Coperta di Linus 2.0

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Di laRegione

Fa bene Keri Gonzato, nel nostro approfondimento, a spiegarci come «ripulire» i social dai contatti indesiderati: ché ormai il rumore di fondo di notifiche, inviti e cronache di dubbio valore sta diventando assordante (e delle foto di gattini, vogliamo parlarne? Signora mia!). Va anche detto, però, che quel rumore bianco costituisce la versione digitale della coperta di Linus: la famosa «bolla» è in realtà un soffice vello che ci avvolge e ci protegge dalle opinioni altrui, da quella critica che non vogliamo sentire, da qualsiasi cosa possa mandare in frantumi (in granelli?) il castello di sabbia delle nostre convinzioni. Immagino sia così che pagano il pane ai loro investitori, i famigerati algoritmi di Facebook. E siccome l’America in queste cose è democratica fino al cinismo, ciò vale per tutti: dal complottista delle scie chimiche all’emaciato intellettuale che legge solo saggi in tedesco.
A ciascuno il suo. Perfino (soprattutto) la pubblicità è mirata: a me, per dire, propone solo calzini dei Beatles e sandali di dubbio gusto. Sicché viene difficile separarci da quell’orchestrina che suona sempre il nostro motivetto preferito, proteggendoci dal viziaccio di avere dei dubbi. Anche perché ogni like su quello che pubblichiamo – cooptato anche quello, inutile dirlo, dall’incestuoso incontro fra identici – scatena in noi una scarica di endorfine. È scientificamente provato (la scienza studia anche queste cose, oggigiorno, fatevene una ragione). Perciò pazienza se ci si riduce a scambiarsi opinioni da taverna.
È la «nostra» taverna, quella, e anche se è una bettola sembra l’Harry’s Bar.

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