La filosofia in una tazza di tè
Gli autori giapponesi Okakura e Sōseki ci offrono spunti di riflessione sul rapporto Oriente-Occidente e sulla condizione di artista attraverso la lettura
Di Marco Horat
Ho approfittato di alcune giornate uggiose per prendere tra mano due volumi già letti tempo addietro: Le Livre du Thé, di Okakura Kakuzō, 1906 (in un’edizione francese del 1931), ovviamente reperibile anche in italiano col titolo Lo Zen e la cerimonia del tè (SE Edizioni); un testo, per molti versi di grande attualità nel rapporto Oriente-Occidente e passato-futuro. E: Guanciale d’erba di Natsume Sōseki (Neri Pozza), pure pubblicato nel 1906, (l’autore di Bocchan e Io sono un gatto) romanzo sulla condizione dell’artista in una società che sta cambiando pelle e deve fare i conti con il passato.
Un intellettuale cosmopolita
Okakura (1863-1913) è stato uno studioso giapponese cosmopolita di vasta erudizione, nonché critico d’arte che ha operato anche in Europa, Usa, Cina e India, e che a un certo punto cambia il suo nome in un carattere di scrittura che significa ‘ragazzo risvegliato’. Dopo i primi studi tra un tempio buddhista e una scuola missionaria cristiana diretta da quel James Hepburn che ha stabilito il metodo di romanizzazione del Giappone, frequenta l’Università di Tokyo. Anni dopo vi fonderà la Scuola di Belle arti e l’Accademia di arti visive; per alcuni anni sarà pure curatore della sezione di arte giapponese e cinese del Museum of Fine Arts di Boston.

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Okakura Kakuzō
Ponte di conoscenza
Le sue opere sono scritte in inglese. Un fatto insolito pensando al suo impegno in favore della dignità della cultura orientale, allora snobbata dall’Occidente, che parlava invece di “stranezze, curiosità, infantilismo, barbarie” riferendosi ai tratti culturali salienti che concernevano l’Impero del Sol Levante (un atteggiamento ancora presente seppure rivestito del concetto di fascino): la cerimonia del tè, l’ikebana, il sumo, le raffinatezze della gastronomia, le geisha ecc. Ma forse, proprio per gettare un ponte di conoscenza tra due sponde lontane, Okakura ha con molto acume scelto una lingua di comunicazione internazionale. La sua è una difesa di valori universali e senza tempo, che non è nostalgia per il pur grande passato del Paese, ma proposta di reciproco arricchimento, tra ieri e oggi come tra Paesi di cultura diversa.
Il Libro del tè è la narrazione di alcune caratteristiche della cultura giapponese inerenti alla spiritualità. La cerimonia del tè non è tanto (come magari la vediamo noi) una questione estetica, anche se si rifà a regole precise di svolgimento. Il ‘teismo’ – dice in sintesi l’autore – è una religione legata all’arte stessa del vivere, è un culto basato sull’adorazione del Bello che ispira purezza e armonia, solidarietà e idealmente dà il senso della convivenza sociale; ma è al tempo stesso un culto dell’Imperfetto (espresso ad esempio con l’asimmetria nella ceramica) poiché mette in campo uno sforzo impossibile per realizzare qualcosa di perfetto in quella cosa imperfetta che sappiamo essere la vita.

Ancora: il benessere risiede nella ricerca della semplicità; una pratica che l’isolamento secolare del Giappone ha acuito, portando l’attenzione del singolo sullo sviluppo della propria vita interiore e sulla ricerca dell’essenziale; con la nascita di pratiche spirituali come il Buddhismo Zen, così in voga e citato (spesso a sproposito) ai nostri giorni. Dopo una serie di capitoletti, ricchi di aneddoti e spunti sul diverso modo di intendere la vita quotidiana tra Occidente e Oriente, sullo stretto rapporto consolidatosi nei secoli XV-XVI tra teismo e Zen, Okakura passa alla descrizione di come deve essere la Stanza del tè, cuore della famosa cerimonia: una capanna umile come la dimora di un contadino, fatta di legno e bambù, chiamata anche Casa della Fantasia, Casa del Vuoto o Casa dell’Asimmetrico. L’ingresso avviene attraverso una porticina che obbliga a chinare la testa e che ai tempi costringeva i samurai a lasciare all’esterno le loro micidiali katana. Si compone di un locale sobrio che può accogliere al massimo cinque persone, di un’anticamera dove si preparano gli utensili necessari per la cerimonia, di un portico sotto il quale gli invitati attendono e di un vialetto ombroso di accesso che al tempo stesso separa il luogo dal mondo esterno.
Il tutto deve dare l’aria di una povertà estremamente raffinata. Ogni elemento è ridotto all’essenziale, ogni particolare ha un senso (soggetti, colori, forme, materie usate), pochi oggetti presenti scelti con estrema cura; l’insieme all’insegna dell’arte della pulizia esteriore e interiore. Il contrario – dice Okakura – del modo di intendere occidentale che erige edifici in pietra che poi appesantisce con decorazioni esterne e interne: case, palazzi, edifici sacri e musei traboccanti di oggetti artistici ne sono la palese testimonianza. Ieri come oggi.

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Presunzione ed eleganza
Un altro grande scrittore del ’900 ha trattato l’argomento in modo però rovesciato, esprimendo un punto di vista totalmente discordante rispetto a quello di Okakura: è l’anticonformista Natsume Sōseki (1867-1916) che così scrive a proposito della cerimonia del tè e dei suoi adepti moderni. Un giudizio severo dal quale emerge con forza il confronto tra le autentiche radici della tradizione e le sue declinazioni moderne, in tempi di cambiamento culturale.

Kazumasa Ogawa / The University Art Museum, Tokyo
Natsume Sōseki
“La parola tè mi irrita. Non ci sono al mondo snob arroganti come i cultori dell’arte del tè. Essi recitano e rendono angusto il vasto mondo della poesia e con un’ostentata venerazione, estremamente presuntuosa, intenzionale, meticolosa, nonché inutile, mostrano di gustare con soddisfazione della semplice schiuma… La cosiddetta cerimonia del tè è stata creata da mercanti, da borghesucci, da gente che non era affatto educata al senso del bello, che non riuscendo a capire in che consista la raffinatezza, e credendo che bastino le regole per essere eleganti, si fa beffe di chi invece conosce davvero che cosa sia l’eleganza”.

