Vietnam. Fuga da Ba Na Hills
Ba Na Hills è un’attrazione, un equivoco, un inganno di Instagram. Ed è anche un confine culturale su cui ho sbattuto il muso, fuggendo controcorrente mentre la gente accorreva felice…
Di Roberto Scarcella
Anni fa mi sono ritrovato a cambiare muta. Non stavo più nella mia vecchia pelle e per liberarmene ho iniziato a fare su e giù per l’America Latina: temendola, amandola, perdendomi, sfidando me stesso e il manuale del viaggiatore responsabile fino a farla diventare la mia rassicurante coperta di Linus. A quel punto mi è venuta voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vederla, l’Asia. Ve la racconto qui.
Ba Na Hills è un’attrazione, un equivoco, un inganno di Instagram. Ed è anche un confine culturale su cui ho sbattuto il muso, fuggendo controcorrente mentre la gente accorreva felice. Perché da Ba Na Hills non me sono semplicemente andato, a un certo punto sono proprio scappato come se avessi qualcuno alle calcagna, del tritolo addosso collegato a un timer che mi avrebbe fatto esplodere se non mi fossi allontanato in tempo. La colpa è mia, che a volte arrivo nei posti dopo aver letto e visto tutto, anche troppo, e a volte niente. Questa era una di quelle che niente.
Un finto vecchio ponte e franceserie
Attirato dalle maestose immagini del Golden Bridge – il ponte a strapiombo sul nulla che pare sorretto da due enormi, antiche mani di pietra – ho puntato ciecamente Ba Na Hills immaginandomi un luogo, sì turistico, ma con una certa sacralità. Niente di più sbagliato. Ad ampliare l’inganno, l’idea (l’unica sensata, scoprirò poi) di arrivare il prima possibile – per evitare la folla – in concomitanza con l’apertura della funivia che dalla periferia di Da Nang porta alle colline che una volta furono davvero sacre per poi diventare il buen retiro dei coloni francesi in fuga dalla calura e dall’umidità della costa, e infine, dopo che la natura si era ripresa momentaneamente tutto, un enorme parco di divertimenti per palati asiatici.

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Il viaggio in funivia, complice il forte vento che spesso blocca le cabine dondolanti a metà strada, non è consigliato a chi soffre di vertigini. Ma a tutti gli altri sì. Per metà della salita ho contemplato un panorama verde brillante con addosso gli occhi di tre giovanissimi studenti vietnamiti che mi guardavano come se nella loro cabina fosse entrato un panda. Dopo avergli detto che ero un italiano residente in Svizzera avevo sorprendentemente raggiunto lo stesso livello di esotismo di un venusiano che si è trasferito su Marte. Una volta in cima mi sono ritrovato a vagare da solo dentro la riproduzione asettica di un castello europeo fino a perdermi.
Quando finalmente sono arrivato al Golden Bridge c’era già molta più gente di quella che avrei sperato: molti avevano con sé i bastoni da selfie, alcuni si erano portati da casa i pannelli riflettenti, altri ancora un fotografo professionale. Sul ponte andava in scena una sorta di struscio intermittente continuamente interrotto da gente che si bloccava in posa generando una strana coreografia a scatti, in stile carillon. Le antichissime mani in pietra, che – va detto – conservano il loro fascino anche da vicino, sono state costruite in realtà nel 2017 e sapientemente modellate come se fossero lì da secoli.

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Tutto il parco ha meno di vent’anni ed è una specie di Disney World asiatica senza i personaggi Disney, ma con tanta Francia. C’è la chiesa in stile Notre-Dame, la piazza con la boulangerie e i bistrot, il bar à vin, tutto che più finto non si può, tutto preso d’assalto con una voracità che all’inizio ho faticato a capire. Poi ho pensato che per molti locali, per cui è già un sacrificio il biglietto per il parco (circa 35 franchi, attrazioni extra e cibo esclusi, un’enormità per un vietnamita), forse è l’unica occasione della loro vita per sentirsi in Francia. Resta tuttavia la sensazione di essere finiti in uno di quei non luoghi che ti mangiano, pezzo a pezzo, portafoglio e anima. Il suo simbolo è la grande statua del Buddha venerata in mezzo a motivetti pop.

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Difficile andarsene
Man mano che la mattina avanzava e il parco si riempiva di famiglie e di gruppi che, per non perdersi, indossavano tutti il cappellino dello stesso colore ho sentito l’impulso di scappare, ma più cercavo l’uscita più venivo risucchiato verso birrerie tedesche senza tedeschi, concerti di boy band improbabili e musei delle cere riempiti di copie di celebrità mal riuscite. Sembra che a Ba Na Hills si possa solo arrivare e non andarsene. Quando finalmente, dopo l’ennesimo giro a vuoto, ho trovato l’accesso alla funivia che mi riportava nel mondo reale, sono stati ben due gli inservienti che si sono fermati a chiedermi se andava tutto bene, come mai me ne stavo già andando, chiarendomi che in caso avessi voluto tornare avrei dovuto rifare il biglietto.

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Mi sono diretto dall’altra parte della città, dove in cima a una collinetta c’è l’altra grande attrazione locale, una statua gigante chiamata Lady Buddha alta 67 metri: una volta lì mi sono accorto che viene ignorata dai più, schiamazzanti quanto le scimmie che rubano bibite e gelati e si rifugiano sugli alberi.

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Un po’ di pace
Per trovare un minimo di pace mi sono dovuto spostare ancora, verso My Son, a circa un’ora di distanza, dove sorgono le rovine dell’antico regno Champa, che con un orgoglio francamente fuori scala i locali chiamano “l’Angkor Wat vietnamita”. Nulla a che vedere con quella maestosità. Tuttavia vagare sotto il sole per i templi di My Son incorniciati dalla giungla è rigenerante dopo aver passato la mattinata tra vietnamiti e cinesi che si scattano selfie davanti a una chiesa gotica di cartapesta.

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Lungo il fiume ho visto un gruppo di persone in abiti locali: incuriosito, mi sono avvicinato, presentato: sono gli eredi di chi, secoli fa, eresse questi templi. Conducono una vita semplice – e per quanto mi riguarda irreplicabile – eppure vestono in modo regale, con un’eleganza e una fierezza nello sguardo perse in chi si illude di trovare la Francia in un parco giochi, la storia in un ponte costruito l’altro ieri.

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