United Roads of America. Sulla via delle stragi

Non c’è (quasi) settimana che non ne avvenga una, piccola o grande che sia. E il metro di misura, ahinoi, è sempre drammaticamente lo stesso: la conta dei morti

Di Emiliano Bos

 Pubblichiamo un articolo apparso su Ticino7, allegato de laRegione.

L’ultima volta m’è capitato ad Atlanta, a metà marzo. Il massacro non era in agenda. Solo un’innocua scelta logistica rivelatasi poi un’inattesa cronaca dalla scena del crimine. Un nastro giallo con la scritta: ‘DO NOT CROSS’, nel cuore della notte. Nei programmi doveva essere un tragitto relativamente breve dalla capitale della Georgia a Birmingham, in Alabama. Un paio d’ore d’auto lungo l’Interstate 20 in un piovoso dopocena. Invece no. Notizie urgenti, le notifiche del New York Times che fanno vibrare il cellulare. La cronaca impone il cambio di rotta. Anzi, l’inversione. Un rapido ritorno ad Atlanta. Una strage con armi da fuoco. L’ennesima. Stavolta in due centri-massaggi gestiti da donne di origine asiatica. “Gold Spa”, la scritta luminosa incorniciata da bulbi di neon violaceo e fosforescente ancora accesi. Il killer è un 21enne che aveva appena acquistato un fucile semiautomatico. Il movente? Forse razziale. Comunque assurdo.  


© E. Bos
Un momento di commemorazione delle vittime della sparatoria nella sinagoga di Pittsburgh, nel 2018.

Dalla Florida a Las Vegas 

La prima volta mi era capitato in Florida. Una sera di giugno del 2016. Il Pulse, discoteca molto frequentata da omosessuali a Orlando. Un veterano di 29anni polverizza le vite di 49 persone. Poche ore dopo dichiara fedeltà all’ISIS. L’arrivo sul posto l’indomani significò un’affannata ricerca di testimonianze, le candele e il pianto composto di una ragazza con i capelli colorati e il piercing alla veglia di preghiera. Le statistiche lo registrano come il più grave massacro di massa con armi da fuoco mai compiuto da una sola persona negli Stati Uniti. Un record infausto durato solo poco più di un anno. Il primo ottobre 2017 le news impongono di partire subito per Las Vegas. Uno sparatore solitario apre il fuoco con oltre 20 armi automatiche meticolosamente posizionate alle finestre di una stanza di uno degli ultimi hotel della Strip, la striscia dei casinò e dell’eccesso. Prende vigliaccamente di mira un concerto di musica country. Uccide 61 persone, ne ferisce oltre 600. Tra loro anche il compagno di classe 13enne della figlia di un signore che incontrai l’indomani alla preghiera multireligiosa della città più sacrilega degli USA. “Non dobbiamo parlare di questo con i nostri figli. Perché questo porta via la loro innocenza”.


© E. Bos
Ryan Martin davanti al memoriale delle 32 vittime della strage al Virginia Tech. Lui chiedeva di poter circolare con un’arma nel campus.

La chiesa del Texas  

Più che l’innocenza, un mese dopo, un’altra strage degli innocenti. 27 morti, la metà bambini. Stavolta in Texas. Ancora un’arma semiautomatica. Di quelle usate anche dai militari americani in Iraq e Afghanistan. Ma questa non è guerra. È l’ennesima carneficina senza senso. In una chiesa battista vengono immolati i fedeli della domenica mattina. Accade a Sutherland Springs, villaggio di 600 persone a meno di un’ora da San Antonio. Un 26enne dal passato violento che non gli impedisce di comprare armi, compare in tenuta tattica da combattimento sulla soglia della chiesa e spara. Arrivando sul posto poche ore dopo, di notte, ci si imbatte ancora in quel nastro giallo, reso più tetro dai lampeggianti blu della polizia. Un paio di strade più in là, nel buio balugina la sigaretta accesa di un signore. Chris, sulla quarantina, è ancora sveglio, tiene la cicca di lato sul labbro. È esausto. Dice di aver sentito gli spari, da questa casa prefabbricata dove vive con la moglie e il figlio di 11 mesi. Ovviamente conosceva molte delle vittime. “Non sono solo ‘io’ – superstite – o ‘loro’ – le vittime –. Siamo noi, tutti insieme”, sussurra. “Restiamo comunque qui a vivere. Ma dovremo raccogliere i pezzi di questa comunità”.  


© E. Bos
La veglia per le persone morte nel massacro della discoteca gay-friendly a Orlando, in Florida.

Pittsburgh, ancora un luogo sacro 

Un’altra comunità va in pezzi a Pittsburgh. Un anno dopo. Ancora un luogo sacro profanato. Un 46enne antisemita apre il fuoco in una sinagoga di Pittsburgh durante lo Shabbat: 11 persone uccise. Sul muro si legge la scritta di questa storica congregazione ebraica: “L’albero della Vita”. Rami e vite spezzate, ora restano candele e mazzi di fiori. E l’immancabile nastro giallo. Ancora una notte a raccogliere lo smarrimento di chi si è salvato. Oppure di chi conosceva le vittime dell’ennesimo massacro. Come la signora Bonnie Wax. Suo cognato, 87 anni, venne ucciso nella stessa sinagoga che lei stessa ha frequentato da oltre tre decenni. “È incredibile, è come avere un’amnesia, non mi sembra nemmeno che sia accaduto”. È un intero Paese che vive in quest’amnesia puntuale e ripetitiva. Se non fosse per un inspiegabile meccanismo di rimozione sistematica di questi traumi, qualcuno cambierebbe le leggi. Invece qui in America resta estremamente facile procurarsi un’arma da fuoco. Secondo diverse stime, circolano almeno 200 milioni tra pistole e fucili. C’è chi lotta senza tregua per chiedere regole “di buon senso” più severe.  


© E. Bos
‘Moms Demand Action’ è un movimento di donne e mamme impegnate contro la violenza delle armi in America, qui riunite ad Aurora (Colorado).

Da un memoriale all’altro 

Nel piazzale erboso dell’Università Virginia Tech c’è un semicerchio con 32 pietre grezze squadrate, appoggiate sulla ghiaia bianca. Portano incisi i nomi di altrettanti tra studenti e docenti: Jamie, Mary, Emily, Ryan, Daniel… Vennero uccisi da un loro coetaneo nel 2007, poi suicidatosi. Il peggior massacro in un campus universitario. Poi ci fu il peggior massacro in una discoteca. Il peggior massacro dalla finestra di un albergo. Il peggior massacro in una sinagoga. Eppure quasi due lustri dopo la strage nel campus, lo studente di biologia Ryan Martin mi spiegò di aver portato avanti per 5 giorni uno sciopero della fame. Chiedeva il diritto a portare armi nell’ateneo diventato il simbolo delle stragi nelle scuole d’America. “È un mio diritto in base al Secondo Emendamento”. Finora gli è stato negato. A San Antonio, in Texas, il professore di geografia Charles Smith si presentò in aula con giubbotto antiproiettile ed elmetto. Era la sua protesta contro una norma che consente agli studenti di portare pistole a lezione. Tre degli iscritti al suo corso si presentavano con l’arma. “L’unica soluzione – mi disse allora – sarebbe di abbandonare l’insegnamento. Per ora resto. Ma la prima volta che vedo in classe una pistola, me ne vado”. Pistole e armi (ma pure bombe) vennero portate nel liceo di Columbine in Colorado, 13 studenti uccisi più i due adolescenti autori del massacro diventato tristemente celebre col film-documentario di Michael Moore Bowling a Columbine
Intorno a Denver si sono concentrate altre due stragi. Nel cinema di Aurora, località alle porte della città. E in un supermercato di Boulder, alla fine di marzo, pochi giorni dopo la strage di Atlanta, da cui siamo partiti. Il cerchio si chiude. Ma non la lista dei mass shooting, le “sparatorie di massa”. Che vengono considerate tali in base a criteri diversi, anche se spesso vige il conteggio di almeno quattro tra morti  o feriti. Secondo il ‘Gun Violence Archive’ , al momento di chiudere questo articolo, qui in America ci sono state 50 sparatorie di massa dopo quella di Atlanta. In totale, 147 stragi dall’inizio del 2021. Più di una al giorno. 

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