Viaggiare lontano per tornare a sé stessi

La storia di Gemma Panzera che ha messo in pausa la sua vita in Ticino per trascorrere sei mesi nel Sudest asiatico

Di Samantha Ghisla

Sei mesi dedicati all’esplorazione di Singapore, Malesia, Thailandia, Filippine, Australia e Polinesia Francese. Gemma Panzera racconta gli insegnamenti più preziosi durante quest’avventura nata quando ha deciso di mettere in pausa la sua vita in Ticino.

Una frase attribuita a S. Agostino sostiene che “il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge solo una pagina”. Gemma Panzera, nata nel 1997 a Locarno, conosce bene questo libro. Potremmo dire che viaggiare per lei è effettivamente un modo di leggere il mondo, sia quello esteriore che quello interiore. Spinta dal desiderio di vivere emozioni forti, come le piace fare di consueto, a fine 2025 Gemma ha deciso di mettere in pausa la sua vita in Ticino (lavoro compreso) e di viaggiare per sei mesi alla scoperta del Sud-est asiatico. Una classica partenza con lo zaino in spalla («troppo grande – scherza lei –, ma poi si impara») e senza biglietto di ritorno. L’abbiamo incontrata ora che è rientrata a casa e che quello zaino l’ha appena svuotato, anche se ammette di averci messo diversi giorni perché disfare i bagagli avrebbe ufficializzato la fine dell’esperienza.


© G.P.

Il concetto di tempo

Ma riavvolgiamo il nastro e torniamo alla decisione di partire. «Qualche anno fa ho perso mia mamma quando aveva 65 anni, proprio l’età del pensionamento. Da allora il concetto di tempo è cambiato, mi sono resa conto che la vita passa in un soffio e non vale la pena rimandare le cose per paura o perché non ci si sente pronti», racconta. In seguito a questo lutto, Gemma ha affrontato un momento difficile sfociato in un burnout. «Nella nostra società, in cui tutti siamo abituati a correre, risulta difficile prendersi del tempo per elaborare eventi molto forti come la perdita di un genitore. Alla fine ho avuto un crollo», continua Gemma, spiegando che quest’emozione forte l’ha portata a chiedere un congedo lavorativo che le ha permesso di partire.


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La meta? Una parte di mondo che le trasmetteva un’atmosfera spirituale di cui sentiva di avere bisogno. «Mai scelta fu più azzeccata». Il sorriso della nostra interlocutrice si apre ripensando alle sei nazioni visitate (Singapore, Malesia, Thailandia, Filippine, Australia, Polinesia Francese) e ai 25 luoghi vissuti durante 24 settimane.

Un viaggio denso di culture diverse, colori, odori, cibi, persone, tanti ostelli e altre soluzioni per dormire. Stancante, ma al contempo arricchente. «All’inizio volevo vedere e fare tutto, ma dopo il primo mese ho capito che non potevo avere gli stessi ritmi della vita di tutti i giorni. Se arrivavo in un posto e mi piaceva, decidevo di rimanere più a lungo. Ero molto libera, una libertà che poteva quasi far paura», aggiunge Gemma.

Libertà quasi assoluta

Le chiediamo di far vivere anche a noi questa sensazione, accompagnandola con l’immaginazione in una giornata ideale. Sulla sveglia non ci sono dubbi, e nemmeno sul luogo: «Siamo sull’isola di Malapascua, nelle Filippine. Ci svegliamo presto per andare a vedere l’alba e poi ci dirigiamo al centro di immersioni, una grande passione trasmessami da mio padre. Sott’acqua ci sono coralli, pesci, anche lo squalo volpe. È un mondo ricco, così denso di colori ma soprattutto silenzioso. Senti solo il tuo respiro ed è molto meditativo. In seguito un bel brunch sulla spiaggia e poi ci si gode il pomeriggio. Non bisogna per forza fare mille attività, vale la pena vivere in modo lento, senza aspettative e senza dover dimostrare niente a nessuno. Essere, punto. Infine si va ad ammirare il tramonto, magari sulla spiaggia dove ci sono dei musicisti che salutano la giornata con dei brani. Poi una buona cena a base di cibo locale, durante la quale si osservano le persone che interagiscono tra loro. È un po’ come andare al cinema: non perché sia una finzione, bensì perché è un mondo in cui non siamo abituati a vivere».


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A proposito di interazioni, partire da soli non significa per forza viaggiare in solitaria. «Il viaggio e il luogo lo fanno le persone che incontri – sottolinea Gemma –. Per esempio in Polinesia la natura era spettacolare ma essendo una meta poco gettonata dai backpackers, mi è mancata un po’ di interazione sociale. Nel resto del viaggio è stato facile conoscere tante persone, motivate, piene di gioia e di vita, diverse o simili a noi. Poche però diventano conoscenze profonde; si tratta di quattro persone con cui ho condiviso una parte di esperienza, che mi hanno insegnato tutte qualcosa di diverso e con cui sono in contatto anche adesso».


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Ben più che souvenir

Nello zaino con cui è tornata, ha portato quindi nuove amicizie, ma anche molti preziosi insegnamenti raccolti lungo il cammino. «Durante la prima parte è stato importante imparare a non controllare tutto e a non riempire a dismisura l’agenda. Quando sono arrivata al punto di non sapere che giorno fosse, ho toccato con mano una libertà che cercavo da tanti anni. È necessario affidarsi alla vita, all’universo, all’energia, alle sensazioni», racconta Gemma, aggiungendo un altro fondamentale souvenir di viaggio che riguarda il concetto di tempo. «Siamo abituati a essere sempre performanti e a pensare che se ci fermiamo un attimo stiamo buttando via tempo. In realtà è un concetto che non esiste! In una società come la nostra annoiarsi è un privilegio immenso. Non tutti i giorni devono essere pieni; solo fermandoci riusciamo a sentire i nostri bisogni».


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L’essenziale

Durante il viaggio, Gemma è ad esempio riuscita a lasciare andare la necessità di avere troppi oggetti. «Impari a vivere con poche magliette e due pantaloncini e ti rendi conto che non serve altro, anzi, apprezzi di più quello che hai». Un po’ di shopping però è stato inevitabile, e un acquisto in particolare è stato significativo. «Esattamente a metà viaggio, nelle Filippine, ho comprato un ukulele, che mi ha colpito durante un momento di festa. Ho pensato che sarebbe stato bello avere un oggetto che mi trasmettesse la sensazione di pace che provavo in quel momento. Ho anche imparato a suonarlo un po’ nelle Filippine, mentre stavo vivendo in una comunità di hippie. Ovviamente è stato ingombrante da portare in giro per altri tre mesi, ma porta con sé bellissimi ricordi».


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Caro diario di viaggio

Ricordi da suonare e altri da ascoltare, impressi nel suo podcast Caro diario di viaggio. Nato durante viaggi precedenti grazie all’interesse suscitato dapprima nella sua cerchia di amicizie e poi anche in sconosciuti che l’avevano contattata su Instagram, Gemma ha trasformato i messaggi vocali in cui leggeva i suoi diari di viaggio in vere e proprie puntate, con riflessioni e consigli sui luoghi visitati, ma anche con lezioni imparate durante le sue avventure in giro per il mondo.


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La prossima, a proposito, dove sarà? «Si tratta di un’attività che avrei già voluto fare durante questi sei mesi – ci svela –, ma non sono riuscita e me ne sono pentita». Sarà un viaggio, certamente, ma questa volta interiore. «Desidero partecipare a un ritiro di meditazione Vipassana, in cui si rimane per 10 giorni in silenzio, senza oggetti tranne quelli essenziali. Magari quest’esperienza mi darà delle risposte che ad oggi ancora non ho».

Anche in questo caso serve il coraggio di uscire dal comfort delle proprie abitudini, ma anche dal controllo di ciò che succede dentro e fuori di noi. Potrebbe sembrare spaventoso, ma, per usare le parole di Gemma, «che cos’è più temibile: il fatto di partire o di non averci mai provato?».


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