Vasco Gamboni. Memorie di un cacciatore

Insegnamento e arte venatoria. Una doppia passione che si tramanda di generazione in generazione nella sua famiglia. Perché la caccia è anche amore e difesa del territorio

Di Samantha Dresti

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione

Classe 1948, figlio e nipote di docenti e cacciatori, Vasco Gamboni è padre di due figlie (una delle quali ha seguito le sue orme). Anche Maria Pia, la moglie, è figlia e sorella di cacciatori. L’arte venatoria è proprio di casa, insomma, da queste parti. Gamboni è stato docente di storia presso la Magistrale e al Liceo di Locarno, e presidente della Commissione d’esame per l’ottenimento del certificato d’abilitazione alla caccia. Ora caccia e insegnamento s’intrecciano: è infatti da tempo attivo come insegnante per raggiungere questo certificato e le lezioni vertono sulla storia della caccia e sulla Civica applicata alle normative in materia. Con la pandemia, poi, c’è stato un bel po’ di lavoro aggiuntivo; per esempio, inserire tutti i commenti vocali sul materiale video delle lezioni.

Ascoltandolo emergono la sua vitalità e l’impegno per la Valle Onsernone. Vive a Minusio, ma è originario di Comologno, dove si reca regolarmente e riveste diversi ruoli essendo segretario del Patriziato e presidente degli Amici di Comologno. La voglia di fare per il suo territorio resta immutata negli anni, nonostante una “batosta”, una ferita che rimane sempre aperta: Vasco Gamboni era infatti tra coloro che si sono battuti lungamente e con entusiasmo a favore di quello che sarebbe potuto diventare il Parco nazionale del Locarnese, anche scontrandosi con molti amici cacciatori che la pensavano diversamente. L’amarezza è ancora grande: “Il progetto avrebbe portato introiti economici alla valle, che ne ha estremamente bisogno per poter creare nuovi progetti”, ribadisce. Amante della montagna e “anche del mare”, sottolinea sorridendo, quasi contravvenendo all’immagine del cacciatore alpino tutto d’un pezzo che non contempla la possibilità di sdraiarsi oziosamente su una spiaggia. Uno dei suoi luoghi preferiti, quando non si trova nella sua Comologno, è la Corsica, dove oltre al mare blu intenso non mancano di certo le montagne. Aspre e selvagge, e “anche la gente è molto interessante: non proprio francesi, un po’ genovesi… ribelli e fieri della loro identità culturale”.


© V. G.

Il bisogno del ‘selvaggio’

Caccia alta, prevalentemente camosci, e caccia bassa, beccacce. “Ho il cane, con tutto l’impegno che comporta per mia moglie, giusto per il piacere di andare qualche volta all’anno a caccia di beccacce con lui. Il rapporto con il proprio cane è particolare e meraviglioso. Quando vado a caccia sto bene: ci si riaggancia alla Terra Madre, a Gea, perché si è a contatto col ‘selvaggio’ ”. Il nostro mondo oggi, si sa, è estremamente tecnologico, ma noi facciamo parte della natura, sottolinea Gamboni: “Il recupero del rapporto con il mondo naturale, con la nostra essenza, è riequilibrante, risanante e mette a posto l’animo”. E poi “apparteniamo al mondo animale, abbiamo un istinto predatorio, anche se non si manifesta in tutti noi nello stesso modo”. Vasco ha alcuni amici che dopo anni di pratica della caccia decidono di non sparare più: “Fanno fotografie, cercano funghi, ma non possono più sparare”. Certo, ci possono essere dei tentennamenti… “A volte ti chiedi: perché l’ho ammazzata quella bestia lì?”. Secondo Gamboni il cacciatore avrebbe una sorta di amore per la sua preda e proprio il rapporto con l’animale è il nocciolo del problema, che sovente viene posto su un piano etico: “Io accarezzo l’animale appena abbattuto. Ma è difficile dare una spiegazione razionale a questo gesto quasi intimo con l’animale: a chi non pratica la caccia ciò può sembrare ipocrita o contraddittorio. Per me non lo è affatto”.


© V. G.
Cartolina collage originale con dedica creata da René Burri (1933-2014) nel 1993: si riconosce un giovane Gamboni ‘accostato’ ai famosi ritratti in bianco e nero che il grande fotografo svizzero fece a Che Guevara nel 1963.

La sensibilità sta cambiando

“Il cacciatore non è una persona insensibile: se si comporta bene – rispetta il regolamento venatorio, spara con precisione – non manca di rispetto per la natura, anzi, c’è quasi una forma di devozione. Personalmemte ci sono altri comportamenti che ritengo scorretti: penso a chi non fa la raccolta differenziata, a chi abbandona rifiuti in natura o alle aziende che praticano allevamenti intensivi… Al contrario, la caccia è un’occasione per mantenere equilibrata la struttura sociale degli animali, di regolarne le popolazioni”. E poi “non si va più in cerca dei ‘trofei’ come si faceva qualche decennio fa: “ecco, per fare un esempio: io pratico la caccia nel mese di settembre e cerco prevalentemente il camoscio, a cui non puoi sparare prima del quarto giorno di caccia – per proteggere i maschi, i buoni riproduttori – e non puoi sparare né alle femmine allattanti né ai piccoli, ma ad alcune persone questo non piace. In altri Paesi, come in Austria, le regole sono diverse. Ma io di uccidere i piccoli non sarei proprio capace”, ci dice Gamboni. Certo, è anche una questione di autocontrollo: la spinta adrenalinica è fortissima prima dello sparo, ma va controllata: “Devi essere sicuro che quella preda sia ‘sparabile’ e, quindi, devi essere molto attento e concentrato per riconoscere, capire, mirare, ma anche per sentire con tutti i sensi. Non è facile”. Rispetto all’importante compito della regolazione della fauna, l’esempio del cervo nella caccia tardo-autunnale è emblematico: Vasco Gamboni non la pratica, ma spiega che il cervo sta crescendo in modo molto importante sul nostro territorio e, per regolarne la popolazione, è permesso abbatterne un certo numero, tra cui anche esemplari di femmine e di cerbiatti (diversamente da quanto previsto per la caccia settembrina, come dicevamo sopra): “In questo caso non puoi uccidere unicamente i maschi, altrimenti si indebolirebbe la specie”.

Non è un mondo per soli uomini

Come già detto, la passione di Vasco per la caccia ha origini familiari e il suo racconto di infanzia prende forma con fotogrammi in bianco e nero: “Noi ragazzini qui a Comologno vedevamo i cacciatori arrivare e correvamo subito a vedere che cosa avevano cacciato. Eravamo affascinati dai cacciatori. Non sentivamo pietà o un senso di fastidio per l’animale morto. C’era grande curiosità. Volevamo vedere la preda. La guardavamo, l’accarezzavamo. Io ho perso mio padre da piccolo, quando avevo sei anni; anche lui era un cacciatore e proprio qui alle mie spalle è appeso un suo fucile… È stato mio nonno a introdurmi a quest’arte, mi faceva vedere gli attrezzi del mestiere, i fucili, le cartucce, i bossoli, i pallini di piombo. E poi c’erano i suoi racconti. Oggi vedo la differenza tra il me stesso di allora – bambino affascinato da questo mondo – e una delle mie nipotine che, appena vede l’animale, chiede subito se sia vivo o morto”. La figura del cacciatore fa pensare subito all’universo maschile. Nelle società in cui vigeva una divisione dei ruoli netta – l’uomo andava a caccia e la donna rimaneva a casa ad allattare – l’aspetto legato alla virilità era infatti molto forte: “Oggi che le differenze tra mansioni maschili e femminili, per fortuna, stanno scomparendo, anche il mondo della caccia alpina si è aperto alle donne. Certo, resta comunque un’attività ‘muscolare’. Io vado a caccia con mia figlia, che tra l’altro pratica ginnastica ritmica, e lei dopo la cattura ci tiene a portare il suo camoscio sulle spalle, da sé”. Non è dunque un caso se quest’anno, tra gli esaminandi per l’ottenimento del certificato di caccia, uno su dieci fosse una donna. Un segno dei tempi, per un ambito spesso al centro del dibattito pubblico.


© Ti-Press

AI BAGNI CON ERMINIO FERRARI

Nel luglio del 2015, in occasione dell’inaugurazione del restauro conservativo dei ruderi dell’area termale tra Onsernone e Valle Vigezzo, dopo le lunghe battaglie contro la centrale idroelettrica che avrebbe prosciugato il letto dell’Isorno, gli ‘Amici di Comologno’ e il progetto Parco nazionale del Locarnese hanno organizzato una conferenza dal titolo Aria e gente di confine nella suggestiva area dei Bagni, teatro di importanti avvenimenti storici legati alla Resistenza partigiana e al contrabbando, oltre che sede di una preziosa fonte termale le cui acque sgorgano a una temperatura costante di 28 gradi. ‘In quel contesto si organizzò una conferenza tenuta dall’amico, editorialista e scrittore Erminio Ferrari (già giornalista de laRegione, ndr), morto in un incidente nelle sue amate montagne lo scorso anno. La serata era dedicata al concetto di frontiera, in particolare alla relazione tra Val Onsernone e Val Vigezzo, un rapporto transfrontaliero che Erminio conosceva benissimo. Lui, tuttavia, non si è limitato al contesto locale ma è andato ben oltre, spaziando sul concetto di frontiera nel mondo, non solo in senso geografico e politico ma anche fisico e psicologico. Erminio ci ha regalato una serata veramente memorabile. Grande e acuto intellettuale, uomo posato, discreto, modesto, con uno sguardo lucido e intelligente sulla politica internazionale… Avrebbe dovuto tenere altre serate qui in valle; la sua morte è stata una vera mazzata per chi ha avuto la fortuna di poterlo conoscere e frequentare’.

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