Gabrielli, fuori! Storia una mente creativa

Antonella ride, piange, fuma e beve mentre la intervisto. Ha preparato un picnic, nel caso in cui ci venga fame: prosecco, insalata di riso, salametto…

Di Sara Rossi Guidicelli

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione

Con Antonella Gabrielli parliamo di libertà, arte, animali domestici, figli, morte, struzzi, fragilità (per le quali ha un debole) e vecchietti seduti su una panchina (su cui si specchia la vera bellezza). E soprattutto ripetiamo l’importanza di ridere: se rido di me, dice, allora vuol dire che ho capito qualcosa.

C’era quella prof a scuola: bocca a culo di gallina, cappottino stretto al collo, gonna d’argento. Ma come fai a non ridere? E allora la prof: Gabrielli, fuori! Bisognava uscire e finire di ridere in corridoio. Ridere mi ha salvato la vita, dice Antonella, detta Toni. Anche dipingere. Quando dipingo mica penso. Prima butto fuori sulla tela, poi mi accorgo di quello che ho fatto. Allora piango, e poi sto meglio.
Si è sposata che sembrava una bambina, ha avuto una figlia, giovane appena uscita dall’Accademia di Brera, e ha messo da parte tutto per l’amore. Dice: alla maturità artistica sono arrivata dopo, con una tragedia in famiglia. Perché ridere aiuta, piangere aiuta, ma dipingere mi ha aiutata più di tutto. Quadri cupi, dolore a olio, corpi che parlano di storie intime. Già da piccola le dicevano: ma perché non disegni una casetta, il sole? E lei no, vedeva una signora anziana sulla panchina e le piaceva quella. Non voglio dare un messaggio, scuote la testa, posso solo mettere a nudo me stessa. Lei che ride sempre, che abbraccia e accoglie, che tira fuori i sogni dai cassetti e aiuta a realizzare. Sulla tela esorcizza. Siamo fatti di luce e ombra, e chi sperimenta entrambe è già fortunato, no?


© A. Gabrielli

Essere solo se stessi

In Accademia, a Milano, le dicevano: Gabrielli, ma lei la vediamo arrivare in carrozza coi cavalli. Perché non dipingeva quadri astratti come i suoi compagni. Erano gli anni Settanta, potete immaginarvi, tutti si davano all’astratto in quel decennio. Ma se io volevo fare i ritratti? Allora rispondevo gentilmente: Professore, magari l’anno prossimo mi viene da fare anche a me l’astratto. Ma per ora… proprio non lo sento. E sa com’è, se non lo sento non lo faccio, io per moda non faccio proprio niente. Ecco. È così Antonella Gabrielli, bella a ogni età, che ti stringe come se fossi la persona più importante della sua vita, che ama la gente, che ride della vita, che si commuove per la verità, che lascia le erbacce crescere e trova sempre il fiore.


© A. Gabrielli

Ritratti di animali

E poi, quattro anni fa, ha scoperto gli struzzi. Perché la fanno ridere. Sono goffi, gli struzzi, e lei li capisce. Li dipinge ballando, correndo, sorridendo. Ora, da poco, si è messa a parlare con le persone che hanno un cane o un gatto, che li amano con dolcezza e buon gusto, persone che le raccontano delle loro creature e che desiderano un quadro in salotto, un quadro che dia valore al gatto (o al cane) e all’arte. Allora lei apre i suoi libri (Bacon, Ingres, Van Dyck…) e cerca ispirazione. A chi metterei quella giubba da colonnello? Come starebbe la marsina sopra a uno Schnauzer un po’ spettinato? Li veste, li pettina, sovrappone i confini dell’umano e della bestia, ricorda perché animale ha la radice di anima.
Si immagina il compagno di famiglia, fedele, l’amico dei bambini, e lo raffigura come quegli antenati nei castelli belli impettiti sopra al grande camino. Però con un pizzico di ironia in più, o forse è più giusto dire di affetto.
Non ha abbandonato gli altri lavori, quelli che le escono dalla pancia. E nemmeno ha smesso di insegnare. Da quarant’anni riceve allievi nel suo studio e li guida, li ascolta, li porta via dalla terra per due ore, concentrati sul pennello e sui colori. Spesso le dicono: la pittura è la mia passione, ma non ho mai osato. E lei si sente fortunata, lei che è nata a due passi da Brera. Lei che ha potuto. E allora cerca di stare loro più vicino, di farli recuperare.


© A. Gabrielli

‘Sono un’amante della fragilità’

Ha sempre pensato che la gente fragile stia più in ascolto e che alla fine dia di più. Che quelli tutti d’un pezzo, pieni di certezze, quelli che parlano parlano e hanno una bella macchina, quelli che chiedono ‘Cosa facciamo? Dove andiamo?’ , quelli che giudicano, che per loro non è mai abbastanza, che ti dicono ‘sei grassa, mettiti a dieta’ o ‘hai il naso lungo, fatti una plastica’. Ecco, ha sempre pensato che quella non fosse la parte dell’umanità che le interessava. Piuttosto ama i senza fronzoli, i timidi, i ridanciani, i bambini, quelli che mica guardano il vestito, che dicono ‘Ci vediamo domenica’ senza bisogno di sapere cosa si farà quel giorno, quelli che hanno una storia, che ti rispettano e ti lasciano vivere e che sanno ballare o stare in silenzio un attimo guardandoti negli occhi. Da piccola le piaceva disegnare gli alberi senza foglie. Odiava gli alberi con le foglie. Ma non vedi che sono più belli? No. Non vedo. Vedo che senza foglie ci sono i rami e i rami mi piacciono. Ma non è triste un albero con solo i rami? E sarà triste, chiamalo come vuoi. Ma è bello.


© A. Gabrielli


Antonella Gabrielli ritrattata da Sara Rossi Guidicelli.

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