Quando Internet Relay Chat ci ha insegnato il ‘chatting’

Bastava un programma gratuito (ma mica sempre), un nickname e il gioco era fatto. L’universo IRC era costituito dall’anonimato, a volte problematico

Di Marco Narzisi

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione

Nato nel 1989 dall’idea del programmatore finlandese Jarkko Oikarinen, il sistema Internet Relay Chat, fra gli anni Novanta e i primi Duemila, ha spopolato in Rete. Bastava un programma gratuito (ma mica sempre), un nickname e il gioco era fatto. L’universo IRC era fatto di canali a tema, operatori onnipotenti e soprattutto l’anonimato, che poteva essere anche problematico.

C’era un tempo in cui per chiacchierare, o meglio chattare in Rete con decine, centinaia di utenti non era necessario fornire il proprio numero di telefono e indirizzo e-mail, o tantomeno presentarsi con il proprio nome e cognome, mostrare magari il viso e, soprattutto, condividere una mole immensa di dati personali con aziende private poste dall’altra parte del mondo. Bastava un programmino gratuito, a volte nemmeno quello, un nickname e voilà, benvenuti nel leggendario, nostalgico mondo di IRC, il sistema di chat che, fra luci e ombre, ha spopolato fra gli anni Novanta e i primi Duemila: un universo fatto di canali a tema, operatori onnipotenti, comandi semplici e, soprattutto, un totale anonimato.

Cos’è e come funziona

IRC (acronimo per Internet Relay Chat), nato nel 1989 per iniziativa dello sviluppatore finlandese Jarkko Oikarinen, è un protocollo, ovvero un insieme di regole che gestisce la comunicazione online attraverso l’invio di messaggi istantanei: non è un software, né un sito web, ma piuttosto una sorta di rete parallela, fondata su vari server interconnessi, a cui è possibile connettersi tramite un’interfaccia web (ad esempio un sito che lo ospita) o un software come il popolarissimo mIRC.

Il funzionamento è semplicissimo (e parliamo al presente perché IRC, sebbene in disuso, non è ancora morto come lo è invece, ad esempio, Skype): si apre il software o la pagina web, si sceglie un nickname (sperando non sia già in uso), e si accede al canale, ovvero alla “stanza” in cui si trovano tutti gli altri utenti. In genere si entra nel canale di cui si conosce già il nome, o in alternativa si sceglie da un elenco, se presente: esistono infiniti canali, la gran parte dei quali a tema, e in genere tutti pubblici, gestiti da uno o più utenti con funzione di operatore (il famoso o famigerato Op) e con il potere, ad esempio, di espellere, o meglio bannare un utente, silenziarlo temporaneamente, impostare il topic, ovvero l’argomento di discussione del canale, e così via.

Per circa due decenni, IRC è stato il principale mezzo di comunicazione online a distanza per milioni di utenti in tutto il mondo. Il segreto del suo successo è dato, principalmente, dalla semplicità di accesso e di utilizzo, dato che non è necessaria nessuna registrazione, né l’uso di alcun nome utente e password, e i comandi sono pochi e tutti testuali, in genere preceduti dal simbolo “/”: “/msg” per scrivere nel canale o a un singolo utente (nel famoso “pvt”, ovvero la chat privata, “/away” per impostare il proprio stato su Assente o “/me” per “eseguire” un’azione, ovvero far apparire un messaggio in terza persona come ad esempio “Peppe apprezza quanto viene detto”.

Un piccolo, grande spazio di anonimato

Fra chi ha vissuto la propria gioventù fra gli anni Novanta e i primi Duemila e aveva il pallino del Web ci sono due categorie di persone: quelli che hanno passato nottate intere su IRC e quelli che mentono. In quel piccolo grande spazio di totale anonimato e di comunanza di interessi con gli altri utenti del canale nascevano appassionati dibattiti, esilaranti scambi di battute e, spesso, devastanti flame, ovvero furiose litigate fra utenti che finivano, generalmente, con il ban di uno o più partecipanti che, regolarmente, si ripresentavano semplicemente cambiando nickname finché l’Op di turno, esasperato, non procedeva alla misura estrema del blocco dell’Ip, ovvero, per i profani, dell’indirizzo di connessione. C’erano poi i Bot, ovvero dei programmini che rispondevano automaticamente agli utenti e che potevano essere usati, ad esempio, per giochi a quiz.

Con la sua massiccia diffusione, IRC ha sostanzialmente contribuito alla nascita del moderno vocabolario e linguaggio delle chat, a partire dalla cosiddetta Netiquette, l’insieme di regole non scritte che gestisce le comunicazioni nella messaggistica istantanea (ad esempio il fatto che scrivere in maiuscolo equivale a urlare): le emoji che oggi usiamo su WhatsApp o Facebook Messenger sono nate su IRC in forma testuale (chi non ricorda 🙂 per indicare che si sta sorridendo?), così come termini come troll, flame, ban si sono diffusi in gran parte grazie ai canali IRC, insieme ad abbreviazioni (comuni soprattutto per gli anglofoni) come Brb (be right back) per dire “torno subito” o Lol (laughing out loud) per indicare qualcosa di molto divertente.

Il declino inesorabile

Con l’avvento dei social e delle app di messaggistica come WhatsApp, in grado di funzionare sugli smartphone e di offrire funzioni assenti su IRC come la comunicazione asincrona (ovvero la possibilità di scrivere all’utente anche se non è connesso) o l’invio di immagini o video e le videochiamate, IRC ha vissuto un inesorabile declino, alimentato dall’accresciuta consapevolezza dei rischi del Web, a partire dalla pedopornografia, in virtù della quale l’anonimato di IRC desta probabilmente vari sospetti e dubbi, così come la scarsa sicurezza delle conversazioni: basta pensare che su IRC l’Ip era del tutto pubblico, ciò che poteva permettere ad hacker e malintenzionati vari di combinare discrete quantità di danni.

La nicchia

Oggi IRC resta un mezzo di comunicazione di nicchia, una sorta di oggetto d’antiquariato per nerd incalliti: eppure, quella mole immensa di righe di testo, senza immagini o faccine animate, ha definito gran parte delle regole della comunicazione in chat che usiamo ancora oggi. Nel bene e nel male, IRC ha insegnato a parlarsi a distanza: lo ricordo così, mentre mi allontano dalla scrivania lasciando dietro di me un sentito “/afk”.

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