Lucciole, le sentinelle della meraviglia umana
Libertà e meraviglia, come quelle lucine intermittenti nel buio della notte, come quell’età in cui tutto è possibile, come una danza d’amore
Di Valentina Grignoli
Approfittando della pausa estiva e della canicola che obbliga ai pomeriggi tappati in casa al buio, mi sono messa a riordinare degli impolverati cd. Un viaggio nel tempo. E allora eccomi lì di fronte a un album (‘Fuori come va?’ di Luciano Ligabue) che allora cantavo a squarciagola, guidando in quelle notti d’estate, piene di promesse. Avevo 22 anni e ‘Il campo delle lucciole’ era uno dei miei brani favoriti. Libertà e meraviglia, come quelle lucine intermittenti nel buio della notte, come quell’età in cui tutto è possibile, come una danza d’amore.
Per la lucciola la luce è infatti un richiamo d’amore. Da milioni di anni, tra giugno e luglio, il suo corpicino si fa scintilla per ammaliare e sedurre un partner. È la bioluminescenza, un fenomeno straordinario per il quale nell’addome dell’insetto una sostanza chiamata luciferina, insieme all’azione dell’enzima luciferasi e alla presenza di ossigeno, produce una reazione chimica che trasforma l’energia in luce. Una luce fredda, perché non disperde calore. E così, quella che per noi appare come una magia notturna è, per la lucciola, un messaggio concreto e necessario, destinato al futuro compagno.

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Magico bagliore
Eppure quella stessa luce, così intima e biologicamente necessaria, per l’uomo nei secoli è diventata qualcosa di molto più grande. La lucciola, magico bagliore, è entrata nelle leggende, nella poesia, nella filosofia, fino a diventare una metafora del nostro rapporto con la natura, con la società e con il nostro tempo. E partiamo proprio dal presente, con l’ecologia. La lucciola infatti è una sentinella, la sua presenza dice l’equilibrio di un ambiente. Vive in prati non troppo alterati, ai margini dei boschi, in luoghi dove il suolo conserva la vita e dove le sue larve possono nutrirsi di piccoli invertebrati. E se la sua presenza è lì a dirci, appunto, ‘Tranquilli, qui tutto bene’, è con la sua assenza che bisogna preoccuparsi. Infatti la sua scomparsa è dovuta alla perdita degli habitat, per i pesticidi, la trasformazione del territorio o l’inquinamento luminoso. La luce artificiale non permette il corteggiamento, e un suolo impoverito le nega la vita. E questo, andrebbe ricordato, non vale solo per le lucciole.
Sentinelle, anche metaforiche
Quando scompaiono non perdiamo solo un insetto, ma soprattutto una relazione con la notte e la campagna che ci circonda. E questa è un’intuizione arrivata anni prima che il declino delle lucciole diventasse un tema ecologico, un’intuizione che trasformerà un piccolo insetto in una delle metafore più potenti del Novecento italiano. E ha sempre a che vedere con le sentinelle. Il primo febbraio 1975 Pier Paolo Pasolini pubblicava sul Corriere della Sera un articolo Il vuoto del potere in Italia, destinato a passare alla storia come L’articolo delle lucciole (questo il suo titolo in Scritti corsari).

Per il celebre intellettuale italiano, le lucciole non sono soltanto gli insetti che illuminavano le campagne della sua infanzia, anche se da questa immagine si parte, ma anche il simbolo di un mondo in via di estinzione. La loro sparizione coincide infatti con la trasformazione dell’Italia contadina, con l’avanzare del consumismo e con un’omologazione culturale che cancella differenze, modi di vivere, memoria. Un altro monito potente, che anche oggi dovremmo tenere presente. La luce delle lucciole è il contrario della luce artificiale del nuovo potere, è piccola, intermittente, fragile, appartiene alla biodiversità, e alla diversità umana, alle culture periferiche. Una luce che non ambisce a illuminare tutto senza ombre, ma che sta a mostrare la danza di svelamenti di un puntino nel buio tra i fili di grano.

Georges Didi-Huberman riprenderà le fila del discorso pasoliniano nel libro Come le lucciole, proponendone una nuova versione. Le lucciole, per il filosofo francese e storico dell’arte, non sono scomparse del tutto, ma sono solo più difficili da vedere. Continuano a esistere, nelle forme di resistenza, nei gesti minimi, nelle voci che non si adeguano, nelle immagini dell’arte e della poesia.
Nella cultura popolare
Attenzione però, il poetico e resistente insetto non è mica solo appannaggio del mondo intellettuale. Esiste un vasto immaginario popolare che lo annovera tra i suoi protagonisti. In alcune tradizioni europee il bagliore notturno della lucciola è associato alle anime dei defunti e agli spiriti dei boschi, presenze benevole che si affiancano ai vivi. Sia che si creda che averla porti fortuna, sia che invece non vada assolutamente catturata, la lucciola rimane per la cultura popolare però anche una rappresentante del mondo selvatico e non può essere trattenuta senza conseguenze! Non va dimenticata la metafora a lei collegata poi nella lingua italiana: “lucciola” è – forse a partire o forse a ispirare quel brano del 1927 Lucciole vagabonde –, sinonimo di prostituta. La donna che richiama alla passione con un lanternino nel buio della notte. Vulnerabilità ed esposizione allo sguardo e al giudizio: è ancora una volta l’uomo che aggiunge significati.
Nella letteratura, per grandi e piccini
La letteratura ci restituisce mistero e poesia. Uno dei tanti esempi, Giovanni Pascoli, con quell’attenzione ai piccoli abitanti misteriosi e carichi di significato di cui è costellato il paesaggio naturale. È in questi versi (da: In campagna – Stoppia, nelle Myricae) che la intravediamo:
(…)
Pei nudi solchi trilla trilla il grillo,
lucciole vanno per i solchi bruni.
E nella sera, con ansar di lampo,
cercano il grano nel deserto campo;
mentre tuttora, là, dalla riviera,
romba il mulino nella dolce sera.
Inseguendo la sua luce possiamo seguire le sue avventure anche nella letteratura per l’infanzia, nel bell’albo illustrato Lucciole e piume (Fontana edizioni), ambientato ai piedi dei Denti della Vecchia. Qui le lucciole sono protagoniste di una favola ecologica nella quale la strega Melchisedecca, egoista e buffa, decide di catturarle per conservarne per sé la luce. Ma quella luminosità non può essere posseduta, perché appartiene all’equilibrio del bosco.

Rimanendo nel mondo di chi ancora è capace di meravigliarsi per il loro bagliore, un’opera che racconta bene la fragilità della luce di questi insetti è il film di Isao Takahata (famiglia Ghibli) La tomba delle lucciole, dove il loro breve splendore è a immagine dell’infanzia e della memoria.
E alla fine di questo viaggio, per la lucciola la luce resta sempre un biologico richiamo d’amore. È la necessità umana di vedersi rispecchiati nella misteriosa natura che ci sfugge e che ci circonda, ad averla trasformata in poesia, nostalgia, denuncia, speranza.
