Rosso Malacca, estasi del colore
C’è qualcosa di ipnotico nella piazza cittadina, un magnetismo tutto suo dovuto al colore: un riverbero quasi accecante che ti dice “a me gli occhi”
Di Roberto Scarcella
Anni fa mi sono ritrovato a cambiare muta. Non stavo più nella mia vecchia pelle e per liberarmene ho iniziato a fare su e giù per l’America Latina: temendola, amandola, perdendomi, sfidando me stesso e il manuale del viaggiatore responsabile fino a farla diventare la mia rassicurante coperta di Linus. A quel punto mi è venuta voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vederla, l’Asia. Ve la racconto qui.
Arrivi che Malacca è un nome, fortemente evocativo, che sa di pirati, spade affilate, mercanti, avventure alla Salgari. Te ne vai ed è diventata un colore: rosso, rosso acceso, rosso mattone, rosso Malacca, appunto. C’è qualcosa di ipnotico nella piazza cittadina, un magnetismo tutto suo dovuto al colore dello Stadthuys, il palazzo comunale, costruito nel 1650, in cui per oltre tre secoli si è succeduto il potere, che fosse olandese, inglese, giapponese e infine malese. Rosso è il museo accanto, rossa la torre dell’orologio al centro della piazza, rossa la chiesa (con la grossa scritta bianca “Christ Church Melaka 1753” a fare da contrasto) e i palazzi accanto. Tutto quel riverbero quasi accecante ti dice “a me gli occhi”. E gli occhi, per una volta, non sembrano solo vedere un colore, ma toccarlo, scontrarcisi, sentirne la consistenza. Difficile staccarsi, pensare che ci possa essere qualcosa di meglio da vedere nei paraggi. Il rosso Malacca è una sorpresa dei sensi che ti fa pensare a come possa essere la meraviglia di qualcuno che ha vissuto tutta una vita in bianco e nero e all’improvviso scopre i colori. Resti lì, imbambolato, a contemplare i confini della percezione che si spostano più in là.

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La Venezia d’Oriente
A rompere la magia ci pensano i coloratissimi e rumorosissimi trishaw, un mutante con ruote a pedali, a metà tra un grosso triciclo e un risciò (da cui il nome). Hanno casse di bassa qualità da dove viene sparata musica di pessima qualità ad alto volume. I conducenti se ne stanno spaparanzati in attesa dei turisti, specialmente quelli con bambini al seguito, attratti non dal rosso Malacca, ma dai colori delle luci al neon, dei fiori e dei pupazzi che avvolgono il trishaw: Hello Kitty, Spiderman, Pikachu, Minions… ogni gusto e tonalità del kitsch, dal rosa shocking all’azzurro zucchero filato, è rappresentato per accontentare tutti. I tour costano dai 10 franchi in su, molto più in su, a seconda della tua abilità di trattare. Ti portano sul lungofiume un po’ mesto, dove si affacciano locali che hanno svenduto la propria anima in cambio di dollari, euro, yen e qualunque valuta abbia più peso del ringgit locale. La chiamano la Venezia d’Oriente. E ci vuole del coraggio. Se sei fortunato, però, puoi avvistare un varano delle mangrovie che si tuffa in acqua.

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I trishaw scorrazzano anche per le vie del centro, incuranti dei pedoni, visti come un ostacolo, trattati come un fastidio. Jonker Street, con il suo mercato notturno, è la via più trafficata, congestionata, rumorosa, quella in cui i viaggiatori più pigri restano intrappolati: lì mangiano, bevono, dormono, comprano souvenir, si scattano foto-ricordo. Al confine tra Jonker Street e la Malacca che non seduce il turismo di massa c’è una statua di un uomo che flette i muscoli: sopra c’è scritto Datuk Wira Dr. Gan Boon Leong, Mr. Universo, Mr. Asia, Mr. Malesia, Mr. Malacca. In gioventù, come body builder, fu l’orgoglio dei suoi concittadini. Quando smise, capitalizzò la propria popolarità diventando un politico e inventandosi proprio Jonker Street, che prima era una via come tutte le altre, dove subito diminuiscono le insegne e aumentano i muri scrostati, spuntano pubblicità ingiallite dal tempo e piante di un verde così intenso da rivaleggiare con il rosso della piazza. I locali in cui si va a cercare un po’ di tregua dalla calura sono spesso un enigma, e solo una volta dentro capisci se sei entrato in un negozio di antiquariato, in casa di qualcuno o in un bar, dove spesso ad accoglierti ci sono uccelli colorati in gabbie di legno, se non addirittura liberi, in un’atmosfera da tropici d’altri tempi.

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Capitale culinaria
Malacca è anche una delle capitali culinarie del Paese, dove domina la cucina nyonya (o peranakan, che in malese vuol dire “nati qui”), un mix speziatissimo costruito nei secoli e dove dominano il maiale cinese, le spezie locali e il cocco, protagonista di piatti salati e di ogni dolce, compreso il dessert tipico, il cendol: latte di cocco cremoso, ghiaccio tritato, vermicelli verdi di farina di riso, sciroppo di zucchero di palma e fagioli rossi.

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Non sempre però è consigliabile sapere gli ingredienti di ciò che mangi. Tra le cose che non sapevo di voler fare nella vita c’è stata una colazione salata cinese alle 7.30 del mattino in un posto totalmente a caso. Nonché l’unico aperto in una città vuota a quell’ora. Vuota fuorché in quel locale, dove pare si fossero radunate tutte le persone sveglie e affamate di Malacca. Vedo un piatto che mi ispira e che prendono tutti, una pasta a metà tra uno gnocco e un maltagliato con un sacco di roba non identificabile sopra. Chiedo gli ingredienti al giovane cameriere che non parla inglese, che mi manda da una signora agée, che – si è capito subito – non parla inglese nemmeno lei, ma è talmente risoluta nei modi che non posso dire di no. E meno male che non l’ho detto. Era squisito. Ma la mia curiosità si è fermata lì: mai rovinare una buona sensazione che ormai si trova nel tuo apparato digerente andando a indagarne i dettagli.

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