Sul telecomando e la (solita) nostalgia

Cresciute coi cartoni giapponesi dove le pallavoliste si allenavano “catene ai polsi”, pretendiamo di spacciare la sofferenza come valore. Ma a chi?

Di Laura (la Ficcanaso)

Pubblichiamo un articolo apparso sabato su Ticino7, allegato a laRegione.

Arriva un momento della vita in cui un genitore ritiene doveroso spiegare alla prole cosa faceva da piccolo e con quanto gusto e autenticità viveva la sua infanzia. Nel racconto tutto viene mitizzato, dai metodi severi e antiquati della maestra delle Elementari ai pomeriggi fiume davanti alla televisione senza controllo (sì, erano gli anni Ottanta, la pedagogia Montessori non si portava su tutto come un filo di perle per ingentilire e i nostri genitori indossavano tailleur con le spalline, lavoravano senza sosta, uscivano tutti i sabati e non avevano certo tempo per dedicarsi a un programma di limitazione della tv per le creature, dal canto loro così efficacemente incantate dall’apparecchio).
Forse la maturità è proprio questo: friggere dolcetti per Carnevale, buttando alle ortiche il mantra “casa nostra è troppo piccola per friggere” e tornare alla carica per far appassionare i bambini ai cartoni della nostra infanzia. Dico tornare perché chiunque di noi ha fatto tentativi prima del tempo. Come dimenticare l’emozione di metterli davanti a Siamo fatti così restaurato e rilanciato di fresco su Netflix, per scoprire dopo pochi minuti che a loro del corpo umano non interessava nulla. Perché non riprovarci con Holly e Benji? Ce lo ha fatto tornare in mente l’ultima cretinata di cronaca, secondo cui in Cile il cartone è stato vietato perché giudicato sessista (faccio un name dropping solo per voi, amici di annata: lo schiaffo lo molla Julian Ross, il calciatore cardiopatico, alla manager che rivela in conferenza stampa i suoi problemi di salute).
Siamo cresciute bombardate da cartoni di questo tipo: portiere e attaccante nemici-amici, pallavoliste stachanov che si allenavano con le catene ai polsi. Per non parlare della ginnasta che saltava sulla trave come un capretto sognando le Olimpiadi e raggiungendole con una abnegazione che in futuro noi non avremmo applicato neppure all’impossibile processo di apertura dei Chupa Chups. La sofferenza, elemento centrale dei manga giapponesi a cui erano ispirati i nostri cartoni cult, ha pervaso la nostra vita fin da subito. Oggi cerchiamo di proporla come un valore ai nostri figli. Ma cosa può capire e apprezzare chi non sa cosa significhi alzare le chiappe dal divano per cambiare canale? 

 

 

Articoli simili