Emanuele Santoro: finché c’è vita, c’è teatro

Attore, regista, direttore artistico del teatro “il Cortile” a Lugano, oggi definitivamente chiuso causa di un nuovo progetto edilizio. Ma lui, quel bisogno di mettersi in gioco ce l’ha proprio dentro.

Di Keri Gonzato

Pubblichiamo un contributo apparso in Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

Eccoci davanti a un caffè in Piazza Riforma col fondatore del Teatro il Cortile. Il suo incontro col mondo della scena avviene? Per caso… “Una sera, nel novembre del 1984, andai a sbirciare le prove di una compagnia teatrale di giovani, all’oratorio di Tenero. L’attore principale bisticciò con gli altri e se ne andò, a un mese dal debutto. Accendendo le luci di sala mi videro e mi proposero di sostituirlo. Dopo un mese ero in scena. Sempre con loro, dopo qualche anno, iniziai a esplorare la regia”. Era iniziato per lui il cammino di una vita.

Fame di conoscenza

“A vent’anni ero curiosissimo e onnivoro. Leggevo, studiavo e andavo a vedere spettacoli dappertutto”. Poi arrivò l’ingresso nel circuito professionale e l’inizio dell’attività rivolta ai ragazzi, i microattori. “Anno dopo anno cresceva il bisogno di conoscermi e sempre più prepotente si manifestava il bisogno di trovare la mia strada. Un lungo apprendistato che mi ha visto, per anni, allievo di me stesso”. A distanza di trentasei anni e circa ottanta spettacoli, la ricerca della personalità teatrale continua tutt’oggi. Quanto al lavoro con i ragazzi, l’obiettivo per Emanuele Santoro, dal principio, è stato quello di fornire loro l’opportunità di scoprire e potenziare espressività e creatività del singolo individuo attraverso un percorso di gioco-lavoro teatrale. “Resto fermamente convinto che un artista senza spiccata personalità sia un artista incompleto. Non ‘stare per rappresentare’ ma ‘essere per divenire’, diceva Lee Strasberg, sintetizzando bene il ruolo che l’attore dovrebbe avere”.

Teatro libero e indipendente

L’idea di realizzare il Cortile – che oggi chiude per sempre a causa di uno sfratto arrivato sotto quarantena: al suo posto sorgerà una palazzina – nacque dal bisogno di libertà e indipendenza senza compromessi: “Valori, se così possiamo definirli, certamente ereditati da mio padre, in nome dei quali lui, nel corso della sua carriera di bravo sarto per signora, si è concesso il lusso (bontà sua) di rifiutare impieghi di tutto rispetto, come dalle Sorelle Fontana a Roma a fine anni Cinquanta e da Armani a Milano negli anni Ottanta, per dirne due, solo perché non amava vivere nelle grandi città, e perché preferiva lavorare da solo, nel suo atelier”. Dal padre eredita anche la risorsa della resistenza e qualcos’altro di più profondo e difficile da spiegare che però influisce sul suo lavoro… “Non so esattamente cosa sia, ma di certo è legato alla mia terra d’origine, il Salento. Crocevia di culture di cui conserva testimonianze architettoniche moresche e tradizioni linguistiche di matrice greca (il ‘griko’ viene tramandato ancora oggi nei nove comuni che compongono la Grecia salentina), caleidoscopio di colori, profumi e sapori che rapiscono i sensi, scrigno del barocco, con i suoi edifici, chiese e piazze belli da togliere il fiato, e custode di fenomeni culturali unici e affascinanti. Il tarantismo tra tutti, da cui i contagiosi ritmi sonori della taranta, o ‘pizzica salentina’”. Delle radici forti, impossibili da imbrigliare e definire con le parole, che influenzano il lavoro dell’artista in modo tangibile.

Uno, nessuno e centomila

Il tempo scorre, l’età avanza (quest’anno E.S. compirà cinquant’anni) e la storia si fa risentire sotto forma di sensazioni intense che si sovrappongono, a volte divergono… “Sensazioni e riflessioni da cui ho voglia di lasciarmi attraversare e condizionare, anche in fase di progettazione, creazione e interpretazione; il mio vissuto è li, e se qualcosa di interessante oggi ho da dire è solo in funzione di una visione dell’uomo che ho maturato nel tempo, e che mi ha fatto cambiare più volte prospettiva”. Un’indagine sempre presente e che nell’ultimo spettacolo, che ha debuttato appena prima della chiusura dei teatri per la pandemia, ha trovato nelle parole di Pirandello l’opportunità di avanzare. Uno, nessuno e centomila è un invito all’introspezione che dal palco raggiunge lo spettatore: “Qual è la nostra sostanza? Cosa siamo, per noi e per gli altri? L’immagine che ho di me coincide con quella che gli altri hanno di me? Ci conosciamo davvero? Possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma. Ma che conoscenza può essere? Eppure, non c’è altra realtà se non nella forma che diamo a noi stessi, agli altri, alle cose”. Tematiche forti ma anche semplici, chiare, dirette e universali. “Il senso del mio lavoro risiede proprio nell’opportunità che ho di stimolare una riflessione che, forse con presunzione, credo possa essere utile a tutti. Oggi non ho più un mio teatro, ma questo è un percorso che continua e che spero trovi sempre spazio per poterlo condividere con
gli spettatori. Qui o là, è lo stesso”.  Il teatro è vita. E finché c’è vita c’è teatro.

 

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