United Roads of America. Quella Georgia da ʻtenere in menteʼ

“Per loro natura, i neri – disse in un suo celebre discorso il sudista Alexander Stephens – sono adatti alla condizione che occupano nel nostro sistema”. Cioè schiavi

Di Emiliano Bos

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.

Per arrivare all’isola di Saint Simons sull’autostrada I-95 si oltrepassa la Savannah di Forrest Gump e di Flannery O’Connor. Ma prima di entrare in Georgia, su una deviazione secondaria, ci si mette di mezzo l’agente Watson quando ancora si respira la brezza della South Carolina. Stesse querce gigantesche che abbracciano il cielo con quel muschio penzolante come pipistrelli sonnolenti dal manto olivastro. Che poi in realtà questi alberi si chiamano “lecci della Virginia” ma sono il simbolo di un Sud solare, coloniale e intrigante. L’agente Watson si mostra irremovibile. 7 miglia orarie in più non sono tollerate. E la copia della carta di circolazione, oh quella bisogna averla con sé in auto, non si ammettono errori. Multa totale: 125 + 235 dollari. Il solerte poliziotto però omette di segnalare la riduzione dell’ammenda in caso di pagamento online. Stavolta l’errore è suo. Non c’è uno straccio di traffico su questa doppia carreggiata che fende la muraglia di vegetazione. Solo il pubblico ufficiale e il sottoscritto contravventore. Ma a queste latitudini d’America non è una multa. È una sorta di cauzione: se paghi, non vai in prigione. Ma se contesti, devi presentarti davanti a un giudice. Udienza a fine mese. Ai tempi del Covid-19, un link evita di comparire di persona. Il video però non funziona. Così, per telefono il contravventore si lamenta del mancato preavviso dell’agente. “Vostro onore, questo è quanto volevo dirle. Rispetterò la sua decisione”. Vostro onore decide di cancellare la sanzione più grave, essendo già saldata quella per eccesso di velocità. Ma nell’udienza pandemica non c’è “Vostro onore” dall’altra parte del telefono. C’è proprio l’agente Watson. Toc, così è deciso. Una risata seppellisce la sentenza. Il viaggio prosegue.  


© E. Bos
Eroe, si legge sul grande murales dedicato a John Lewis. Occupa l’intera parete di un palazzo.

Pellicani e relitti  

Davanti al grazioso faro di St. Simons una balena d’acciaio giace accasciata di lato. Quasi due anni fa questo cargo lungo esattamente 200 metri si è rovesciato. A bordo trasportava oltre 4mila automobili. Il mare le ha inghiottite. “Adesso bisogna pescare dall’altra parte del molo, non si può guardare questo scempio”, digrigna di sottecchi Paul, smilzo pescatore con i solchi delle rughe disegnate dal sole ma così profonde che vi potrebbe scorrere la lenza della sua canna. Un pellicano si muove di lato sulla balaustra di legno. Il panorama di questo porticciolo tranquillo e pigro è rovinato. “Non si può più nemmeno dipingere”, si lamenta una signora che espone i suoi acquerelli in una piccola galleria d’arte locale. Alle pareti, infinite versioni delle “marsh”, le paludi-paradiso del bird-watching, che punteggiano la East Coast dalla Chesapeake del Maryland fino alla Florida. Da qui, adesso, si prosegue in direzione di Atlanta. L’ideale sarebbe una pausa-caffè tra memorie letterarie e cinematografiche al Whistle Stop di Juliette. Ma ha chiuso i battenti quel bar dove servivano i pomodori verdi fritti accanto alla fermata del treno. L’aria si fa più pesante verso la Capitale. Da tenere in mente, ora, c’è un’altra Georgia. Non è una “old sweet song” a ricordarcela, come cantava Ray Charles. Nessuna ballata dolce. Ma l’amaro refrain di chi denuncia diritti negati.  


© E. Bos
Il deputato repubblicano Barry Fleming. Dopo l’approvazione di questa legge, i cittadini hanno fatto pressioni su di lui fino a fargli perdere il posto di lavoro.

L’amaro refrain 

Sono gli attivisti della coalizione ‘Proteggere il voto’. Pochi ma determinati quelli che a marzo incontrai davanti al Congresso della Georgia. Mancava qualche giorno all’approvazione della nuova legge elettorale. “Una vera e propria soppressione del voto” , secondo Hannah Gebreselassie e gli altri suoi compagni di protesta. A loro dire, sarà più difficile depositare le schede per il voto anticipato, non sarà più possibile praticare questo esercizio democratico la domenica, ci saranno limiti al voto per corrispondenza, e persino il divieto di distribuire bottigliette d’acqua agli elettori in coda ai seggi. Tutto falso, smentisce con modi cortesi Barry Fleming. È il repubblicano che presiede la “commissione per l’integrità elettorale”. Lo incontro all’interno del Capitol locale al termine della seduta finale prima del voto in aula. “Noi stiamo espandendo l’accesso alle urne in Georgia, rendiamo più facile il voto”. Una lettura contestata dai democratici, dalla società civile e da molti esperti. Sotto l’elegante Rotonda di marmi del Congresso di Atlanta, in un angolo scorgo un busto di Alexander Stephens, il vicepresidente della Confederazione sudista che giustificò lo strappo della secessione: “Per loro natura, i neri – disse in un suo celebre discorso – sono adatti alla condizione che occupano nel nostro sistema”. Cioè schiavi. In risposta a questa modifica elettorale, fermentano le iniziative di protesta. C’è chi ha agitato lo spettro del boicottaggio contro i grandi marchi che hanno sede ad Atlanta, accusati di versare contributi elettorali ai repubblicani favorevoli a questa norma. Compreso il più universalmente noto: la Coca-Cola. “Non vi daremo più un dollaro: non potete dire di sostenere ‘Black Lives Matter’ e poi appoggiare con contributi elettorali chi sopprime il voto degli afroamericani”, mi ha detto l’attivista Keynne Johns sotto un’insegna del celebre logo su sfondo rosso, nel centro ad Atlanta. La città della CNN e delle Olimpiadi del 1996 adesso è sul podio tra coloro che hanno limitato l’accesso al voto. Ma sta accadendo in decine di altri Stati, dall’Arizona al Texas. Usa parole dure l’avvocato Gerald Griggs della Naacp, una delle principali associazioni per i diritti civili negli Stati Uniti: “Questo è un tentativo per impedire a milioni di elettori in Georgia di andare alle urne”. Nel suo ufficio questo avvocato vestito come un rapper mi mostra con orgoglio un ritratto un po’ cubista di John Lewis, deputato democratico e icona dei diritti civili scomparso meno di un anno fa e che per tre decenni ha rappresentato Atlanta al Congresso di Washington. 


© E. Bos
Tra storia e memoria il busto dell’ex vicepresidente della Confederazione Sudista esposto nel Parlamento della Georgia.

La svolta soul

Gli stessi inconfondibili tratti di Lewis dominano un’intera facciata di un palazzo all’angolo tra Auburn Avenue e Butler Street (“eroe”, vi si legge), nel quartiere più storico di Atlanta, dove il tram elettrico scivola quasi silenzioso sui binari resi viscidi dalla pioggerella. Qualche mese fa avevo incontrato sotto questo murale Jaylan Scott, 21 anni, che dall’anziano leader aveva ricevuto un passaggio di consegne ideale. A un convegno dei democratici di un paio d’anni fa “Lewis venne verso di me e mi disse: fratello, ora tocca a te. Per me fu davvero come ricevere il suo testimone”, mi disse Jaylan, figlio di una mamma-single che faticava ad arrivare a fine mese nella città di Macon, trasferitosi qui nella capitale della Georgia con la passione per la politica. Me lo raccontò camminando nelle strade teatro delle proteste divenute poi rivolta civile negli anni Sessanta. Anche all’epoca, a ben guardare, si chiedeva l’accesso al voto. Quella Georgia dalle atmosfere blues e soul – oggi epicentro della musica e della cultura rap – è scolpita nelle saracinesche abbassate del ‘Royal Peacock’ , il locale dove si esibirono i grandi della musica black, da Louis Armstrong a James Brown. Visto dalla Sweet Auburn sembra un po’ meno amaro il refrain degli attivisti. Anche perché alle ultime elezioni, Joe Biden ha conquistato la Georgia 28 anni dopo l’ultimo democratico: “Grazie al voto delle donne afroamericane”, afferma convinto Jaylan. Qui hanno vinto pure i due candidati che lo scorso gennaio hanno garantito la risicatissima maggioranza democratica al Senato. “Accade tutto qui: Atlanta è il luogo dove voglio essere”, sospira Jaylan. Ora la lotta contro la nuova legge elettorale. “Siamo pronti”. Un mix di idealismo e inevitabile utopia nello slancio entusiasta di questo studente poco più che ventenne. Giovane, afroamericano, e sì, con un po’ di talento, proprio come cantava Aretha Franklin.


© E. Bos
Il Royal Peacock nel cuore storico di Atlanta, tempio della musica black oggi chiuso.

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