Contro le vacanze

Di laRegione

Luigi ha un lavoro che lo impegna parecchio, dei collaboratori da gestire e clienti da assecondare. A casa ci sono due figlie non ancora adolescenti e una moglie, che spesso necessita di medici e di cure. I genitori di Luigi sono anziani, i suoceri (pensionati) giustamente se la godono, viaggiano e il più delle volte non sono disponibili. Va da sé, per Luigi le vacanze – in particolare quelle estive –, sono un trauma con le fattezze da rebus. Le quattro settimane di vacanza all’anno che la sua professione gli permette di ritagliarsi servono giusto per spegnere i computer dell’ufficio, e da metà giugno a fine agosto i problemi si sommano: chi tiene le bambine e come impegnarle per un periodo tanto lungo? Da single prima e da fidanzato (senza prole) poi, le ferie erano una liberazione, tanto attesa quanto sperata. Oggi non è più così e Luigi è convinto che quelle 10 settimane di vacanze estive per gli studenti della scuola dell’obbligo siano un’assurdità rispetto ai modelli sociali e familiari sovente imposti. E le sue ragioni sono più che comprensibili: con famiglie dove entrambi i genitori devono lavorare, nuclei sempre più disgregati, mamme e papà sovente soli e reti sociali ridotte ai minimi termini, tra le poche soluzioni disponibili per collocare i ragazzi in estate ci sono le colonie e i corsi. Dei salvagenti, a quale costo? Luigi già calcola che l’estate gli porterà via una piccola fortuna, senza considerare che le figlie preferirebbero starsene a casa… Le vacanze? Per Luigi sono anacronismi culturali per modelli sociali morti e sepolti. Dategli torto.

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