Il corvo: una storia tra meraviglia e pregiudizi

Retaggi culturali, il colore nerissimo, la letteratura e la cinematografia non gli hanno reso la vita facile. Che sia colpa anche della sua intelligenza?

Di Roberto Antonini

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

‘Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatta nell’arca e fece uscire un corvo per vedere se le acque si fossero ritirate. Esso uscì andando e tornando finché si prosciugarono le acque sulla terra’.
La Bibbia, ‘Genesi 8’ (C.E.I.)

Ad Agostino d’Ippona due animali proprio non andavano giù: l’orso e il corvo. Erano secondo il vescovo e santo della Chiesa cattolica l’incarnazione della diabolica e subdola intromissione del Maligno nella sfera degli uomini. Il plantigrado, secondo un’interpretazione un po’ affrettata di Aristotele, si riproduceva in quella che ben più tardi sarà conosciuta come la posizione del missionario: pancia contro pancia. L’unico mammifero ad adottare un’alternativa alla sola posizione praticata nel regno animale, quella con copulazione dorso-ventrale. Dunque: animale e uomo al tempo stesso. Insomma, Lucifero. L’orso sarà poi riabilitato qualche secolo più tardi da Theodore Roosevelt: nel 1902 il presidente americano durante una battuta di caccia si impietosì e non osò uccidere un cucciolo di orso bruno. Nella sua versione meno selvatica – quella del peluche o Teddy Bear, appunto – divenne un’icona, l’amico “so cute, so nice!” dei viziatissimi bimbi americani. Non così per il corvo. L’ostilità nei suoi confronti non conosce tregua. Dall’Antico Testamento a Primo Levi (in Se questo è un uomo, il corvo è l’annunciatore della “mala novella”), passando dalla cinematografia – nell’immaginario collettivo rimane ficcata la pellicola di Hitchcock Gli uccelli – il corvo è portatore di sventura e morte. Ma torniamo a Sant’Agostino: riprendendo un testo scritto tre secoli prima dallo storico e filosofo greco Plutarco, il Padre della Chiesa non si lascia intenerire dal volatile. Lo odia. È per lui il nemico da abbattere. È il diavolo. “Ha la mente distruttrice, il pensiero menzognero, il cuore empio, l’appetito avido di sangue. Non rispetta né templi né altari”.

Animale celebrato

Nel suo recente e intrigante Il Corvo. Una storia culturale il medievista francese Michel Pastoureau evidenzia l’impatto nefasto del monoteismo giudaico-cristiano sull’immagine che la quarantina di specie del genere ‘Corvus’ ha avuto nel corso dei secoli. Pessima a tal punto che il corvo sarà vittima di giganteschi “pogrom”. Veri e propri massacri, che la storiografia fa risalire alle campagne belliche di Carlomagno in Sassonia e Turingia. Siamo nell’Alto Medioevo, VIII secolo. L’ordine di sterminio riguardava in particolare il più grande dei corvi, uccello maestoso e inquietante: lungo più di 80 centimetri, apertura alare di oltre un metro e venti, e dal peso che superava i due chili. Il “re degli uccelli” secondo molte civiltà nordiche, i celti, i germani o gli scandinavi. Ci riferiamo in questo caso al ‘corvo imperiale’ (Corvus Corax), il più grande degli uccelli canori, che oggi troviamo soprattutto nei Paesi nordici (in Svizzera ne è recensito un paio di migliaia in tutto), l’unico tra l’altro a poter compiere evoluzioni a pancia in su, animale ben più imponente del corvo comune, della cornacchia nera e delle taccole così presenti nella nostra quotidianità e che tendiamo a confondere. Di fatto fanno tutti parte della stessa famiglia (Corvidae) che comprende anche volatili come le gazze o le variopinte ghiandaie.

Nel linguaggio comune, sottolinea l’etologo tedesco Crod Riechelmann, (autore di Il corvo, testo divulgativo e molto piacevole pubblicato da Marsilio) tendiamo a chiamare ‘corvo’ gli uccelli neri più grandi, mentre “cornacchia” designa quelli più piccoli. Visione distorta e non molto scientifica. Poco importa. Anche gli anglosassoni tendono a confondere crow (cornacchia) con raven (corvo). A noi, personalmente, piacciono e intrigano entrambi. Ma così appunto non la pensavano in molti.
In realtà tutti conoscono (o pensano di conoscere) i corvi, ma i corvi non piacciono (quasi) a nessuno. “Si potrebbe dire che la civiltà umana si sia svolta sotto l’occhio vigile dei corvi”, scrive ancora Riechelmann: la sua riflessione si basa sul fatto che i corvi sono ben più anziani di noi (avrebbero forse ventisette milioni di anni, contro i soli 2,5 milioni dei nostri antenati australopitechi) e ci hanno seguito e osservato dai primordi della civiltà. Sempre lì, appollaiati a guardarci. “Ci stanno vicino da sempre, eppure non si sono mai fatti addomesticare per un residuo di selvatica irriducibilità”, scrive il filosofo della scienza Telmo Pievani. Erano già lì coi normanni di Guglielmo il Conquistatore per cibarsi delle carcasse dei loro animali o… per banchettare coi cadaveri dei loro nemici. E furono proprio questi vichinghi a farne l’animale totemico da esporre sul sacro vessillo.
Nel pantheon scandinavo il corvo era assurto a uno statuto di quasi divinità, consigliere inseparabile di Odino, principio dell’Universo e padre degli dei come Thor, dio della sapienza e della guerra, condottiero capo nella battaglia contro il caos. Odino, oltre che dai lupi Geri e Freki, è sempre seguito da Huginn (che incarna il pensiero) e Muninn (che rappresenta la memoria), due corvi che percorrono l’universo e che al tramonto, ogni sera, gli raccontano ciò che hanno potuto vedere. Come dire che quando noi pensiamo di guardare un corvo, in realtà è lui che guarda noi. Pastoureau ci fornisce questa lettura: “Muninn e Huginn sanno tutto, conoscono il passato, il presente e il futuro, conoscono il cuore degli uomini, puniscono i vili, proteggono e ricompensano i valorosi guerrieri”. Nelle saghe normanne, i corvi sono uccelli tutelari dei marinai e spesso sulle vele delle imbarcazioni troviamo proprio rappresentazioni dei maestosi Corvus Corax. Anche per i celti, corvi e cornacchie – pure loro tendevano a vederne una specie unica – che chiamavano bran erano ammantati da un’aura mistica che ne facevano delle semi-divinità. Il corvo era il principale consigliere del più importante degli dei, Lug, che per le sue caratteristiche potremmo considerare presso quei popoli un po’ l’equivalente dell’Apollo greco. Lug ascolta attentamente tutto quanto gli dice il suo assistente, che come per i Vichinghi ha doti straordinarie di osservazione e veggenza. E – ci spiega ancora Michel Pastoureau – non sono rare le leggende che raccontano del ruolo che i corvi di Lug hanno svolto nella fondazione di diverse città: Lione (Lugdum in latino, dunque etimologicamente “la collina di Lug), ma anche Londra o… Lugano (in realtà, seppur intrigante, si tratta solo di una delle diverse ipotesi avanzate dagli studi toponomastici).

Nel fan club dei corvi: Plinio il Vecchio

I romani non si esaltarono certamente come i nordici per questo pennuto. Ma anche loro furono ammaliati dalla sua perspicacia, dalle sue capacità mnemoniche e dalle doti profetiche. In questo, come in molti altri ambiti, accolsero il retaggio del mondo greco che rappresentava il corvo il più delle volte accanto al dio Apollo (così come altri animali: il delfino, il lupo, il gallo, il cigno). Questi, stando a quanto si può leggere nelle Metamorfosi di Ovidio, fu però l’artefice della punizione che condannò per sempre il nostro corvo al colore nero, che la tradizione religiosa cristiana associò poi al diavolo. In breve: Coronis, la bella principessa di cui il dio della poesia e figlio di Giove era innamorato, è sospettata di infedeltà dallo stesso gelosissimo Apollo. Che chiede al suo fidato corvo di sorvegliarla. Ma quest’ultimo, che era bianco, si distrae un po’ e non si accorge che la bella fanciulla approfitta dell’assenza dello stesso Apollo per avviare una tresca, questa volta con un mortale uomo. Inferocito Apollo decide che da allora in poi tutti i corvi avrebbero avuto le piume nere.
Nero o bianco che fosse originariamente, il ‘Corvus’ affascina Plinio il Vecchio, la cui Naturalis Historia è uno straordinario e imprescindibile trattato naturalistico sulle conoscenze dell’epoca in materia di fauna, botanica, farmacologia o mineralogia. Il filosofo naturalista, nato a Como e ucciso dall’eruzione del vulcano che seppellì Pompei ed Ercolano nel 79 d.C., sfata alcune dicerie – secondo cui i corvi si accoppiano attraverso il becco, baciandosi – che già avevano suscitato molte perplessità da parte di Aristotele e sostiene che “sembrano essere i soli uccelli capaci di comprendere ciò che gli auspici presagiscono”. Sono dunque in grado di predire il futuro e si capisce quando l’augurio è particolarmente infausto “quando questi uccelli emettono gridi soffocati come se stessero per essere strangolati”. Di sicuro, ci diranno più tardi gli etologi, sono in grado di anticipare la morte imminente di un cervo malato o ferito che si allontana zoppicante dal branco. I corvi in effetti hanno bisogno di quantità enormi di proteine, seguono per esempio i branchi di lupi o di coyote per poter poi cibarsi delle carcasse delle loro prede. Non essendo rapaci, non riescono né col becco né con le zampe a penetrare nella pelliccia di molti animali: devono profittare di una ferita oppure cavano gli occhi, via maestra per raggiungere il cervello della preda.
La storia più straordinaria che ci è raccontata da Plinio il Vecchio, sempre nel ‘Libro X’ delle Storie Naturali, vede quale protagonista un corvo che imparò a parlare e che ogni mattina a Roma volgendosi verso i fori imperiali salutava nell’ordine l’imperatore Tiberio, i suoi figli Germanico e Druso e infine la folla dei Romani. Il volatile fu però ucciso da un commerciante (secondo il quale gli escrementi dell’uccello gli avevano sporcato i calzari) suscitando inaudito scandalo e unanime riprovazione. Il ‘corvicida’ fu trucidato dalla folla inferocita e si celebrarono le esequie del corvo in pompa magna: il feretro fu portato da due etiopi lungo la via Appia in una cerimonia alla quale prese parte una folla senza precedenti.

La svolta cristiana

Se il cristianesimo nell’Alto Medioevo non prende di mira solo il corvo (oltre al già citato orso vi sono pure il lupo, il cervo o il cinghiale) fa comunque del volatile il bersaglio preferito. È per natura associato alla morte, è necroforo. Certo. Ma non solo. Una delle ragioni è certamente politica: si trattava di lottare contro i culti germanico-pagani. La seconda – più fragile e ambigua, di matrice teologica – accomuna cristiani ed ebrei (che fanno del corvo un animale impuro). Il corvo tradisce Noè, non torna nell’arca per informarlo sulla fine del diluvio, anzi ne approfitta per cibarsi dei cadaveri che galleggiano. Ci penserà la colomba (bianca, dunque pura) a rientrare con un ramoscello d’ulivo nel becco, prova inconfutabile che le acque si erano ritirate. Attorno all’anno mille si precisa l’immagine del diavolo nelle rappresentazioni cristiane: è scheletrico, rivoltante, i piedi biforcuti. E soprattutto è di color nero. Il corvo mangia gli occhi dei cadaveri: una metafora del diavolo che ci acceca per carpire la nostra anima.
La maledizione che si abbatte sul povero corvo ne giustificherà lo sterminio in Europa per diversi secoli: solo nel 1979 il Parlamento europeo decide di proteggere tutti gli uccelli canori senza eccezione, ponendo così fine alle stragi di corvi. La tradizione teologica è tuttavia ambigua: se da una parte ha marchiato con uno stigma il povero volatile, dall’altra, a tratti, ne ha fatto l’alter ego dell’aquila, simbolo del Cristo: è proprio un corvo, portandogli ogni giorno un po’ di pane e un po’ di carne, a consentire al profeta Elia di sopravvivere nel deserto. La bella iconografia del libro di Pastoureau ci mostra un’immagine medievale in cui il corpo di San Vincenzo, il martire condannato a morte dall’imperatore Diocleziano, viene protetto proprio da un corvo. Più vicino a noi, due corvi troneggiano sullo stemma dell’Abbazia di Einsiedeln (in basso, ndr): sono loro che più di mille anni fa erano riusciti a far catturare gli assassini dell’eremita San Meinrado.

Quando l’intelligenza suscita sospetti

Anche se Esopo e Jean de La Fontaine ne fanno nelle loro fiabe un animale meno intelligente della volpe, è molto probabile che siano proprio l’ingegno e la perspicacia del corvo a spiegare gli eccessi che suscita: ammirazione, timore, ostilità. Le 43 specie del genere ‘Corvus’ sono in effetti particolarmente intelligenti: i corvi non sono guidati ciecamente da istinti e ormoni, ma imparano, sono flessibili e in particolare i corvi imperiali – scrive Pievani – hanno personalità distinte, comunicando emozioni, e reagiscono come se ci capissero. All’immagine di doppiezza e al pregiudizio che ne fa esseri infingardi – entrambi veicolati dalla Chiesa – i corvi contrappongono un forte senso della famiglia e un’assoluta fedeltà coniugale! Si riconoscono tra di loro, hanno una memoria ferrea, sono anche manipolatori, interagiscono con gli umani. Sanno contare fino a 12 (Pastoureau). Sono capaci di riconoscersi allo specchio, prerogativa di poche specie oltre alla nostra, come elefanti e delfini. Cornacchie che fanno snowboard sui tetti spioventi usando tappi di bottiglia a mo’ di tavola, corvi che per raggiungere l’acqua in fondo a un tubo ne alzano il livello buttandoci dei sassolini: troviamo tutto questo semplicemente con una piccola ricerca su Google. Betty e Abel – due corvi della Nuova Caledonia studiati dagli etologi di Oxford – sono riusciti addirittura a estrarre un pezzo di carne incastrato in un cilindro di vetro prendendo del fil di ferro e piegandone un estremità a uncino usando zampine e becco. Niente a che vedere con l’animale che preannuncia le tenebre, che ripete ossessivamente “nevermore” (“mai più”), reso celebre da Edgar Allan Poe in quella che è forse la poesia più nota al mondo, The Raven, un animale che il romanticismo ha sempre associato al freddo, all’inverno, alla morte. Per fortuna ci hanno pensato i britannici a rivalutare l’immagine dei corvidi: nella torre di Londra un ‘ravenmaster’ (maestro di corvi) accudisce dei Corvi imperiali ai quali nel lontano XVII secolo Re Carlo II aveva associato la salute e la sopravvivenza della Corona. Uno solo dei corvi reali sopravvisse ai bombardamenti nazisti e Winston Churchill ne ordinò il ripopolamento. Recentemente uno di questi Corvus Corax è riuscito addirittura a impressionare anche l’imperturbabile e glaciale Vladimir Putin: lo ha salutato con un melodioso “Good Morning“.


© Franco Cavani

NOTA:
Le illustrazioni che arricchiscono queste pagine e la copertina sono opere dell’artista e grafico ticinese Franco Cavani. Alcune di queste sono state esposte alla galleria del Bar Pinard in Piazza Molino Nuovo (Lugano), un ritrovo pubblico che, dopo la positiva esperienza con Cavani, mira a promuovere altri artisti poco conosciuti.


Un corvo ‘umanizzato’ creato da Franco Cavani per il portale Naufraghi/e (naufraghi.ch).

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