Lo dico (poi lo penso)

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Di laRegione

Ogni tanto scappa e trattenerlo è impossibile. Almeno per alcuni, che col linguaggio volgare, denigratorio e violento ci vanno a nozze, non senza spunti creativi e mirabili accostamenti. Parole che spaziano dalla goliardia al razzismo più indolente, sparate tra un’affermazione e l’altra all’indirizzo di chi (solitamente) non è presente. Scarso rispetto e odio spingono a trovare architetture verbali che veleggiano ovunque, nel posto di lavoro come nei mezzi pubblici. Espressioni che non hanno vergogna e confini: chi non ha mai avuto un/a collega «senza freni», in barba a sensibilità altrui, fedi religiose e «politesse» verso l’altro sesso? Quando escono dalla bocca dei più giovani, la sorpresa è contenuta: sono gesti di sfida verso i capisaldi delle buone maniere, atti di ribellione che con l’età adulta passeranno, si sa. Se invece sono persone mature, genitori, nomi noti ed esponenti della politica a praticare la violenza verbale (magari «tanto per ridere») uno si diverte un po’ meno. Perché se in pubblico e tra sconosciuti si lasciano andare, consciamente o meno, ti chiedi che cosa potranno mai scrivere protetti da fantasiosi pseudonimi negli intricati meandri di web e social? Se è vero che «le parole sono importanti» (Nanni Moretti docet), che siamo quello che parliamo e che la nostra personalità dipende anche dalle caratteristiche linguistiche del nostro comunicare, sorge il dubbio che a molti interessi poco dell’immagine pubblica e dei giudizi altrui. Palesi segni di grande autostima, forti certezze e granitica sicurezza in se stessi. O forse no.

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