Cybercondria, la pratica di cercare diagnosi in rete

Chi non è mai caduto nella trappola, insidiosissima, di ricercare sintomi online e pochi secondi dopo temere per la propria vita?

Di Giovanni Luise

Alzi la mano chi non è mai caduto nella trappola, insidiosissima, di digitare una manciata di sintomi nella stringa di un motore di ricerca online (che dire poi dell’AI?) e, pochi attimi dopo, credere di star vivendo gli ultimi giorni della propria vita. Capita, quasi, a tutti, inutile nascondersi… ma è sempre meglio fare capo a chi la medicina la conosce e la pratica, in carne e ossa.

Come fanno a non essersi ancora estinti i medici nella nostra società? Che senso ha oggi investire anni in tirocini, specializzazioni, master internazionali, libri infiniti sul funzionamento del corpo umano, quando esiste per tutti la possibilità di affidarsi al miglior dottore esistente sulla piazza?

Ciascuno di noi si sarà rivolto, almeno una volta, al laureato con lode in tutte le Università del pianeta: stiamo parlando, ovviamente, dell’illustrissimo Dott. Google! Il nostro luminare digitale è in grado di fare diagnosi, accertamenti di qualsiasi tipo, può descrivere patologie ed elencare sintomi con dovizia di particolari, ma, soprattutto, in un mondo in cui nulla è a buon mercato, offre le sue prestazioni in maniera totalmente gratuita.

Allora perché non ci sentiamo meglio dopo aver ricercato in Internet la causa di quel dolorino che sentiamo in mezzo al petto? Forse perché tra i centomila risultati elencati, la nostra mente non si è soffermata sulla probabile possibilità di aver digerito male il brasato con patate arrosto divorato la domenica a pranzo, bensì ha preferito focalizzarsi su quella più improbabile di essere a un passo dall’infarto con la conseguente angoscia di pre-morte.

Catastrofismo

In questo eccesso di elementi a disposizione, definito dagli anglosassoni overload informativo, noi ci focalizziamo (tanto per cambiare) sulla scelta più catastrofica.

Possiamo definire la Cybercondria come la ricerca ossessiva di malattie su Internet che provoca stati d’ansia per la convinzione di soffrire di quel tipo di patologia ricercata. In pratica, è una sorta di Ipocondria 5.0 in cui abbiamo a disposizione molte informazioni, ma zero rassicurazioni, e ossessivamente continuiamo a fare ricerche in rete per alleviare la crescente preoccupazione interiore che però si amplifica all’apertura di ogni nuovo sito.

È come se soffrissimo di una specie di effetto di 1° anno di corso accademico. All’inizio di un corso di laurea in Psicologia o Medicina, il giovane studente riconosce sulla propria pelle la maggior parte dei sintomi che studia sui libri di testo annotando dentro di sé “questa ce l’ho… e sì soffro anche di questo… ah invece questa patologia mi manca anzi però se ci penso bene un po’ ne sono affetto!”.

Ecco che in un attimo digitando in rete “forte mal di testa”, finiamo per scrivere il nostro testamento dopo qualche click, bypassando medici veri per affidarci invece a Dr. Web che non solo non ha mai visto il nostro corpo ma, particolare non irrilevante, semplicemente… non esiste.

D’altronde perché rivolgersi a un professionista quando possiamo liberamente accedere a un forum del 2008 gestito da utenti con nome tipo “MammaCarmelina96”?

Quando siamo coinvolti (ma ahimè spesso anche quando non lo siamo), dimentichiamo che il web è un luogo dove si trova tutto e il contrario di tutto, dove la differenza tra un’informazione vera e un’informazione falsa e opinabile, non è sempre immediata e non è di facile individuazione.

Bassa attendibilità

In un recente studio, dopo aver chiesto ad alcuni volontari di interrogare i motori di ricerca più diffusi riguardo ad alcuni sintomi specifici, è emerso che solo 3 dei primi 10 risultati possono essere considerati scientificamente attendibili, per cui le probabilità di farsi un’idea sbagliata sulle proprie condizioni di salute, con tutte le conseguenze che ne derivano, è significativamente alta.

Appare ovvio che se si vogliono avere informazioni attendibili è fondamentale capire l’autorevolezza delle fonti o fare riferimento a testi scientifici di altra natura e non certo al primo sito web che incontriamo, eppure quasi tutti ce ne dimentichiamo.

Quello che ci frega è la nostra ricerca ossessiva di voler avere tutto sotto controllo dimenticando che l’avere tutto sotto controllo altro non è che una forma… di perdita di controllo e di contatto diretto con il nostro corpo (e anche un po’ con il mondo): più tendiamo a delegare la rassicurazione a qualcosa che proviene dall’esterno, più perdiamo la gestione delle nostre sensazioni e percezioni finendo per sviluppare credenze che contribuiscono all’escalation di ansia per la salute inducendoci a un’autodiagnosi online spesso errata.

Eppure sui danni del sovraccarico di informazioni, aveva provato ad avvertirci Arthur Bloch quasi 50 anni fa: “A volte si ha troppo a disposizione. Un uomo con un orologio sa che ore sono. Un uomo con due orologi non è mai sicuro”, e oggi probabilmente definirebbe la Cybercondria “l’unico male il cui sintomo principale è avere troppo wi-fi”.

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