Andamento lento. Passi per riflettere

Muoversi a piedi è senza dubbio il modo migliore per osservare e comprendere ciò che ci sta attorno. Un’esperienza ben nota anche a molti scrittori

Di laRegione

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

Prima di partire per una vacanza spesso guardiamo la mappa della nostra destinazione per conoscere minimamente il posto e vedere dove dormiremo. Ma quand’è stata l’ultima volta che avete guardato la mappa del posto che chiamate casa? Io sono cresciuto a Lugano e la sua cartina non l’ho mai guardata. E non sono l’unico. Il punto è che per conoscere lo spazio che chiamiamo casa non abbiamo bisogno della visione dall’alto di una mappa, ci bastano i nostri ricordi e la narrazione.
Mi spiego meglio. La conoscenza del nostro spazio intimo viene dal fatto che l’abbiamo percorso e vissuto. Lo dimostra il fatto che anche quando diamo delle indicazioni usiamo una narrazione: diciamo, per esempio, «dopo il bar dove abbiamo bevuto un caffè, vai sempre dritto fino alla biblioteca e poi giri a destra». Una narrazione che coinvolge luoghi, ricordi e un soggetto che va da A a B e che non ha la visione d’insieme della mappa moderna. Ho scritto moderna perché fino a qualche secolo fa anche le mappe erano dei racconti. Vi siete mai chiesti cosa ci fanno quei mostri marini sulle carte? Sono dei rimasugli della vocazione narrativa che le mappe avevano nel Medioevo. Quei mostri erano lì a raccontare di pericoli e avventure. 

Camminare per conoscere 
Ora i mostri nelle mappe non ci sono più, e anche la nostra conoscenza narrativa rischia di ridursi: il modo migliore per conoscere il nostro spazio è camminarci dentro, e noi lo facciamo sempre meno. Non bisogna condannare l’uso degli altri mezzi di trasporto, sarebbe stupido, ma riconoscere la loro inadeguatezza a costruire una conoscenza narrativa dello spazio. Il problema è che mezzi pubblici e automobili creano una barriera tra noi e l’ambiente circostante. Una volta ho chiacchierato con una signora su un treno, ricordo che abbiamo parlato di pittura e del tempo, ma per quanto riguarda l’ambiente i ricordi si limitano all’odore di plastica calda che hanno gli scompartimenti d’estate e al colore dei sedili. Il paesaggio esterno non è potuto entrare nel mio ricordo, che è rimasto chiuso in quello spazio che si spostava con me.  A volte però il paesaggio riesce a infilarsi anche in un’auto, un treno o un aereo: ci ricordiamo di un lago o di una montagna visti dal finestrino, o di una città vista dall’alto. Però non siamo in grado di usare queste immagini per una narrazione: sono solo dei punti sparsi in uno spazio troppo ampio e vago per poterli collegare. Anche la camminata costruisce narrazioni fatte di asindeti, di punti di territorio che ci attraggono (una scritta, un albero o un palazzo) e di altri che dimentichiamo, ma le distanze tra un punto e l’altro sono molto più ridotte e questo facilita la narrazione. 

Sentieri di terra e di parole
Camminare è quindi il modo migliore per conoscere lo spazio e costruirne una conoscenza narrativa. Più si cammina, più lo spazio che ci è familiare aumenta. Ma quali strade percorrere? Le possibilità sono potenzialmente infinite. Possiamo inventare il nostro percorso (per esempio scegliendo strade a caso per andare al supermercato), oppure seguirne uno già tracciato. Poi possiamo anche tracciarci dei sentieri e seguirli: navigatori e applicazioni ci permettono di camminare lungo un sentiero fatto su misura per noi e garantiscono l’arrivo alla meta che abbiamo scelto in modo efficace e veloce. 
Questi mezzi possono essere utili per le prime camminate in uno spazio che ci è nuovo perché ci danno sicurezza e direzioni, ma a lungo andare riducono la nostra esperienza facendoci seguire sempre lo stesso tragitto. Se durante i miei studi all’estero avessi seguito solo la mia app potrei contare su una mano le strade che ho percorso e conosciuto. 
Abbiamo parlato di sentieri dove camminare fisicamente, ma i sentieri possono anche essere altri: un ottimo esempio sono le Vie Crucis, percorsi fisici ma anche spirituali. Il credente che percorre, ad esempio, quella di Bigorio, percorre un sentiero fisico fatto di corrimano, scalini e dipinti, ma allo stesso tempo anche un percorso simbolico prestabilito che lo porta a seguire la narrazione della passione di Cristo. Altri sentieri concettuali da percorrere con i nostri piedi li possiamo trovare nei libri che mettono al centro l’atto di camminare. Libri che, nati da camminate reali, aprono nuove prospettive pedestri. Nuovi sentieri la cui narrativa non è per forza prestabilita e che sta a noi percorrere per costruire la nostra narrazione, a condizione di farlo a piedi.

 

RICORDANDO IL GRANDE THOREAU
«Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a mai più rivederli, se hai pagato i tuoi debiti e stilato il testamento, se hai sistemato tutte le cose e sei un uomo libero, allora sei pronto per una passeggiata».
Brano tratto da Camminare, saggio apparso nel 1863 di Henry David Thoreau (1817-1862).

 

ALTRI SETTE LIBRI DA PASSEGGIO
Wu Ming 2
Il sentiero degli Dei (2010-2015) e Il sentiero luminoso (2016) 
Due camminate e due libri contro l’alta velocità. La prima porta l’autore da Bologna a Firenze, la seconda da Bologna a Milano. Wu Ming 2 ci parla di alta velocità, della storia dei luoghi attraversati e di un uomo che cammina. 

Werner Herzog
Sentieri nel ghiaccio (1978)
A Monaco il regista viene a sapere che la sua amica e storica del cinema Lottie Einser sta morendo a Parigi. Herzog sente che Lottie non morirà prima di averlo visto un’altra volta, a condizione che vada da lei a piedi. 

Rebecca Solnit
Storia del camminare (2002) 
Un saggio che, attraverso fonti storiche, filosofiche, letterarie e urbanistiche, ci porta a ripercorrere la storia del camminare, dagli allievi di Aristotele ai giorni nostri, passando anche per l’esperienza personale dell’autrice. 

Erling Kagge
Camminare. Un gesto sovversivo (2018)
Un saggio in cui le esperienze personali dell’editore e camminatore Erling Kagge si mescolano a spunti filosofici, letterari e storici per raccontare l’importanza del camminare nella nostra società. 

Jean-Christophe Bailly
La frase urbana (2013)
La città è una frase. I suoi muri, l’asfalto, i parchi, le piante, gli spazi abbandonati, sono sostantivi, aggettivi o verbi. Per formare una frase a partire da questi elementi c’è bisogno di una chiave
di lettura: quella dei nostri passi. 

Robert Walser 
La passeggiata (1919)
Il resoconto di una camminata lunga un giorno in una città svizzera durante il primo conflitto e riportata attraverso uno stile poetico. Scriveva Walser: a spasso «ci devo assolutamente andare, per ravvivarmi e per mantenere il contatto col mondo; se mi mancasse il sentimento del mondo, non potrei più scrivere nemmeno mezza lettera dell’alfabeto, né comporre alcunché in versi o prosa».

Jean-Jacques Rousseau
Le passeggiate del sognatore solitario (1778)
Un libro in cui, come scrive Rebecca Solnit, «il camminare è un pretesto più che un soggetto», ma che rimane un’occasione per avvicinarsi al pensiero del grande filosofo ginevrino alla velocità di 5 chilometri orari. 

 

 

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