Malesia, George Town. A ritrovare papà

Avrei voluto offrirgli una birra, ma non potevo, e così ne ho bevute due, facendole sbattere una contro l’altra, brindando anche per lui.

Di Roberto Scarcella

Anni fa non stavo più nella mia vecchia pelle e per liberarmene ho iniziato a fare su e giù per l’America Latina: temendola, amandola, perdendomi, sfidando me stesso fino a farla diventare la mia coperta di Linus. A quel punto mi è venuta voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vedere l’Asia. Ve la racconto qui.

Sono andato a George Town attratto dai murales tridimensionali di Ernest Zacharevic, quelli dove puoi entrare nell’opera, farne parte, sedendoti su un’altalena vera accanto a due bambini disegnati su un muro scrostato. O trovando spazio sul sellino di una moto fissata a un palazzo guidata da un centauro a due dimensioni schiacciato contro una porta.


© R.S.

Li ho visti, mi sono piaciuti, li ho fotografati, ho guardato come la gente ci si rapportava a seconda del livello di sorpresa e del carattere: i timidi, che stanno un po’ a distanza, circospetti, gli spavaldi, che entrano nel quadro come i pistoleri nei saloon; quelli che ridono tutto il tempo, quelli che vogliono a tutti i costi la foto e quelli che controllano e toccano tutto come se ci fosse un’ispezione in corso o da scoprire un trucco che invece è già rivelato, eppure – va detto – mantiene una certa magia.


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Una vita sull’acqua

Sono andato a George Town per i murales e invece ci ho trovato mio padre, che non c’è più, vagando tra i Clan Jetties, i moli di legno, montati su palafitte, che sporgono verso il mare, costruiti nel XIX secolo per evitare di pagare le tasse sulla terraferma imposte dalle autorità coloniali. E nati come insediamenti temporanei di pescatori e lavoratori portuali cinesi. Case in simbiosi con il mare: sull’acqua e nell’acqua, che di quel che dava l’acqua vivevano e in molti casi vivono ancora.


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Ogni molo ha un nome che ne rivela l’origine cinese: Lim, Chew, Tan, Lee, Yeoh. Sono quelli delle famiglie, o meglio dei clan, che ne sono proprietari e li gestiscono. Qualcuno lo hanno abbattuto nei primi anni Duemila perché la città reclamava nuovi spazi. Gli altri si sono adattati, ciascuno a suo modo, alla modernità. Il Chew Jetty, il più famoso e turistico, è aperto ai visitatori dalle 9 di mattina alle 9 di sera. Ha un ingresso decorato con archi e lanterne rosse, murales colorati a tema marittimo, negozi di souvenir, bar, bancarelle che vendono cibo e un tasso di sopportazione più elevato rispetto ai gruppi di viaggiatori. Ormai tre case su dieci sono state convertite a uso turistico. Si può anche noleggiare una barca per vedere i moli dal mare.


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Allontanandosi dal centro si arriva agli altri moli, sempre meno curati, sempre meno inclini a venire a patti col turista. Sono luoghi dove la visita non viene incoraggiata, ma tollerata. Se non addirittura sconsigliata fin dall’ingresso: spoglio, disadorno, tutt’altro che invitante. Per arrivarci devi camminare lungo una strada sempre meno trafficata, superare una caserma dei pompieri e piazzali pieni di auto che dovrebbero essere in una discarica. Quando entri lo fai in punta di piedi, perché stai entrando in casa d’altri. Viene da pulirti la suola delle scarpe sullo zerbino, se solo ce ne fosse uno. Più ti inoltri, rischiando di incrociare un’occhiataccia, più è facile finire direttamente dentro la vita di qualcuno: la signora che cucina, quella appisolata sull’amaca o su quelle sedie di plastica bianche uguali in tutto il mondo. C’è anche chi prega davanti ad altari domestici che si contendono l’attenzione con la tv accesa.


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Odore di pescatore

Lungo il molo c’è un odore che non è proprio di pesce, ma di pescatore: delle sue reti, dei suoi oggetti, dei suoi vestiti lasciati ad asciugare. C’è una differenza che chi, come il sottoscritto, è figlio di pescatore riconosce all’istante, e che – magia – in alcuni posti di mare è uguale (e in altri no, chissà perché), anche a mezzo mondo di distanza.


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Dicono che è agli odori che ci affidiamo per far riaffiorare i ricordi più intimi, specie quelli d’infanzia. Io, da bambino, complice un’uscita notturna con mio padre e mio zio in cui non fecero altro che sgridarmi per non sapere quel che non avevo mai fatto, e che quindi non sapevo fare, iniziai a odiarla, la pesca. E su gozzi e pescherecci vari non ci sono voluto salire per un bel po’, dando un dolore a chi ha passato più tempo su una barca che nel proprio letto, in mare che sulla terraferma.

Odiavo i pesci freschi – e rigorosamente bolliti – che mamma mi preparava per cena perché “il fosforo ti farà diventare intelligente” (chissà perché quello buono e cucinato bene me l’hanno dato solo quando sono diventato adulto). Sui moli però ci andavo volentieri, appresso a quell’odore che i moli di George Town mi hanno restituito come se fossi tornato alla mia infanzia, in Liguria, in un porto che ora non esiste più. Allora mi sono seduto lì, con le gambe a penzoloni, sentendo mio padre vicino come non l’avevo mai sentito da quando se n’è andato.

È stato bello. Avrei voluto offrirgli una birra, ma non potevo, e così ne ho bevute due, facendole sbattere una contro l’altra, brindando anche per lui. Sembra un’immagine triste, lo so. Eppure, giuro, è stato un momento felice. A George Town, solo, dall’altra parte del mondo, e contemporaneamente a casa, in compagnia di chi non c’è più. La sera sono andato al mercato notturno di New Lane, uno dei più famosi e rinomati di tutta la Malesia. Ho assaggiato un po’ di pesce, qua e là, saltando da una bancarella all’altra.

Era più buono quello di papà.


© R.S.

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