Psicologia e tarocchi, oltre la divinazione
La mente legge le immagini in base al proprio bagaglio esperienziale… Proviamo a capire come, insieme alla psicanalista Giulia Raiteri
Di Katiuscia Cidali
Ai più razionali sembrerà improbabile, ma per la psicologia junghiana i tarocchi possono rivelarsi strumenti di terapia sorprendenti. La nostra mente legge le immagini sulle carte in base al proprio bagaglio esperienziale, originando riflessione. Proviamo a capire come, insieme alla psicanalista Giulia Raiteri.
Pensavo di entrare in sala, sedermi composta e assistere a una particolare performance teatrale. Fine, sipario. E invece no: cambio di scena. Mi ritrovo dentro una roulotte, luce soffusa, profumo d’incenso… e io lì, a farmi leggere i tarocchi, a metà tra spettacolo e gioco. Ancora adesso non so bene come ci sia finita in quella roulotte, proprio io che davanti a queste cose inarco un sopracciglio e impugno il metodo scientifico come fosse uno scudo. Eppure, con una mia amica, mi ritrovo lì a scegliere carte come se stessi osservando il mio destino da un menù illustrato. Ascolto i significati, annuisco e inizio pure a trovarci un senso. Anzi, di più, ho la netta sensazione che quelle immagini stiano parlando proprio di me.
Le carte sembrano uno specchio: riflettono esattamente ciò che sto vivendo, e come se non bastasse si permettono anche di suggerirmi cosa cambiare. Ma quindi? Magia… o autosuggestione ben vestita? In realtà quelle risposte le conoscevo già, nascoste da qualche parte tra razionalità e intuizione, e le carte hanno solo fatto da traduttrici simultanee del mio caos interiore. È da lì che è iniziato tutto, le domande e le curiosità. Non tanto sui tarocchi in sé, ma su di noi. Su come basti un mazzo di immagini per farci guardare dentro, per smuovere qualcosa. Perché, alla fine, le carte non parlano davvero. Ma noi, davanti a loro, sì.
Esplorare l’inconscio
Addentrandomi in questo mondo finora a me ignoto, scopro che lo psichiatra e psicanalista svizzero Carl Gustav Jung, nato nel 1875, utilizzava i tarocchi come strumento per esplorare l’inconscio. La cosa mi incuriosisce parecchio e per saperne di più decido di rivolgermi a Giulia Raiteri, psicanalista di orientamento junghiano, con uno studio a Lugano. «Jung iniziò a interessarsi ai tarocchi intorno al 1930 e ne parlò pubblicamente durante una conferenza sugli archetipi. Li presentò, in particolare gli arcani maggiori, come una possibile rappresentazione dell’inconscio collettivo». Gli archetipi sono simboli e schemi di comportamento universali, radicati nell’inconscio collettivo. Jung li studiò come strutture innate della psiche umana, ricorrenti in miti, fiabe e culture diverse. Proprio questi simboli danno forma ai racconti: è per questo che storie e romanzi riescono a toccare corde profonde, risvegliando emozioni condivise e universali. Troviamo quindi figure come la madre, il padre, il fanciullo, il sovrano, il saggio, l’eroe, il mago, la strega, l’ombra, l’anima.

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Carl Gustav Jung (1875-1961)
Di questi principi cambia nei secoli l’immagine che li rappresenta ma non il loro contenuto, il loro significato profondo. Un eroe o un’eroina del passato potrebbero essere oggi personaggi della Marvel, così come la rappresentazione di una madre del passato, con i suoi abiti e i suoi valori potrebbe essere diversa dalla rappresentazione di una madre moderna, dinamica e multitasking, ma di questa madre non cambia il significato profondo che noi continuiamo a cogliere nonostante la differente immagine. Questo è l’archetipo, un concetto, un contenuto a cui, come genere umano, attribuiamo un medesimo significato dall’inizio della nostra storia, anche se dotato di infinite possibilità di rappresentazione nelle diverse epoche storiche. «I tarocchi racchiudono immagini simboliche in cui ciascuno può riconoscersi». Chiediamo quindi qual è il meccanismo che si innesca quando le persone si riconoscono in queste rappresentazioni. «Sono immagini estremamente riconoscibili, che parlano direttamente all’inconscio collettivo», spiega. Non a caso, Jung utilizzava talvolta le carte in ambito terapeutico, non con intento divinatorio, ma come stimolo proiettivo: chiedeva ai pazienti che cosa suscitassero in loro, quale significato attribuissero a una determinata immagine.

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Simile all’interpretazione dei sogni
Il meccanismo è simile a quello dell’interpretazione dei sogni: emerge un’immagine e l’attenzione si concentra su ciò che evoca, su come viene vissuta soggettivamente, su ciò che può rivelare dell’inconscio. «Il lavoro si sviluppa dunque sulla risonanza emotiva dell’immagine, esattamente ciò che accade anche con le carte».
Per fare un esempio, si può considerare la figura dell’Appeso, che rappresenta il sacrificio necessario per acquisire una nuova prospettiva. «È raffigurato a testa in giù, mentre perde le monete dalle tasche: fa un sacrificio per cambiare il proprio sguardo sul mondo. Allo stesso modo, la Torre colpita dal fulmine simboleggia un crollo necessario, utile a spezzare vecchie strutture di pensiero e costruirne di nuove», spiega Raiteri. Da qui – prosegue – la possibilità, per ciascuno, di riconoscere nelle carte qualcosa della propria esperienza. Ogni interpretazione dell’archetipo, dell’immagine, si modella infatti sul vissuto e sul momento presente di chi osserva. Raiteri riprende Jung che diceva: “Possiamo prevedere il futuro quando sappiamo come il momento presente si è evoluto rispetto al passato”.
In sostanza, il modo in cui percepiamo ciò che stiamo vivendo nasce dalle nostre esperienze passate, che influenzano il nostro sguardo presente e contribuiscono a creare la nostra prospettiva sul futuro. «Le carte sono uno specchio interiore: uno strumento con cui ciascuno può confrontarsi, dove gli archetipi dell’inconscio collettivo si intrecciano con l’esperienza del presente e con l’inconscio personale».
Uno specchio interiore
La nostra interlocutrice tiene a precisare che non legge i tarocchi: «Mi interesso però di simbolismi, di simbologie e di rappresentazioni, quindi utilizzo le immagini del mito, quelle delle fiabe, così come le immagini dei tarocchi». Tra l’altro, nel suo studio, Raiteri tiene appese al muro tutte le carte dei tarocchi: «Sono interessanti proprio per la simbologia che rappresentano. A volte i pazienti le notano e si soffermano su una carta in particolare; da lì nasce una riflessione. I significati che ciascuno vi riconosce sono spunti preziosi da approfondire nel percorso terapeutico».
In conclusione, i tarocchi non hanno nulla di magico, ma sono dotati della ‘magia’ dell’archetipo; ci aiutano a leggerci dentro con la forza di uno specchio interiore, proprio come avviene quando sogniamo, poiché le immagini del sogno parlano a noi e di noi, del nostro inconscio e del nostro mondo interiore.

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