Lì davanti, ecco il Böshorn

“… e noi capimmo che era meglio tornare sui nostri passi, mica che il Signore ci mandasse una delle sue vendette da Antico Testamento”.

Di Erminio Ferrari

Pubblichiamo un contributo apparso in Ticino7, allegato del sabato nelle pagine de laRegione.

Il Rossbodepass era già “très anciennement connu”, aveva scritto Maurice Brandt, e per me era già un buon motivo per andare a vederlo. Un posto di quelli dove si va quasi mettendosi sulle tracce di uno sconosciuto, o di una storia, di ignari viaggiatori mossi da necessità, e meno frequentemente da piacere, o per ragioni che a noi sfuggono e perciò ricerchiamo. Un passo, poi, è un luogo, ma è anche un atto, un movimento. Un passo va fatto, e nella vita con questo si intende una scelta. Ma siamo qui a parlare di montagne. 

Nomi e ricorsi

Con tutto che non c’è un solo motivo per non andare al Sempione, questa era ed è ancora una ragione in più. Forse perché delle terre qui attorno, nessuna dà l’idea dell’alta montagna che inizia appena dietro casa e nessuna mi attrae tanto. Il Fletschhorn che spinge la Breitloibgrat fin sopra il Dorf, il ghiacciaio (Rossbode anche quello) che affaccia(va) la sua seraccata proprio in faccia a Rossbodestafel (qui è tutto un Rossbode), gli alpinisti che si incamminano per il Lagginbiwak passando sotto il portico dell’hotel Post; il villaggio, bosco, i pascoli, i magredi, le morene, il ghiacciaio, una successione che non tralascia niente, compresa la Storia transitata ai suoi piedi o scavata da minuscoli minatori erculei nel suo sottosuolo. Poi c’è che mio nonno paterno – macellaio, commerciante di bestiame, carrettiere – conduceva anche un’osteria con alloggio che si chiamava “Sempione”, e forse qualcosa c’entra.


Traccia di salita sul versante nord. Foto © E. Ferrari

Le vie del Signore

Dicevo del Passo di Rossbode. Naturalmente, trattandosi di un valico, vi saremmo transitati, ma solo per salire al Böshorn dalla sua cresta sud-sudovest. Questo pensavamo, col Maurino e il Giorgio, senonché, raggiunto il passo per il suo bel canale nevoso, la cima si nascose dietro una cortina di nebbie malmostose. E noi, un po’ la stanchezza, un po’ l’inesperienza, un po’ per il rosario che il Giorgio andava sgranando, ben poco conciliante con l’Altissimo, con i santi e i vapori che ci avevano isolati da resto del mondo, noi capimmo che era meglio tornare sui nostri passi, mica che il Signore ci mandasse una delle sue vendette da Antico Testamento. Ci furono poi una seconda volta, e andò bene, una terza, una quarta, una quinta, ogni volta per un itinerario diverso, diversa la compagnia (ma soltanto gli amici più cari), da solo e in stagioni mutevoli. Dev’essere la montagna. Brandt stesso, introducendola nelle sue Valaisannes, scrisse che tutta questa catena è stata una delle preferite dai cacciatori che l’hanno percorsa in tutti i sensi e ne hanno salito tutte le cime da tutti i versanti. E aggiunse quel “jolie varappe”, attribuito al tratto finale della cresta nordest, la stessa che corona anche la salita scialpinistica dal versante settentrionale, una delle più belle, se non la più bella, di tutto il Sempione.


Croce di vetta con, sullo sfondo, il Bietschhorn, 3’934 m. Foto © E. Ferrari

Cima proletaria

Ricordo infine di avere visto in una remota edizione del Festival di Trento – e in qualche modo di essermene invaghito, ma di quegli innamoramenti che finiscono non appena si riaprono gli occhi – un cortometraggio polacco, Moi maloi Everest (probabilmente la grafia è scorretta, ma vuol dire “Il mio piccolo Everest”), il cui soggetto era la passione del protagonista per una modesta montagna non lontana da casa. Vi dedicava preparazione, attenzione, direi un amore, se non ricordo male, del tipo che solo Bohumil Hrabal – ma già, lui era praghese – ha saputo narrare. Ecco, non voglio dire che il Böshorn ne abbia avuto altrettanto da parte mia, ma questa montagna con due nomi, uno ingannevole – Böshorn, da böse, che in tedesco sta per “cattivo” – e l’altro banale – Rauthorn, da Rothorn: madonna c’è un Corno Rosso a ogni angolo –, questa montagna proletaria senza un nome di primi salitori per le sue creste o i suoi versanti; alta, ma per nulla, rispetto al colosso del Fletschhorn che la sovrasta; questa montagna se fosse l’Everest non mi piacerebbe altrettanto.

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