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Di laRegione

Nel suo Paradisi artificiali (1860) Charles Baudelaire scriveva che «colui che farà ricorso a un veleno per pensare ben presto non potrà più pensare senza veleno». L’autore francese sapeva di cosa parlava: in quei decenni l’uso di droghe – ovvero, «tutte le sostanze di origine vegetale o sintetica che agendo sul sistema nervoso centrale provocano stati di dipendenza fisica e/o psichica» – era infatti molto diffuso. Se con la scoperta delle Americhe in Europa giunsero coca e tabacco, attorno al 1540 lo svizzero Paracelso (alchimista e astrologo, si badi bene) introdusse in medicina soluzioni idroalcoliche di oppio che divennero assai popolari. Già 500 anni or sono l’enorme tornaconto economico derivante dal consumo di oppio fu alla base della decisione dell’India di creare (era il 1526) un monopolio della coltivazione del papavero, della raccolta del suo lattice, della produzione e della vendita. Grazie ai francesi nel Settecento arriverà in Europa la canapa e il secolo seguente i chimici ci regalarono alcune sostanze della famiglia degli alcaloidi, come la codeina (1832). Seguì poi la cocaina (1859), in decenni nei quali l’oppio era destinato anche ai bambini per la capacità di renderli tranquilli. Se nel 1897 la Bayer commercializza l’eroina come medicinale (un successone), nel Novecento comparvero, tra le altre cose, anche le anfetamine. Poca «roba» (è proprio il caso di dirlo…) rispetto a quella goccia che nel 1943 cadde sulla mano di Albert Hofmann, diventato «il padre» dell’LSD. Da allora la musica e le arti non saranno più le stesse. L’uomo aveva scovato un nuovo paradiso nel quale rifugiarsi: ne seguiranno altri, artificiali e digitali.

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