Andamento latino. Musiche come case da abitare
Ci sono musiche che si ascoltano e musiche che si abitano. Le culture musicali dell’America Latina e dei Caraibi appartengono a questa seconda categoria
Di Keri Gonzato
Ci sono musiche che si ascoltano e musiche che si abitano. Le culture musicali dell’America Latina e dei Caraibi appartengono a questa seconda categoria: non chiedono soltanto attenzione, ma partecipazione. Salsa, cumbia, samba, forró, son cubano e reggae non passano prima dalla testa, ma dal corpo. Lo attraversano, lo mettono in movimento, trasformando l’ascolto in relazione.
Da alcuni anni la presenza della musica latina nei festival estivi ticinesi è sempre più forte. Quest’estate un flusso di sonorità caraibiche e latinoamericane attraversa palchi, parchi e piazze, coinvolgendo anche chi normalmente resta ai margini della pista da ballo. Non si tratta soltanto di una tendenza stagionale, ma dell’espressione di un linguaggio culturale che da tempo ha superato i confini geografici, continuando a creare relazioni e appartenenze ben oltre i luoghi d’origine. Queste musiche hanno superato da tempo i confini geografici, diventando un linguaggio globale capace di tenere insieme estetica, memoria storica e socialità.
Stare insieme
Al NeverMind Music Fest di Bellinzona (Horang Music), mentre il sole scende sul Parco Urbano e il pubblico aspetta l’arrivo dei Gente de Zona, io, Diana e Miriam – compagne di capoeira, salsa e ballate latine – parliamo con una ragazza brasiliana seduta accanto a noi. Non è una fan sfegatata del duo cubano, ma ai concerti latini non rinuncia mai. «Mi piace l’energia che si crea», racconta. «È inclusivo: se non sai ballare, il cerchio si apre e qualcuno ti insegna. Non è solo musica, è stare insieme». Diana, colombiana cresciuta in Svizzera, annuisce: «Ti diverti, dimentichi la settimana. Il corpo si muove da solo e le persone diventano più aperte». Miriam, ticinese, racconta invece il suo percorso attraverso capoeira, salsa e bachata, fino alla decisione di prendersi un anno sabbatico tra Bolivia, Brasile e Argentina per allontanarsi dai ritmi serrati del lavoro in pronto soccorso e ricaricarsi attraverso altre culture.
Poco dopo, l’energia dei Gente de Zona travolge il pubblico. Tra orgoglio per le proprie radici e desiderio di libertà, il duo trasforma Bellinzona in un barrio cubano in festa. Forse è proprio qui che emerge una definizione possibile: queste non sono soltanto musiche, ma forme di presenza nel mondo.

© NeverMind Music Fest/Francesco Streit
Dolore che si fa energia
Molte di queste tradizioni trasformano il dolore in energia collettiva. La capoeira, nata tra gli schiavi africani deportati in Brasile come pratica di resistenza mascherata da danza, mostra bene questa fusione tra musica, corpo e comunità. Samba, cumbia, son cubano e salsa nascono invece dall’incontro tra Africa, Europa e Americhe, dentro storie di migrazioni, colonialismo e contaminazioni culturali. Il reggae giamaicano, profondamente intrecciato al pensiero rastafariano, diventa linguaggio di emancipazione. Da Bob Marley a Peter Tosh, accompagna lotte per la giustizia sociale, l’autodeterminazione e la dignità.
Molte di queste musiche nascono in contesti segnati da schiavitù, povertà e marginalizzazione. Eppure non si limitano a raccontare la sofferenza: la trasformano attraverso la danza, il canto e la festa. La festa, qui, non è evasione. È resistenza. «La vida es un carnaval», cantava Celia Cruz: non superficialità, ma un’affermazione della vita nonostante tutto.
Questa intuizione dialoga anche con il presente europeo. Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, critico della società della prestazione, richiama da anni la necessità di recuperare spazi di gratuità e relazione. Il suo provocatorio “más fiesta y más siesta” è diventato quasi uno slogan: gioco, riposo e convivialità non come perdita di tempo, ma come forme di rigenerazione.
In questo senso molte culture latinoamericane e caraibiche incarnano un paradigma alternativo a quello dell’efficienza permanente: stare insieme, ballare e condividere non produce profitto, ma qualcosa di meno misurabile e forse più essenziale, appartenenza, fiducia, libertà.
Strumento sociale e politico
Non sorprende allora che queste musiche continuino a essere strumenti sociali e politici. Il reggae accompagna movimenti di emancipazione, la nueva canción sostiene lotte civili e il pop latino contemporaneo diventa spesso voce identitaria e politica. I Gente de Zona, con, trasformano la musica in dissenso. E artisti come Bad Bunny, sul palco del Super Bowl, portano la cultura portoricana al centro dell’immaginario globale, rendendo visibili lingua, identità e appartenenza latina nel contesto politico contemporaneo degli Stati Uniti.
Questa forza è anche profondamente inclusiva: nella danza latina il confine tra palco e pubblico si assottiglia, il sapere si trasmette attraverso il gesto e il movimento diventa linguaggio condiviso. Anche in Europa questo patrimonio continua a mettere radici e a generare nuove forme espressive. La Combi, band nata in Ticino, muove il pubblico locale al ritmo sincopato della cumbia e delle sue contaminazioni contemporanee. Il 16 luglio la band sarà protagonista della rassegna Roam al LongLake Festival, al Parco Ciani, nella stessa serata che ospiterà anche La Delio Valdez, storica orchestra di cumbia di Buenos Aires. Roam farà tappa anche in Brasile il 14 luglio con Leo Middea e Mari Froes, due tra le voci più interessanti della nuova scena brasiliana. La rassegna si chiuderà il 18 luglio con Tarrus Riley insieme a Dean Fraser and the Blak Soil Band, tra i nomi più autorevoli del reggae contemporaneo. La serata si aprirà con Cali P, artista dalle radici svizzere e guadalupensi, e si concluderà con il sound system ticinese Biomassa Sound. Infine, come non citare Estival Jazz che, lo scorso 9 luglio, ha ospitato sul suo palco i brasiliani Amaro Freitas Trio e Hamilton de Holanda Trio.
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Una presenza strutturale
Nei festival estivi del Ticino, le sonorità dell’America Latina e dei Caraibi non rappresentano più una parentesi esotica, ma una presenza strutturale del paesaggio culturale locale. Da NeverMind a LongLake e LAC en plein air a Lugano, dal festival colombiano Viva Mi Fiesta che si tiene questo fine settimana a Paradiso (Viva mi Tierra), fino al Samba Festival di agosto al Parco Ciani – con un prolungamento oltreconfine nel Latin Festival di Milano – prende forma un arcipelago culturale fatto di percussioni, danze e comunità che si ritrovano nello spazio condiviso della festa.
L’architettura del ritmo
Dietro l’immediatezza del ritmo si nasconde spesso una grande complessità musicale: poliritmie afrodiscendenti, arrangiamenti sofisticati, sezioni di fiati elaborate. Anche gruppi come i Gente de Zona si inseriscono in una lunga tradizione cubana nella quale il ritmo non è ornamento, ma architettura profonda. Più che semplici generi musicali, queste culture propongono una pedagogia del corpo e delle emozioni. Insegnano che il dolore può essere condiviso, che la vulnerabilità può trasformarsi in incontro e che perfino la guarigione può assumere una dimensione collettiva. Ballare, allora, non è evasione. È un altro modo di essere presenti nel mondo. E forse è proprio questo il messaggio che l’America Latina e i Caraibi continuano a offrirci: entrare in relazione non come eccezione, ma come pratica quotidiana.
Come un cerchio che si apre e dice semplicemente: ven conmigo.
