Giulia Fonti, fuoco indomito

‘Cerco e trovo uno spazio lento, dove le immagini possono nascere senza fretta. Questa, credo, è la forza del mio lavoro; per me un atto necessario’

Di Daniele Bernardi

Mi reco nel Mendrisiotto a incontrare l’artista luganese classe 1965. I suoi lavori, diversi gli uni dagli altri sia per tecnica che per formato, sono contraddistinti da un segno fortemente riconoscibile, che appare sovente come spezzato, ritorto o ferito, quasi un ricalco di cicatrici interiori e non. Si tratta di immagini in cui una dimensione onirica e sospesa aleggia un po’ ovunque, quasi a fare da habitat al soggetto immortalato. Visitando il sito di Giulia ho scoperto il suo atelier e mi sono deciso a contattarla, perché mi raccontasse del suo percorso.

Situato ai bordi di una delle stradine di Arzo, lo spazio Amélier si trova all’interno di un vecchio caseggiato che ospitava le attività culturali del paese (era la sede della banda e ancora oggi una sua piccola porzione è dedicata alla musica). Il luogo, all’interno, è di grande accoglienza e fascino: vi si scoprono ampi spazi dagli alti soffitti, come pure stanze minute, in cui è possibile ricavare una dimensione più raccolta. Da alcuni anni questi locali sono gestiti da Giulia Fonti, artista visiva che, da quando era ragazza, dedica la propria vita al disegno e alla pittura.


© Giulia Fonti

Educazione sentimentale

Nel rievocare la genesi della propria spinta a creare, i ricordi di Giulia vanno molto indietro nel tempo, a un cascinale di montagna situato in una zona per lei oggi non ben definita: «Ricordo vagamente una fontana e la mia gioia nell’immergere i piedi nel terreno fangoso che la circondava. Ricordo il piacere di modellare la materia, la melma scaldata dal sole in cui affondavo le mani. Venivo da una famiglia che aveva molto predisposto il mio spirito all’arte: mio padre era professore e nel mostrarmi le opere dei grandi maestri – da Giotto a Rembrandt – aveva cura di stimolare la mia capacità di osservazione, evidenziando per me i dettagli o la forza espressiva delle immagini. Era, la sua, prima ancora che un’iniziazione culturale, un’educazione sentimentale, emotiva, che passava attraverso i quadri. Mia madre invece è un’eccellente acquerellista, le cui opere incantavano i miei occhi. Avevo anche dei cugini musicisti e uno zio che gestiva un teatro. Insomma, in questo senso attorno a me il terreno era fertile».

Fuoco indomito

La concreta determinazione a essere artista arriva però, come spesso accade, negli anni dell’adolescenza, quando Giulia esce precocemente – e definitivamente – di casa. «Avevo un temperamento inquieto e molto ribelle, a causa del quale, molto giovane, ho pure vissuto un po’ pericolosamente», racconta riferendosi ai primissimi anni di formazione. «Le cose sono gradualmente cambiate quando sono entrata al CSIA, nella sezione di Arti decorative. Lì ho incontrato dei professori che erano dei veri artisti, che prendevano molto sul serio quello che facevo: da Nag Arnoldi a Luciano Marcionelli, da Piergiorgio Piffaretti a Daniele Cleis e Massimo Cavalli. Quel luogo, così alieno alle condizioni del vivere standardizzato, divenne per me un rifugio e un laboratorio. È lì che il fuoco indomito che mi governava, trasformandosi in linguaggio, è stato finalmente canalizzato. Di ciò sono molto grata, perché ha fatto sì che l’arte diventasse il mio mestiere».

La bellezza di ogni corpo

Si sa, gli incontri determinano la vita – siamo ciò che facciamo degli incontri che abbiamo avuto – e oltre a quelli con gli insegnanti della scuola d’arte, ce ne è un altro, molto singolare, del quale Giulia ci tiene a raccontarmi. «In quegli stessi anni me ne andavo sempre in giro coi pantaloni perennemente imbrattati, zeppi di disegni, perché quando mi mettevo a sedere, ovunque fossi, prendevo la penna e li usavo come supporto. Un giorno, sulla funicolare che porta in stazione, un signore – anziano, ai miei occhi – mi avvicinò lasciandomi un biglietto da visita. Mi disse di essere un artista e che cercava una modella. Io non gli diedi corda, pensando si trattasse del solito vecchio marpione.

Tempo dopo lo rincontrai e, rivolgendomisi, mi disse qualcosa come: “Ma per chi diavolo mi hai preso?”. Si chiamava Edmund G. Pielmann ed era un pittore tedesco, con una grande attenzione al corpo e allo studio delle sue forme. I suoi quadri ricordavano quelli dell’espressionismo. Per un anno, nel suo studio di Besso, gli feci da modella e scoprii una persona di grande sensibilità e serietà, che si approcciava alla copia dal vivo con rispetto e dedizione: quando disegnava sembrava quasi trasformarsi, tanto era assorbito nel fare. Da lui ho imparato la bellezza di ogni corpo, qualsiasi esso sia, e come la sua rappresentazione possa fare da catalizzatore al mio personale universo».


© Giulia Fonti

Epoca randagia

E il corpo è infatti una costante presenza nel lavoro di Giulia Fonti. Un corpo che spesso appare, in un certo senso, nella sua più classica cornice – quella appunto del nudo –, ma senza che questa risulti imbrigliata in modelli accademici o di matrice “antiquata”. Si tratta infatti di corpi espressi con una gestualità propria, odierna e attrattiva, che pure se trova radici in esempi notissimi – la pittura di Egon Schiele o gli acquerelli di Auguste Rodin – se ne distacca grandemente nel risultato, in cui spiccano l’autonomia e la piena maturità di chi ha avuto un lungo, stratificato percorso. Infatti, dopo gli anni luganesi, Giulia Fonti si è formata all’Accademia d’arte di Urbino, vivendo un’epoca “randagia”, che è stata occasione di ulteriori, importanti incontri – Omar Galliani, Alberto Burri, Georg Baselitz – e trampolino per il suo successivo percorso in solitaria. Divenuta presto madre, con l’impegno che questo comporta, progressivamente ha concentrato le sue forze in progetti di natura molto diversa, che vanno dalla realizzazione di mostre (sia in Svizzera che all’estero) a quella di costumi e scenografie, dall’ideazione di pubblicazioni a quella di creazioni tessili e di arredo.

Uno spazio lento

Quando, a conclusione del nostro colloquio, le chiedo una considerazione su come percepisca il suo essere artista oggi, in una contemporaneità dove tutto è sempre più veloce e “scivoloso”, Giulia riflette su cosa, in primis, a suo avviso venga annichilito attraverso l’onnipresente iperdigitalizzazione: «Vedo le nuove generazioni dare molto spazio alla burocrazia, alla pianificazione delle tabelle di marcia e alla richiesta dei fondi attraverso formulazioni ad hoc. Tutte cose assolutamente importanti, ma che pure assorbono molto del tempo e dell’energia che l’artista dovrebbe impiegare a creare. Personalmente, ancora cerco (e trovo) uno spazio lento, dove le immagini possano nascere senza fretta, anche se a volte in forma istintiva e repentina. Questa, credo, è la vera forza del mio lavoro. Creare così, per me, resta tuttora un atto necessario».

www.giuliafonti.com


© Ti-Press
YouNique, Boutique Fair of Arts, fiera d’arte contemporanea, espositori a Villa Ciani, marzo 2025

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