Sandro Matasci. Tra cemento, vigna e pennelli

Dalla diga del Luzzone alla Stazione Fart di Muralto: i ricordi di un ingegnere civile con una grande passione per la pittura e la viticoltura

Di Redazione (a cura)

Pubblichiamo un articolo apparso sabato su Ticino7, allegato a laRegione.

È nato a Gordola il 10 marzo del 1944. Ingegnere civile di professione, ha diverse passioni: la viticoltura – anche se l’omonimia con la nota azienda vinicola è casuale –, la pittura (sia in acrilico sia col vino a mo’ d’acquerello), il tiro sportivo, i viaggi, cercar funghi e perfino la scrittura gotica. C’è un pezzo del suo lavoro in alcune grandi opere disseminate per il cantone, dalla stazione sotterranea delle Fart di Muralto ai piloni della teleferica di Robiei, fino ad AlpTransit. Ma ha vissuto e lavorato anche in Italia, in Algeria e ad Haiti, a costruire cementifici. È sposato con Franca e ha due figli.

Nella vita, Sandro Matasci ha sempre utilizzato le mani soprattutto per due cose: disegnare opere ingegneristiche e potare la vigna. Anche mentre si racconta, le mani continuano a fare il loro mestiere descrivendo nell’aria curve e rette, oppure tagli decisi ma leggeri. Le seguono due occhi azzurri che sembrano sempre un po’ stupiti, anche quando si allontanano apprensivi sull’orologio, come se Sandro avesse paura di rubarci tempo. “Sono affascinato dalla potatura della vite”, spiega con una risata ancora timida. “La mia prima volta nella vigna è stata a dieci anni, insieme a mia mamma Maria che l’aveva avuta in eredità. Avevamo anche un campo sul piano di Magadino. Al mercoledì mi faceva saltare le lezioni e mi portava con lei, ma siccome abitavamo davanti alle scuole, per non farmi vedere dagli insegnanti, dovevo uscire di casa dalla finestra sul retro”. Quella per la viticoltura è una passione che dura da allora e continua anche oggi, seppur sempre a livello amatoriale. “Io sono in pensione e posso dedicarmici. Con i miei cognati continuiamo nella cura della vite, tramandataci per generazioni, nella zona di Gordemo sopra Gordola. Per noi è una gioia vedere durante la vendemmia tutta la famiglia riunita. La nostra fortuna è di avere un nipote, Luca, che a sua volta è appassionato. Non è scontato, per un giovane”.

Mocassini e casseri

D’altronde, anche nel suo caso non era affatto scontato che la vita lo riportasse in vigna. “I miei mi hanno fatto studiare ingegneria a Lugano. Ho preso il diploma nel 1967, ramo cemento armato”. Le sue prime esperienze erano già iniziate sui cantieri di Robiei e del Luzzone, ma quella cosa di saper disegnare lo portò presto all’estero, a costruire cementifici. Prima a Roma, dove il cemento serviva a costruire l’onda lunga del boom; “Progettavamo fabbriche di cemento chiavi in mano. Dovevo controllare il lavoro di molti operai, metà locali, metà bergamaschi”. Le condizioni erano primitive: “Le loro imprese li mandavano a lavorare sui ponteggi coi mocassini, di quelli da ballo. In un anno ne sono morti otto, chi giù dalle impalcature, chi perché restava attaccato al quadro elettrico”.  Poi nel 1971 l’ufficio di ingegneria spedì Sandro ad Annaba, in un’Algeria diventata indipendente nemmeno dieci anni prima: “Vivevamo in un villaggio controllato da guardie armate, in specie di chalet di legno. Io però non ho mai avuto problemi con gli algerini, anche perché ho sempre cercato di rispettare i loro costumi. Siamo riusciti anche a realizzare un silo alto 20 metri durante il Ramadan, con la tecnica del cassero rampante”. 


© Ti-Press / Samuel Golay

Occhio alla curva…

Ultima grande trasferta: Haiti, nel 1972, tra persone “sempre sorridenti, anche se dovevano vivere sotto la dittatura dei Duvalier e naturalmente erano poverissimi. Gli operai arrivavano alla mattina sul cantiere con una canna da zucchero sotto il braccio. A mezzogiorno la tagliavano e ne succhiavano la linfa: era tutto quel che avevano da mangiare”. Sandro e gli altri tecnici europei invece potevano toccare con mano l’altro estremo della piramide sociale, cosa che generava anche un certo disagio: “Per tre mesi, non avendo alloggio, vivemmo nella villa del direttore. Era lussuosissima, tutte le mattine le cameriere ci servivano la colazione in camera. Per pranzo si doveva seguire tutto un cerimoniale, ci si radunava in piedi attorno al tavolo e ci si sedeva solo dopo il direttore, che con un bottone chiamava la servitù. Può immaginare che mondo fosse per me! Dovevo muovermi un passo alla volta, osservare tutto prima di fare un gesto o dire una parola”.Alle sue opere lo lega, oltre all’orgoglio per aver contribuito a un pezzo importante delle infrastrutture ticinesi, una vita di aneddoti: “Come la volta che nel ’90 all’inaugurazione della stazione sotterranea delle Fart, a Muralto, proprio il giorno prima, portando il direttore in stazione si sono accorti che il treno in curva sbatteva sul marciapiede. Se guarda, vede ancora il pezzo di beton che abbiamo dovuto tagliare nottetempo. E dire che glielo avevo anche detto di mandarmi i piani giusti con anticipo…”.

Di sogni e di utopie

Adesso che è in pensione, Sandro ha più tempo per dedicarsi alla vite, che d’altronde segue “da quando si lavorava con la ranza e la cote e si trasportava tutto con la brenta e il carretto, che chiamavamo sciarabàgn: che venisse dal francese ‘char à bancs’ l’ho capito più tardi…”. Oltre a più opportunità per chi vuole proseguire con la viticoltura, sogna nuove opere per rilanciarla, magari una strada “che colleghi tutte le colline da Locarno a Bellinzona, come la Moyenne Corniche a Nizza. Sono utopie, forse. Ma in fondo ogni grande costruzione all’inizio è solo un’utopia”.

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