Paradisi riservati cercansi. Quando i soldi vanno in vacanza

Il business delle società offshore è vivo e vegeto in tutto il mondo, anche a Lugano come dimostrano le ultime inchieste. Una storia che parte da lontano

Di Generoso Chiaradonna

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione

‘Panama Papers’, ‘Paradise Papers’ e ‘Pandora Papers’ sono solo gli ultimi capitoli venuti alla luce di un lucroso business basato sulla ricerca della riservatezza e l’ottimizzazione fiscale a ogni costo. Esaurita storicamente la funzione avuta dal segreto bancario, molti studi legali e di consulenza fiduciaria attivi sulle rive del Ceresio sono diventati degli Stargate verso altri mondi giuridici e fiscali. Eppure Giulio Tremonti, anni fa, invocava l’esercito…

“Ci sono più società di Cayman a Lugano, in Svizzera, che non a Cayman. E comunque ci sono più società di Cayman a Lugano, di residenti a Lugano…”. È una frase del 2011 – dieci anni fa, quindi – dell’ex ministro italiano delle Finanze Giulio Tremonti. Un personaggio noto, da questa parte del confine, come il padre dei famosi Scudi fiscali e le successive riedizioni. Provvedimenti che visti dal lato italiano erano blande amnistie tributarie: con una manciata di euro, rispetto a quanto il contribuente, chiamiamolo infedele, avrebbe dovuto pagare, si sanavano quasi anonimamente ingenti capitali accumulati negli anni all’estero. Da questa parte del confine erano invece percepiti, a ragione, come la prima crepa nel granitico muro del segreto bancario svizzero che puntualmente se non sparito è stato drasticamente ridimensionato, almeno verso l’estero.
Ma perché Tremonti, ministro in quasi tutti i governi guidati da Silvio Berlusconi, ce l’aveva tanto con la Svizzera e in particolare con la piazza finanziaria luganese? C’erano certamente più ragioni. La prima, la più semplicistica in verità e opinione molto diffusa tra gli operatori finanziari luganesi, è che Tremonti, valtellinese di origine, conoscesse bene la Svizzera o meglio conoscesse i meccanismi reconditi che muovevano il sottobosco del suo settore finanziario, essendo egli stesso, oltre che professore di diritto tributario all’Università di Pavia, un noto professionista della consulenza fiscale tanto da adombrare il sospetto che in passato lo stesso professore avesse usato a più riprese – per i suoi clienti, probabilmente – proprio quei servizi finanziari corsari che in veste di arcigno ministro delle Finanze voleva combattere.


Giulio Tremonti, noto ministro italiano dell’Economia e delle Finanze nei governi Berlusconi.

L’euroritenuta aggirata

L’altra ragione è molto più banale e porta il nome di euroritenuta e può essere riassunta in una forte incazzatura geopolitica. Nel 2003 il governo italiano e con esso quelli di altri Stati europei si erano lasciati letteralmente infinocchiare (chissà quanto ingenuamente…) dai Paesi dell’Ue che conoscevano la tradizione del segreto bancario. Si trattava di Lussemburgo, Belgio e Austria. Questi ultimi si erano impegnati a tassare, con un’imposta alla fonte, i redditi da capitale transfrontalieri ovvero appartenenti a contribuenti residenti in un altro Stato Ue. Questi proventi sarebbero poi stati riversati alle autorità fiscali di cui i capitali erano originari. In pratica invece di fornire informazioni fiscali, obiettivo a cui mirava la direttiva europea, sarebbe arrivato denaro. L’impegno era però condizionato al fatto che anche i Paesi terzi all’Ue applicassero misure equivalenti (dai piccoli centri finanziari come Liechtenstein, Andorra, Monaco, San Marino, ai grandi come Stati Uniti e Svizzera). Un modo per salvare la capra del segreto bancario e i cavoli, ovvero la sovranità fiscale, dei Paesi da cui questi fuggivano.
Tutto bene, quindi? Eh no, sarebbe stato troppo semplice. Al primo giro di applicazione dell’euroritenuta pari al 15%, avvenuto nel 2005, nelle casse dei Paesi beneficiari arrivarono pochi spiccioli, molti meno di quelli che si stimava dovessero fruttare dai capitali Oltreconfine. Cosa era successo? Lo spiegò lo stesso Tremonti in dichiarazioni pubbliche del 2011, quando in sede comunitaria si intendeva cambiare la direttiva sull’euroritenuta in senso più restrittivo.

‘Se sei un buon cliente, la banca ti fa un box offshore

Per il ministro il testo della direttiva era “perfetto” ma “quello che non era perfetto è che fosse sistematicamente violata; perché se tu sei un buon cliente di una banca di un particolare Paese, arrivi, presenti il tuo capitale e, se è una cifra piccola, ti fanno la ritenuta, se è una cifra un po’ grande è la banca che te la mette in una società offshore, o in un trust, o da ultimo, darwinistica evoluzione, in uno strumento assicurativo. Quindi è la banca che ti mette il capitale in una struttura societaria”. “La banca – secondo le parole di Tremonti – ti fa un ‘box’, ci mette il denaro e poi dice ‘non conosco l’effettivo beneficiario perché è una società’, ignorando il fatto che è stata la banca stessa a creare quel ‘box’ o il ‘trust’ o strumenti assicurativi”. Ecco spiegata l’incazzatura di Tremonti e l’acredine nei confronti della Svizzera tanto che al pari del ministro tedesco delle Finanze dell’epoca, Peer Steinbrück, disse che in Svizzera “ci avrebbe mandato l’esercito”. Steinbrück fece un pessimo paragone tra “indiani” e banchieri svizzeri da stanare “con la cavalleria”. Dichiarazioni sopra le righe, certamente, ma che danno l’idea del clima ostile che c’era in quel frangente storico in Europa nei confronti della piazza finanziaria svizzera e del suo segreto bancario. Da lì a poco, nel 2013 infatti si capitolò e la Confederazione annunciò che avrebbe aderito allo scambio automatico d’informazioni che andava delineandosi in ambito Ocse.
Si dimentica spesso che le principali banche svizzere avevano (e alcune hanno ancora) contenziosi giudiziari per aver favorito l’evasione fiscale negli Stati Uniti, ma anche in Germania, Italia e Francia. In quest’ultimo Paese Ubs è stata condannata in primo grado a una multa storica: 4,5 miliardi di euro. Il verdetto d’Appello è atteso per il 13 dicembre di quest’anno. In Italia, per rimanere più vicini a noi, Credit Suisse patteggiò nel 2016 con le autorità penali il versamento di 109 milioni di euro oltre al pagamento di una multa di 8,5 milioni di euro per la storia delle polizze assicurative fittizie con le quali aveva permesso negli anni, a molti suoi clienti italiani, l’aggiramento della benedetta euroritenuta. Addirittura durante la perquisizione degli uffici milanesi del Credit Suisse, la Guardia di finanza trovò una sorta di manuale ‘ombra’ del perfetto consulente ‘elusore’. Le polizze, per non farci mancare nulla, dovevano essere firmate in Svizzera, a Chiasso, a meno di un’ora di treno o auto da Milano. Ma questa è storia recente. Torniamo a Tremonti e alla sua battaglia dell’euroritenuta.


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Ottobre 2009, dogana di Chiasso. Il sistema di rilevazione delle targhe ‘Fiscovelox’, voluto per arginare l’evasione e i reati amministrativi, perseguendo la strategia dello Scudo fiscale.

Oltremare, la tassa non c’è più

Come sempre, il diavolo sta nei dettagli. E il dettaglio era che per volontà britannica, appoggiata ovviamente anche da altri Paesi europei (e graditissima negli ovattati e lussuosi studi fiduciari e legali di mezzo mondo, a Lugano come a Singapore, a Dubai come a Ginevra o New York e Milano), la direttiva sul risparmio non si applicasse nei territori oltremare associati o dipendenti di alcuni Stati europei. L’elenco è da campionato degli Stati pigmei oltre che di appassionati della geografia da Trivial Pursuit. Spesso sono solo un puntino sulla cartina geografica tra il Mar dei Caraibi o poco più di scogli semideserti al largo della Gran Bretagna: Guernsey, Isola di Man e Jersey, Antille olandesi, Aruba, Anguilla, Isole Vergini britanniche, Cayman, Montserrat, Turcs e Caicos Islands. Ma c’è di più, l’euroritenuta non si applicava nemmeno alle società offshore classiche, ovvero a quelle entità extraterritoriali costituite secondo l’ordinamento giuridico di uno Stato estero, ma con attività al di fuori di questo Stato e soci rigorosamente anonimi e che l’atto di costituzione l’avevano sottoscritto a Milano o Lugano e non certo a Panama City.

Il business dell’offshore non è mai morto

Negli anni si sono susseguite varie inchieste giornalistiche internazionali, dai Panama Papers all’ultimissima Pandora Papers, passando per i LuxLeaks e i Paradise Papers. Tutte hanno dimostrato che il business della riservatezza non è morto, anzi cerca nuove vie e giurisdizioni emergenti come il Delaware negli Stati Uniti, non proprio un atollo in mezzo al Pacifico. Personalità politiche, dello spettacolo e dell’industria o le grandi multinazionali sono state investite da questi scandali. Il denominatore comune è sempre lo stesso: usare queste entità giuridiche ‘paradisiache’ per schermare attività non per forza illegali ma che hanno bisogno di riservatezza e di un fisco leggerissimo. In tutte queste inchieste studi legali e fiduciari svizzeri, anche molti ticinesi, hanno giocato e continuano a farlo un ruolo importantissimo: di fatto la prima porta di accesso a Cayman, a Bermuda od ovunque si volesse andare senza prendere né aerei, né navi. Una sorta di Stargate per raggiungere altri mondi giuridici.
Insomma, c’è una ragione se qualche anno fa, sulla piazza luganese, le ‘panamensi’ si vendevano più dei panini. Ora saranno le limited del Delaware o le omologhe degli Emirati Arabi o di qualche repubblica semisconosciuta dell’Est europeo. Basta provare a cercare in qualsiasi motore di ricerca ‘paradisi fiscali’ e ‘società offshore’ per trovare indirizzi e numeri di telefono molto poco esotici. In fondo dalle invettive di Tremonti poco è cambiato: l’importante è schermare, schermare e ancora schermare.


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