Millennials. Quelli di cui tutti parlano

Chi sono e che cosa fanno veramente i nati fra il 1980 e la metà degli anni Novanta?

Di laRegione

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

Dei bambinoni, viziati fin dalla più tenera età, capricciosi e totalmente incapaci di sottostare a qualsivoglia autorità. È questo il giudizio sommario e discutibile che la stampa, le statistiche e in generale la società attribuiscono ai Millennials, cioè quella generazione di giovani nati alla fine del secolo, fra il 1980 e il 1996 e apparentemente così diversa da quelle che l’hanno preceduta.
Sociologi, psicologi, economisti, specialisti in risorse umane, il mercato stesso, sia esso quello dei consumi oppure quello del lavoro, tutti sembrano avere una propria opinione e un proprio giudizio su questa generazione apparentemente inclassificabile e liquida, certamente la più studiata e analizzata dai tempi dei baby-boomers.
Infatti i Millennials, così designati dagli autori americani William Strauss e Neil Howe, che proprio a loro hanno dedicato diversi libri, vengono anche identificati come «echo-boomers», a causa dell’incremento delle nascite caratteristica del decennio 1980-’90 e per essere, in gran parte, figli degli stessi baby-boomers. Meno utopistici sul mondo dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, vissuti durante la primissima giovinezza, i Millennials (o generazione Y, cioè successiva alla generazione X, quest’ultima nata fra la metà degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta) sono cresciuti con l’esplosione di Internet e la rapida diffusione della tecnologia digitale, senza dimenticare però l’urto, al momento di entrare nel mondo del lavoro, della pesante crisi del 2008.

Generazione ‘io’
Nata la definizione, sulla stampa hanno cominciato ad apparire le teorie più disparate. Celebre l’articolo di copertina del settimanale americano Time del 2013, «Millennials: The Me Me Me Generation» (Millennials: la generazione io io io), in cui i rappresentanti della generazione Y sono stati bollati come pigri, narcisisti, egoisti, materialisti, distaccati oramai da ideali e istituzioni e allevati sotto la costante protezione di genitori «elicottero», pronti a correre in soccorso dei pargoli ben oltre la maggiore età, affettivamente e soprattutto economicamente. 
Ron Alsop, giornalista del Wall Street Journal, già nel 2008, scrisse un libro (The Trophy Kids grow up: how the Millennial Generation is shaking up the workplace) a proposito di quelli che ha chiamato i «bambini trofeo», analizzando il loro atteggiamento nel momento dell’ingresso nel mondo professionale. 
A suo dire, i Millennials non rispetterebbero autorità e gerarchia e, allo stesso tempo, non ne sarebbero nemmeno infastiditi: semplicemente non li considererebbero elementi degni di attenzione. Nel lavoro, i rappresentanti della generazione Y hanno bisogno di stimoli, di superiori competenti e ispiranti, desiderano crescere, bruciare le tappe, imparare ininterrottamente e ricevere continue conferme. Se queste aspettative non vengono soddisfatte dal posto che occupano sono pronti ad andarsene, senza drammi e senza rimpianti, cercando altro che possa dare maggior senso al loro lavoro. 

Ne hanno già viste
Tante parole spese per questi ragazzini? Forse. In ogni caso, questi ragazzini, che poi tanto piccoli non sono più, rappresenteranno ben presto il 50% della popolazione e, entro il 2050, circa la metà della forza lavoro. Nessuno li capisce, il mondo professionale non sa come approcciarli, il mercato non sa come corteggiarli, gli investitori non possono permettersi di ignorarli (lo scrive Credit Suisse in un rapporto di ricerca del 2018), creano panico e in un certo senso timore, perché sanno dire «No». Per la generazione X valeva il motto del «fare fare fare», i Millennials invece scelgono l’approccio del «prima di fare preferisco rifletterci» e questo destabilizza chiunque li circondi, dalla famiglia ai colleghi di lavoro. Ma come dargli torto? I Millennials nella loro corta esistenza hanno già vissuto di tutto: la crisi, la recessione, la disoccupazione impietosa. In linea generale e globale, sono meno ricchi, possiedono poco o niente, si sposano meno e hanno meno figli – in America il numero di figli per donna ha raggiunto il livello più basso negli ultimi 32 anni – rispetto a tutte le generazioni che li hanno preceduti dopo la grande depressione degli anni Trenta.

Sacrificati?
A detta del Wall Street Journal si tratterebbe di una generazione a parte, in un certo senso sacrificata, la quale non raggiungerà mai i livelli di benessere conquistati dai propri genitori e addirittura dei propri nonni. La Banca Federale Americana non lo nasconde: i capifamiglia della generazione X, antecedenti ai Millennials, lavorando a tempo pieno, guadagnavano circa il 18% in più rispetto alla generazione Y alla stessa età. Se poi si somma la precarietà al fatto che questi giovani così indecifrabili sono in molti casi di gran lunga più formati rispetto a chi è nato prima di loro (istruzione superiore, conoscenza delle lingue, in perfetta osmosi con il mondo digitale), è comprensibile la loro voglia di fuga da realtà lavorative e sociali preimpostate, in maggioranza vetuste, senza sbocchi: in poche parole sterili. I Millennials preferiscono non possedere, ma condividere ciò che è materiale, viaggiare piuttosto che acquistare, vivere esperienze invece di accumulare cose. Secondo gli ultimi due rapporti pubblicati da Deloitte nel 2018 e nel 2019 – azienda di revisione e consulenza fra le più grandi al mondo, la quale dedica ai Millennials analisi statistiche costanti: è valutato un campione di più di 10mila persone sparse in 36 Paesi, fra cui anche la Svizzera –, la loro scelta in termini di impiego è chiara. Essi sono sempre più attratti dalla Gig economy, cioè da attività autonome, freelance, distaccate oppure con contratti temporanei. Questo tipo di rapporto lavorativo permetterebbe alla generazione Y di variare settore e forse anche di guadagnare di più, di spostarsi, lavorare viaggiando e soprattutto di assicurarsi l’agognato equilibrio fra lavoro e vita privata, valore molto caro ai Millennials.

Una ‘cosa’ globale
Come mostrano le statistiche, le propensioni della generazione Y sono spesso molto simili in vari Paesi del mondo, nonostante culture, tradizioni e situazioni sociali, politiche ed economiche differenti. Sono stati infatti la globalizzazione, i social network e in generale l’esportazione della cultura occidentale a livellarne i gusti. 
Il nostro paese non fa eccezione. Come riportato dalla rivista economica Bilan i rappresentanti della generazione Y in Svizzera sono circa 2 milioni di individui, il 94% di loro possiede uno smartphone e in media passano 5 ore della propria giornata in rete. Affascinati dai social media, vengono catturati più dalle immagini che dalle parole. Refrattari ai diktat imposti dalla società non smettono di porre la domanda «perché?», snobbando i canali di comunicazione tradizionale come la televisione e preferendo le assicurazioni degli «influencer», i personaggi pubblici di internet. 
Per quanto concerne l’approccio alla professione, il già citato rapporto Deloitte del 2019, più cupo rispetto a quello del 2018, riporta come i giovani svizzeri si uniformino alle tendenze dei coetanei stranieri. Critici verso il mondo del lavoro e l’organizzazione delle aziende, il 49% dei Millennials autoctoni sono convinti che dirigenti e imprenditori abbiano un impatto negativo sulla società. Ben il 75% di loro crede inoltre che le aziende agiscano solo in termini egoistici e di proprio tornaconto senza alcuna attenzione a possibili benefici per la società. 
La flessibilità di orari e luogo di lavoro vede nella generazione Y confederata un’ardente sostenitrice. Il 64% la considera una priorità, mentre i coetanei di altri Paesi l’abbracciano solo al 50%. Nota positiva emersa dallo studio, i giovani svizzeri vedono di buon occhio la cosiddetta Industria 4.0, o Quarta rivoluzione industriale, la quale prevede nel futuro prossimo l’automazione industriale, lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi attraverso l’integrazione di nuove tecnologie (mondo virtuale) e lo scambio di dati. 
A questo proposito, i Millennials rossocrociati non temono di perdere il proprio lavoro, anzi sono convinti che l’Industria 4.0 permetterà loro di concentrarsi maggiormente sull’aspetto creativo e umano della professione. Inoltre, il 39% della generazione Y svizzera considera che sia responsabilità delle aziende preparare i propri impiegati a questi cambiamenti.

Darwin docet
È infatti la parola «cambiamento» quella che più caratterizza i Millennials e questi tempi, così frenetici e così innovativi. I giovani suscitano particolare curiosità poiché sono nati in un periodo cerniera, la fine di un secolo e l’inizio di un altro, assistendo in prima persona alla rivoluzione digitale, i cui effetti e il cui futuro sono, ad oggi, indefinibili. Indefinibili come la generazione Y, che prima di tutte ha saputo adattarsi, integrare e comprendere i nuovi paradigmi. Il mondo e la società evolvono a una velocità dirompente, ma come già ci insegnava Charles Robert Darwin più di cento anni or sono «non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti». Forse i nuovi adulti con la «Y», con i loro difetti e le loro eccentricità, l’hanno capito prima di tutti. E complice la giovinezza ne hanno fatto un mantra.

 

LA TESTIMONIANZA / a cura della Redazione
“MIllenario, semmai”*

«Millennials, certo. Come no. Sicché essendo nato nei primi anni Ottanta dovrei essere flessibile, abbracciare il cambiamento, quello che gli economisti fighetti chiamano ‘disruption’, lo scombussolamento costante del lavoro e della società promesso dai vari Uber, Lyft, Facebook. A chi interessa più il lavoro dalle 9 alle 17? Il posto fisso? Quel mondo soffocante nel quale entravi in un’azienda a vent’anni e ne uscivi per la pensione, con in mano l’orologino regalato dai colleghi, una pacca sulla spalla del completo buono? Roba da vecchi; noi qua inseguiamo l’innovazione, diamo sfogo alla creatività, viviamo il piacere del momento. Ci interessa essere, non avere. Lavoriamo da casa, dormiamo al lavoro. Siamo social media manager, web communication officer, tutte quelle robe che in inglese suonano nuove ed eccezionali (perché noi lo sappiamo l’inglese, mica come voi cariatidi)… Balle. Che tanti della mia generazione ci credano davvero, e vivano di conseguenza, è solo un altro segno che è meglio non fidarsi: odi profanum vulgus et arceo (perché va bene l’inglese, ma pure il latino). Qui ragazzi è una guerra. Tocca fare sette mestieri, sgamellare di qua e di là, si arriva ai quarant’anni con mille vinili da collezione e camicie da hipster, ma senza un tetto. Più che una presentazione leccatina di Mark Zuckerberg, la nostra vita sembra raccontata da Mario Brega in quel vecchio film di Verdone: “Ma che è ‘n fijio questo? Senza ‘na casa, senza ‘na famijia, co’ le pezze ar c…”. Poi certo, per le menti più geniali e gli spiriti più robusti questo mondo è un’ostrica. Ma ci sono anche gli altri, quelli come me. Quelli che sospirano quando vedono chiudere un ufficio postale anche se non ci sono mai stati. Celebrate pure i Millennials, ma ricordatevi di noi poveri millenari».

* testimonianza di uno squilibrato, personaggio  noto alla Redazione.

 

 

 

Articoli simili