Vietnam. Hue, la Cittadella sospesa

In larga parte distrutta dalle infinite guerre che hanno devastato il Vietnam, la Cittadella è enorme e piena di sorprese sparse qua e là…

Di Roberto Scarcella

Anni fa mi sono ritrovato a cambiare muta. Non stavo più nella mia vecchia pelle e per liberarmene ho iniziato a fare su e giù per l’America Latina, fino a farla diventare la mia rassicurante coperta di Linus. A quel punto mi è venuta voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vederla, l’Asia. Ve la racconto qui.

Il numero di telefono di Ben l’ho trovato su un adesivo attaccato a un lampione di Hoi An. Viaggiare soli e affidarsi per un lungo spostamento in auto a un totale sconosciuto la cui unica referenza è un palo della luce tenderei a sconsigliarlo. Ma se c’è un posto in cui può funzionare è il Vietnam. Ha funzionato.

Trasporti eccezionali

Ben mi porta sano e salvo a Hue, 130 chilometri più a nord. La sera precedente, su WhatsApp, avevamo imbastito un’assurda conversazione in cui lui rispondeva o iniziava le frasi con “yes” anche quando intendeva “no”. Alla fine, non so nemmeno bene come, ci siamo accordati, e al mattino me lo ritrovo davanti all’hotel con l’aria paciosa e un’auto che sembrava in grado di fare il suo dovere.

Segue un’altalena emotiva che non mi aspettavo da un autista a noleggio: prima taciturno, intimorito dal suo livello d’inglese, poi chiacchierone quando ha capito che ci si capiva; prima fin troppo deferente, poi – dopo una foto scattata insieme su una laguna lungo la strada – quasi invadente come certe zie (“E perché non hai figli? Perché non ti sposi?”); prima rilassato in stile guida panoramica e poi col turbo inserito quando si è reso conto che se non si fosse sbrigato sarebbe rientrato col buio. Innervosito dal traffico di Hue mi lascia all’inizio della strada del mio hotel dicendo: “È uno di questi, prima o poi lo trovi”. Pochi minuti dopo ricevo un messaggio: “Sorry” con accanto un cuoricino.


© R.S.

Cercando l’albergo mi imbatto in alcuni giovani barbieri di strada, nel senso che tagliano barba e capelli direttamente sul marciapiede, e in un signore in sella a una vecchia Honda che mi vuole portare a tutti i costi a visitare i tunnel dei Vietcong, a due ore da lì, incurante del fatto che ho ancora lo zaino in spalla e di lì a poco farà buio.


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Scacchi misteriosi

Intontito dal sole e dal caldo, salgo in hotel, mi cambio in tutta fretta, scendo e il sole è scomparso. Piove. Chiedo a un’app certificata (Grab) di trovarmi un mototaxi che mi porti a Gia Hoi, il quartiere schiacciato tra il Fiume dei Profumi e il canale che divide la Cittadella imperiale dal resto di Hue e dal mondo.

E passo tutto il tragitto a rimpiangere i conducenti selezionati sugli adesivi dei lampioni: gomme sgonfie, strada bagnata, casco dello spessore del pane carasau, il guidatore che non mette mai la mano sinistra sul manubrio continuando imperterrito a scrivere sul cellulare mentre sorpassa chiunque si trovi davanti.


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Sopravvissuto, inizio a gironzolare a piedi fino a che non trovo un gruppo di persone concentrate attorno a decine di scacchiere per me ignote: sono quelle del Co Up e della variante Co Tuong, due giochi di origine cinese in cui non si fa scacco al re, ma al generale, e in mezzo c’è un fiume che alcune pedine possono superare e altre no.

Il Co Up è noto anche con un altro nome, bellissimo: scacchi misteriosi. Perché, a parte il generale, all’inizio le pedine sono adagiate tutte al contrario e nessuno sa dove si trova cosa. In pratica le prime mosse si fanno giocando alla cieca, e solo dopo si girano.

Viaggio nel tempo

Oltre il fiume c’è una città (nonché ex capitale del Paese) dove c’è tutto. E tutto, a differenza delle soverchianti Saigon e Hanoi, è a portata di passeggiata. A Hue ci sono caffè moderni in stile nordico, giri l’angolo e trovi una caserma con sopra un manifesto di Ho Chi Minh tra i militari, giri un altro angolo e c’è un mercato uscito da un dipinto di un secolo fa, un altro ancora e, senza nemmeno chiedere permesso, ti ritrovi dentro soggiorni altrui a sbirciargli fornelli e televisore.


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Il mio posto preferito, poco lontano dal caos e da un ponte che sputa continuamente motociclette, si affaccia sul fiume. Si chiama Café Long Gió: un luogo in cui, potrei scommetterci, le lancette dell’orologio viaggiano più lentamente. Scaffali con vecchi libri e fumetti, canne da pesca, amache, un caffè delizioso, una calma mista a gentilezza condivisa tra cameriere e clienti e la vista sui bastioni dell’imponente Cittadella.


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In larga parte distrutta dalle infinite guerre che hanno devastato il Vietnam, la Cittadella è enorme e piena di sorprese sparse qua e là. Ad accrescere il fascino del complesso è l’abitudine di chi la visita di noleggiare abiti tradizionali. In particolare la grazia di certe donne e la naturalezza dei bambini: incrociati sotto la giusta luce, dentro il giusto edificio, sono un viaggio nel tempo, una piccola concessione alla sospensione dell’incredulità.


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Un mondo sospeso, ovattato, lontanissimo dal traffico che sfreccia di continuo a poche decine di metri, oltre i canali, dove sembra che se non si è in meno di tre su una moto non si possa circolare.


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Quando arriva la sera, sopra i palazzi si accendono le grandi insegne al neon blu e rosse arrivate da un’altra epoca, i ponti si illuminano e la gente di Hue si riversa sul prato davanti al Fiume dei Profumi (esiste un fiume con un nome più bello?) a fare lunghi picnic in compagnia: a suonare, ridere, bere, giocare, chiacchierare, flirtare. Insomma, vivere. A vederli sembra così facile.


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