarci troppo. Non un “tranquillone” aperto al dialogo, insomma. E quando vogliamo descrivere qualcuno che affronta la vita senza abbassare lo sguardo, diciamo che va avanti a muso duro, come il nostro cinghiale, appunto. Se poi vogliamo offenderlo, gli diamo del porco.

Non è una sorpresa – soprattutto per i lettori di questo Bestiario: da buoni Homo sapiens che tutto sanno, abbiamo preso un animale e gli abbiamo cucito addosso un carattere, un’identità non richiesta. Abbiamo trasformato le sue caratteristiche fisiche in qualità morali, il suo comportamento in un giudizio sulla personalità.


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E il povero cinghiale, con quella faccia poco incline alle buone maniere, si presta benissimo a questo gioco. Eppure, il suo muso non è una smorfia di rabbia, ma uno strumento sensibilissimo, capace di rivoltare il terreno alla ricerca di radici, larve e ghiande. E quel grugnire che a noi pare minaccia è il suono di chi semplicemente cerca da mangiare.

Che poi, non è mica tutta colpa nostra, già dall’antichità infatti…

Un mostro per gli eroi…

Nella mitologia greca, affrontare un cinghiale mostruoso rappresentava una delle grandi prove riservate a un eroe. Fra gli esempi più celebri il cinghiale calidonio, inviato da Artemide a devastare le terre di Calidone dopo che il re Oineo aveva omesso di offrire sacrifici alla dea. Per liberare la regione dalla minaccia cinghialesca, fu organizzata una caccia alla quale presero parte alcuni dei più illustri eroi del mito. L’animale, manifestazione dell’ira divina, sconvolse la vita della comunità e mise alla prova il coraggio e le capacità dei suoi eroi. La sua uccisione divenne così un’impresa collettiva attraverso cui affrontare la calamità e ristabilire l’ordine.


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La caccia di Calidone, rilievo romano conservato a Oxford, Ashmolean Museum

… e poi forza bruta

Nell’Iliade, poi, Omero paragona i guerrieri a cinghiali circondati dai cacciatori: creature che resistono, affrontano chi le assedia e non si lasciano intimorire facilmente. Il cinghiale diventa così umano, caricato di coraggio e disperazione; l’uomo, a sua volta, diventa animale, restituito a una dimensione istintiva, fisica, quasi primordiale.

Nella selva medievale

Non va meglio nella Divina Commedia per i cinghiali. Dante li infila nel tredicesimo canto dell’Inferno, quello dei suicidi e scialacquatori. Prima utilizza l’animale selvaggio per caratterizzare l’ambiente inospitale della selva dei suicidi, intricato e selvaggio, appunto. Poi più tardi durante la caccia agli scialacquatori (che per contrappasso vedono la loro vita sbranata da cagne nere così come loro han fatto coi propri beni) che viene paragonata alla caccia al cinghiale.

L’epoca barocca non fa comunque meglio al nostro amico, rispetto a quella medievale. Ecco che per Giovan Battista Marino nell’Adone l’animale oltre a essere forza distruttiva guidata dalla gelosia di Marte, viene persino giudicato davanti a Venere. Qui la bestia confesserà di aver azzannato il giovane Adone non per ferocia, ma perché sopraffatta dall’amore e dal desiderio.

Il cinghiale siamo noi

Non dico nulla di nuovo quando scrivo che ci serviamo degli animali per raccontare ciò che di noi stessi fatichiamo a dire. Il leone è il coraggio, la volpe l’astuzia, e il cinghiale la forza che non si lascia governare, l’energia che non conosce buone maniere, la parte di noi che reagisce prima di riflettere. Il selvaggio.

Protagonista delle nostre paure oggi, soprattutto quando lascia il bosco e durante la notte compare nei campi, nei giardini, ai margini delle strade. Lo raccontiamo come un ospite indesiderato che mette tutto sottosopra. Ma dove comincia il suo territorio e dove finisce il nostro? I confini che abbiamo tracciato sulla carta non sono necessariamente quelli della natura.


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Fare i conti

Insomma, il cinghiale è un animale selvatico e la sua è semplicemente esistenza. Non ha mai preteso di essere un lord. La sua presenza ci obbliga a fare i conti con una natura che non è uno scenario immobile, uno sfondo carino, ma una realtà mutevole e non sempre accogliente.

E sì, ci somiglia più di quanto crediamo. Ci ricorda il corpo, la fame, la paura, il desiderio di sopravvivere e conquistare. Tutte cose che preferiamo rivestire di ragioni e buone maniere, finché non siamo costretti a mostrare le zanne.

E non so perché, ma ora sento questa melodia arrivare da lontano e non lasciarmi più, e costringermi sì, a una sfrenata danza nella bruma autunnale cantando a squarciagola “spero che ritorni presto l’era del cinghiale bianco…”.

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