Come una rana a Saigon
Saigon ti fa sentire istantaneamente in colpa. Anche se non sei americano, anche se in vita tua non hai mai sparato un colpo di pistola…
Di Roberto Scarcella
Anni fa mi sono ritrovato a cambiare muta. Non stavo più nella mia vecchia pelle e per liberarmene ho iniziato a fare su e giù per l’America Latina: temendola, amandola, perdendomi, sfidando me stesso e il manuale del viaggiatore responsabile fino a farla diventare la mia rassicurante coperta di Linus. A quel punto mi è venuta voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vederla, l’Asia. Ve la racconto qui.
Saigon ti fa sentire istantaneamente in colpa. Anche se non sei americano, anche se in vita tua non hai mai sparato un colpo di pistola, anche se all’epoca della Guerra del Vietnam non eri nato e, quando poi te l’hanno raccontata, simpatizzavi per i Vietcong.
Esci dall’aeroporto climatizzato e ad accoglierti è una ventata di calore che in un secondo ti avvolge e poi ti bagna col tuo stesso sudore, come se si fosse finiti in una lavasciuga che funziona al contrario. Senti addosso quell’afa asfissiante che film come Platoon e Apocalypse Now riuscivano a farti percepire anche d’inverno, sul divano di casa, riconoscendola all’istante.

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Ti senti in colpa perfino a nominarla, questa città che è diventata sinonimo di tante cose, abisso umano compreso. Saigon, come siamo stati abituati a chiamarla, o Ho Chi Minh, in onore del suo leader rivoluzionario, come fu ribattezzata nel 1975? Qualcuno, usando il nome sbagliato, potrebbe offendersi? Sì, talvolta, ma in realtà quasi mai. Quindi va benissimo Saigon, anzi, Sài Gòn, come dicono loro, apparentemente indifferenti a quello e a molto altro, in una città in cui farsi scivolare addosso la realtà che ti circonda, e si mostra – nel bene e nel male – priva di filtri, sembra l’unica maniera di tirare avanti.

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Il traffico specchio della vita vietnamita
Passare da carnefice a vittima, però, è un attimo. Basta provare ad attraversare la strada. Una missione ai limiti dell’impossibile che mi ha fatto tornare con la mente ai tempi in cui, ragazzino, frequentavo le sale giochi. Parliamo dei primi anni Novanta: c’erano già videogame abbastanza elaborati per l’epoca, ma io e un mio amico ci eravamo fissati con Frogger, dove impersonavi una semplice rana che, per tornare nello stagno, doveva attraversare una strada a cinque corsie evitando veicoli di ogni tipo, sempre più veloci man mano che avanzavi di livello, fino a rimanere inevitabilmente schiacciato.

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Ecco, a Saigon quando lasci il marciapiede sei quella rana arrivata a un livello di velocità e complessità che nel gioco non è previsto. E la vita è la tua ed è solo una. A sfidarti è un esercito di moto che pare senza fine, rombante, compatto e incazzoso come uno sciame di api all’attacco. Qualcuno potrebbe pensare a un’esagerazione. Per questo, in mio aiuto, prendo in prestito le parole di uno scrittore americano-vietnamita, Andrew X. Pham, che nel suo memoir di viaggio Catfish and Mandala descrive così il traffico di Saigon: “Nessuno cede il passo a nessuno. Ognuno, semplicemente, si lancia, punta e si fionda dritto verso la propria meta, agendo come in una scommessa in cui si vince tutto oppure niente. Le persone si scambiano sguardi di sfida e lottano per ogni centimetro di spazio di manovra. Tutti sono ugualmente determinati a ottenere la precedenza. La pretendono. Sterzano all’ultimo istante utile, schivandosi per un soffio. Il vincitore prosegue dritto, senza nemmeno concedersi il tempo di un ghigno di soddisfazione, già impegnato in un nuovo scontro di volontà. Il traffico di Saigon è lo specchio della vita vietnamita: una continua messinscena fatta di pose, bluff, mosse rapide, tenacia e rese”.

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Ormai vanno a ruba le magliette con stampato sopra il traffico, diventato l’attrazione numero uno. Uno dei detti più popolari in città è: “Con il verde vai, con il giallo vai. Con il rosso pure”. Con queste regole d’ingaggio è un miracolo che non ci sia un incidente in ogni angolo. Eppure ci si abitua: il trucco è attraversare le strisce con passo fermo e non cambiare mai e poi mai la propria andatura, anche quando pensi di finire sotto a una ruota. Ti schiveranno loro, in qualche modo. Anche se ho visto occidentali, perlopiù coppie avanti con l’età, che sembrano essere invecchiati su quel marciapiede in attesa di un via libera sicuro che non arriverà mai.

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Ogni porta una sorpresa
Come dentro un paradosso, il modo migliore di spostarsi è salire come passeggero su una di quelle moto che per pochi spiccioli ti portano ovunque. Per le strade di Saigon hai meno probabilità di essere in pericolo se il pericolo sei tu. Eppure è a piedi che si assapora l’essenza di una città che – come diceva Tiziano Terzani – “ha cambiato nome, ha cambiato padrone, ma la cui anima è rimasta sospesa in un limbo fuori dallo spazio e dal tempo”. Lì puoi imbatterti in scene di strada irriproducibili, camminare nell’incrocio dove l’11 giugno 1963 un monaco si diede fuoco davanti al fotografo Malcolm Browne, diventando una delle immagini più potenti del Novecento, o ritrovarti in epoche diverse semplicemente cambiando locale.

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L’immolazione di Thích Quảng Đức fotografata da Malcom Browne
Tra i luoghi ormai più rappresentativi di questo limbo – e dove puoi camminare a lungo senza timore di imbatterti nel traffico – c’è un palazzo di nove piani esteticamente unico e dal nome inequivocabile, “The Cafe Apartment”, dove gli inquilini sono dei bar, ognuno diverso dall’altro per menù e stile. Sali le scale fatiscenti, attorniato da muri stracolmi di adesivi da tutto il mondo (tra cui spicca un Toto Cutugno accompagnato dalla scritta “Tifosi neri”, qualsiasi cosa significhi) e finestre con grate che danno su vecchi edifici pieni di bandiere vietnamite. Ogni porta è una sorpresa. Proprio come Saigon.

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