L’oro degli Elvezi

Oggi come ieri, l’oro continua a interessare, e affascinare, noi umani che nella sua lucentezza scorgiamo un riflesso del potere vivificatore del sole

Di Marco Horat

Il nostro viaggio odierno a ritroso nel tempo parte da un fatto di attualità: la valutazione dell’oro che ha raggiunto i massimi livelli sui mercati internazionali qualche mese fa; un bene rifugio privilegiato da privati e banche in tempi grami come quelli nei quali stiamo vivendo. Molti ne hanno approfittato: chi per fare grossi investimenti e relativi guadagni, chi per raggranellare un po’ di soldi vendendo gioielli di famiglia.

L’oro insomma continua a interessare, e affascinare, noi umani che nella sua lucentezza scorgiamo forse un ancestrale riflesso del potere vivificatore del sole. Un rapporto iniziato millenni or sono anche dalle nostre parti. In particolare parlo di una delle più importanti tribù della galassia celtica che popolava durante l’Età del Ferro (I millennio a.C.) buona parte dell’Europa a nord delle Alpi: quella degli Elvezi, i primi svizzeri si potrebbe dire, raccontati da Cesare nel De bello gallico, poi sconfitti dallo stesso nel 58 a.C. a Bibracte.

Per noi l’abbrivio, poco glorioso, di una storia documentata dell’identità nazionale, quale si cercava all’indomani della fondazione della Confederazione Elvetica; siamo nel 1848. In quel momento si preferì quindi optare per un mito fondatore più glorioso e rassicurante: quello di Guglielmo Tell.

Le testimonianze

Elvezi ricchi in oro? Così pare. Ne parlano alcuni autori romani (non esiste una storia scritta dai Celti stessi), ma soprattutto preziosi reperti archeologici venuti alla luce sul nostro territorio in occasione di scavi e scoperte casuali nel corso degli ultimi decenni; di un ritrovamento in particolare dirò tra un momento. Tra gli autori vi è lo storico Posidonio che nel I secolo a.C., nella sua Geografia-volume IV, riferisce di “Elvezi, ricchi di oro, ma pacifici” (aggiungendo poi al contrario che sono terribili guerrieri, pronti di parola, che bevono molto, litigiosi, vanagloriosi e propensi alle pose tragiche e agli accessi di collera). Gente da rispettare, ma da prendere con le pinze.


© Wikipedia
Opera di Charles Gleyre raffigurante gli Elvezi che costringono al giogo i Romani (1858), allusione alla Battaglia di Agen

Venendo alla cultura materiale. Gli ori degli Elvezi era il titolo di una storica esposizione al Museo nazionale di Zurigo del 1991, allestita da un gruppo di archeologi guidati dall’allora direttore Andres Furger, con centinaia di reperti provenienti da musei svizzeri ed esteri, che tra giugno e luglio di quell’anno fece tappa anche al Museo d’arte di Lugano: gioielli di tutti i tipi, vasellame, monete auree, spille e fibule, lamine votive, oggetti rituali e altro ancora. Per l’occasione fu realizzato un grosso catalogo, stampato in quattro lingue, con articoli di approfondimento e immagini spettacolari; un punto di riferimento per studiosi e appassionati.


© Schweizerischen Nationalmuseums, Zurigo
Un anello con pietra, ritrovato nel 1868

La scoperta di un tesoro

Il nucleo della mostra era il celeberrimo Tesoro di Erstfeld, un insieme di sette oggetti d’oro – datati al 300 a.C. circa – di produzione celtica, tra i più importanti ritrovamenti effettuati in Europa: quattro collane rigide (o torques) e tre grandi bracciali, finemente lavorati partendo da lamine d’oro scolpite e decorate con la tecnica della ‘punzonatura’, per creare forme geometriche e immagini di esseri fantastici e di vegetali.


© Schweizerischen Nationalmuseums, Zurigo
Un dettaglio della lavorazione di una collana del Tesoro di Erstfeld

Il tesoro venne alla luce casualmente nell’agosto 1962 nella località urana, durante lavori di sistemazione di ripari antivalangari: due fratelli che lavoravano sul cantiere, per la cronaca Goffredo e Virgilio Ferrazza, se lo trovarono davanti rimuovendo un grosso blocco di pietra mediante l’impiego di una ruspa; e subito lo consegnarono coscienziosamente al Museo nazionale.


© Schweizerischen Nationalmuseums, Zurigo
Una collana di oro puro, Tesoro di Erstfeld

Gli studiosi stabilirono poi che doveva trattarsi di una deposizione rituale (gli anelli erano ben accatastati all’interno di una fessura della roccia); che la scelta del luogo poteva essere messa in relazione con passaggi verso sud delle popolazioni celtiche lungo la Via delle genti. Furono studiate le rappresentazioni sui torques, rapportabili tra l’altro al mito della divinità chiamata Signora degli animali, che corrisponde alla Artemide greca e alla Diana romana, legata al mondo della natura, ma che interessa anche l’uomo che con la natura conviveva.

Sincretismi

Opere d’arte complesse e di grande spessore che la dicono lunga sull’importanza di una cultura venuta da lontano e formatasi nel tempo con caratteristiche proprie, che saprà a sua volta influenzare la successiva civiltà romana; poiché le culture, come le epoche storiche, non vivono dentro compartimenti stagni, bensì si intrecciano e si influenzano le une le altre, al di là del tempo e dello spazio.

Il Tesoro di Erstfeld è oggi visibile nelle sale del Museo nazionale svizzero di Zurigo, inserito in un’ampia Sezione stabile dedicata all’Archeologia svizzera, diretta da Luca Tori, archeologo ticinese che ne ha curato l’allestimento. Un concetto molto attuale di presentare una testimonianza importante al di là della sua bellezza intrinseca e del suo valore, integrandola in un quadro più ampio di riferimento archeologico e storico che prende in considerazione anche altri reperti provenienti dal territorio nazionale, Ticino compreso.


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La zona del ritrovamento del Tesoro di Erstfeld

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