Disavventure latine. Ecuador: Quito e il Diavolo

La capitale ecuadoriana, a 2’850 metri di altitudine, è una città bellissima, colorata, disperata, dove i pericoli te li senti addosso

Di Roberto Scarcella

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione

Mi avevano detto che non c’era niente da vedere, che era brutto, sporco e cattivo. Che si mangiava male e beveva peggio. Che mi sarebbe costato troppo e mi avrebbe dato indietro poco. Che a un certo punto mi sarei chiesto – arrabbiato con me stesso – perché non il Brasile, le Canarie, l’Appenzello Interno. O il Molise. E che se volevo rischiare la pelle potevo almeno evitarmi un volo di dodici ore, visto che ci si può far ammazzare molto più vicino, se proprio ci tieni. Mi avevano detto che non si poteva uscire la sera, e forse nemmeno di giorno, che non si poteva prendere un autobus né entrare allo stadio. Così sono andato a vedere davvero com’è, l’Ecuador: senza ignorare i pericoli (che ci sono, eccome), ma abbracciando – ricambiato – tutto il resto. Ne è valsa la pena. Ve lo racconto qui.

Di tutti i pericoli – veri, verosimili e inventati – che mi hanno segnalato su Quito, nessuno si è premurato di ricordarmi il più visibile. Talmente visibile che si può vedere – senza magari fissarlo (che fa ancora più male) – non solo a Quito, non solo in Ecuador, non solo in Sudamerica, non solo dal pianeta Terra. Parlo del Sole, che a 2’850 metri d’altitudine, senza le dovute precauzioni, può fare male quanto i narcos. D’altronde gli ecuadoriani ci tengono a dirti (e me lo diranno spesso) che la loro capitale è la più alta del mondo, giocando sul fatto che – nonostante quel che si pensi – La Paz (3’640 metri) non è proprio la vera capitale della Bolivia (che è Sucre).

Atterrato a Quito dopo un lungo viaggio aereo notturno, ho deciso di andare subito in centro senza alcun tipo di protezione solare, “tanto è nuvoloso, che vuoi che succeda”. Niente di più sbagliato, la sera mi sono ritrovato con la faccia rossa e la pelle che chiedeva pietà, iniziando una relazione con l’aloe vera che terminerà oltre il rientro a casa, un mese dopo. Mentre di tutti quelli che dovevano rapinarmi, turlupinarmi, rapirmi o uccidermi nessuna traccia.


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‘Lì non andare’

Forse sono stato solo fortunato (in parte di sicuro), ma anche qui, come in altre città latinoamericane (Buenos Aires, Medellín, Città del Messico…) ho sperimentato quel cortocircuito che colpisce sia il viaggiatore sia l’abitante del posto che, armato di buone intenzioni, cerca di indirizzarlo, aiutarlo. Alle paure, più o meno legittime, più o meno esagerate, dello straniero, si aggiungono così le abitudini, le idee – spesso preconcette – di chi una città la vive, magari da sempre. E così ho sentito amici, conoscenti, guide del posto dire “lì non andare”. Poi magari ti informi meglio, oppure rischi di tuo, ci vai e non solo non accade nulla di brutto, ma scopri che il posto o il quartiere off-limits era più sicuro di quello dove vive chi te li sconsigliava. Solo che, spesso, chi vive in una metropoli, perlopiù caotica come quelle sudamericane, non sa davvero cosa c’è in un’altra zona, e amplifica, ripete magari vecchi aneddoti e leggende, o parole di gente che ha paura di suo o che s’inventa storie terribili di sana pianta, perché è (anche) quello che facciamo noi umani.


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E così è successo che ho portato di sera a La Mariscal, quartiere dei divertimenti (di basso livello, aggiungo, ma questo l’ho saputo dopo), un quiteño che non andava lì da anni, una volta che se ne andava il mio primo pericolo reale, il Sole, per paura di tutti gli altri pericoli. O addirittura, e dopo varie insistenze, ho accompagnato una ragazza – conosciuta in uno dei tanti locali con guardie più armate di Terminator – nel centro storico, dove non metteva piede da un sacco di tempo e dove io, straniero, ero invece già stato due volte.

Impaurita dalla sua stessa città si era privata dello spettacolo che regala il più grande centro storico coloniale d’America, il primo (assieme a Cracovia) a entrare nella lista dei Patrimoni dell’umanità Unesco. Luogo in cui in pochi metri quadrati puoi vedere tutto e il suo contrario, come un cavallo a dondolo lasciato nel centro della piazza San Francisco, la più grande, dove passa gente con abiti strani a venderti stranezze e stazionano fattucchiere pronte a “pulirti l’anima”, qualsiasi cosa voglia dire. E dove i murales ti ricordano che qui ogni giorno spariscono persone che non vengono ritrovate mai più.


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Sincretismi

Il mercato, poco lontano, si estende fino ad avere negozietti e bancarelle proprio fin sotto al Parlamento, in barba a ogni misura di sicurezza. Ogni scorcio è un salto nel passato, come l’interno della Cafeteria Modelo, che sembra uscita dagli anni Sessanta e da cui – una volta dentro – non vuoi più uscire.

Per strada ho anche incrociato un uomo che trasportava da solo un’enorme riproduzione dell’Ultima Cena. E qui c’è da fare una piccola deviazione su chiese e religioni che si sovrappongono a miti e usanze locali. Nella splendida cattedrale, dal cui tetto si domina il centro cittadino, c’è una riproduzione dell’Ultima Cena in cui al posto del pane c’è l’humita (la tipica pasta locale di mais cotta e poi farcita), al posto del vino la chicha morada (mais bollito con frutta e spezie), che ha lo stesso colore, e come piatto principale il cuy, ovvero il porcellino d’India, considerato tra le prelibatezze del posto. In un altro quadro i Re Magi non cavalcano cammelli, ma lama. E via così, fino alla leggenda – sudamericanissima – della chiesa di San Francisco, che recita così: l’indigeno Cantuña, responsabile dei lavori in perenne ritardo, a un certo punto si decise a vendere la propria anima al Diavolo. Il patto includeva due cose: che la chiesa fosse terminata la notte stessa e che non le mancasse nemmeno una pietra. Ma Cantuña, durante i lavori, prese una pietra e la nascose, beffando il Diavolo. Ancora oggi i turisti vanno a cercare il buco della pietra mancante. C’è tanta polizia lì, e alla peggio devi stare attento ai borseggiatori, come in molte altre città, anche europee.

Poi, certo, sali in cima alla Basilica del Voto Nacional o sulla terrazza del Café Mosaico, magari sorseggiando un canelazo (aguardiente, panela – ovvero zucchero grezzo – e ishpingo, la cannella dei Mapuche) e osservi dall’alto questa città sterminata, bellissima, colorata, disperata e i pericoli te li senti addosso, anche se non ci sei inciampato, fino a capire che a Quito, per tirare avanti, si è costretti a scendere a patti col Diavolo ogni giorno.


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