Dal Ticino al Nepal per seminare luce

Seed of Light è una giovane associazione nata per portare la corrente elettrica in zone remote del Paese, ce la racconta Tommaso Fava, membro del sodalizio con Nicola Ritter e Francesco Balestrero

Di Samantha Ghisla

Dal Ticino al Nepal per portare la corrente elettrica in una valle remota: l’esperienza di volontariato di tre giovani a inizio 2025 non poteva restare un progetto isolato. Nel frattempo è nata l’associazione Seed of Light ed è stata realizzata un’altra centralina. Guardando al futuro c’è ancora tanta voglia di aiutare concretamente la popolazione locale e di dare voce alle sue testimonianze.

C’è un gesto che facciamo quotidianamente senza nemmeno pensarci. Premere un interruttore per accendere la luce. Siamo così abituati che lo diamo per scontato e molto probabilmente non ci ricordiamo la prima volta che le nostre dita hanno toccato il tasto e abbiamo visto la stanza illuminarsi.

In un luogo remoto del Nepal, nella Makalu Valley, gli abitanti se lo ricordano molto bene quel giorno. La corrente elettrica è arrivata per la prima volta nella primavera del 2025: la vita di un migliaio di persone suddivise in otto villaggi è cambiata per sempre. A rendere possibile questa rivoluzione è stata, come piace dire con tono scherzoso ai protagonisti stessi, «un’incredibile congiunzione astrale». Come se fosse scritto nelle stelle.

Quel che è certo è che tutto è partito dal Ticino sulla base di una richiesta giunta direttamente dagli abitanti della valle nepalese, che da anni chiedevano al governo l’allacciamento elettrico.

Esperienza autentica

L’ex presidente dell’associazione Mani per il Nepal Daniele Foletti ha coinvolto Nicola Ritter, giovane che stava studiando ingegneria meccanica al Politecnico di Zurigo, che a sua volta è partito alla volta del Nepal insieme a due amici e compagni di avventura, Francesco Balestrero e Tommaso Fava. Il primo meccatronico, il secondo laureato in biologia. Quest’ultimo, attualmente dottorando in neuroscienze al Politecnico di Zurigo, ci racconta in prima persona le emozioni suscitate da questo primo progetto portato a termine sul posto tra febbraio e maggio 2025.

«È stata un’esperienza estremamente autentica. Siamo rimasti tre mesi nella valle di Makalu, una delle vette che supera gli ottomila metri. Una zona particolarmente remota del pianeta, inesplorata dal turismo e lontana dai percorsi alpinistici», spiega Tommaso. Là, a un’altitudine compresa tra i 1’400 e i 2’000 metri e lontano un paio di giorni di cammino da villaggi più grandi, il gruppo formato dai tre ragazzi e da Daniele Foletti ha collaborato con Bahadur Limbu – un ingegnere proveniente da un’altra regione del Paese che ha avuto la possibilità di studiare al Technical College di Kathmandu – e con la comunità stessa per realizzare una piccola centrale idroelettrica. «Si tratta di una turbina delle dimensioni di un computer da tavolo circa, che sfrutta la forza del fiume per il minimo di energia necessario per l’illuminazione dei villaggi. Di fatto non serviva di più, non avendo gli abitanti elettrodomestici o altre apparecchiature, fatta eccezione per alcuni telefoni», continua Tommaso.


© Seed of Light

Nel corso dei tre mesi sul posto, affrontando imprevisti e sfide che hanno reso l’esperienza ancora più intensa ed emozionante, tutti hanno dato una mano per installare la turbina e per realizzare gli allacciamenti. Un vero e proprio lavoro di gruppo che ha permesso anche agli abitanti del luogo di acquisire gli insegnamenti necessari al mantenimento dell’impianto.

Difficile provare che tutto questo fosse scritto negli astri. Ma di fatto il momento in cui i lampioni e le lampadine all’interno delle abitazioni si sono accesi per la prima volta, ha trasformato questa valle oscura in un cielo stellato. La scena si può vivere ancora oggi grazie al documentario di Stephan Chiesa (Rsi), che ha contribuito a rendere nota la storia dei ragazzi insieme a un altro avvenimento di divulgazione mediatica: la partecipazione al TEDxBellinzona a settembre 2025. Sul palco pensato per portare discorsi di breve durata, ma particolarmente ispirazionali, sono stati invitati i tre giovani che per la prima volta hanno quindi raccontato al grande pubblico quanto realizzato in Nepal.


© Seed of Light

Portare la luce

Ma i ragazzi, prima ancora che in Ticino, si sono fatti conoscere anche in altri luoghi del Nepal. Ce lo spiega Tommaso: «Durante il nostro soggiorno, è arrivato un signore a portarci una lettera scritta a mano su un foglio. Era in un dialetto sherpa impossibile da capire. All’inizio pensavamo fosse una forma di ringraziamento. Solo in seguito abbiamo capito che quell’uomo arrivava da Pawakhola, un villaggio ancora più remoto: di fatto era il capovillaggio e ci chiedeva di portare la luce anche da loro». Così i ragazzi decidono di affrontare un’ardua salita per raggiungere Pawakhola e vengono accolti con balli e pietanze tradizionali. In totale vi si recano tre volte, la prima per capire la situazione, la seconda per spiegare di dover calcolare il costo e in seguito la fattibilità (ma la gente del posto capisce che la luce verrà portata già l’indomani e dà vita a una festa che i ragazzi non osano fermare) e la terza per confermare l’impegno a voler realizzare l’impianto anche per loro.


© Seed of Light

Rientrati in Svizzera, per dare il via alla raccolta dei soldi necessari per la seconda centralina, fondano l’associazione Seed of Light, letteralmente seme di luce, con riferimento all’aiuto concreto portato in Nepal, ma in generale allo sforzo comune (loro, ma anche dei donatori e della comunità locale) nel prendersi cura di ciò che metaforicamente può illuminare la vita delle persone. L’associazione è nata anche per dare seguito al forte impatto umano ed emotivo vissuto in Nepal. «L’aspetto umano è stato fondamentale – racconta Tommaso –. Poter dare un contributo importante a un concreto bisogno delle persone è stato l’aspetto principale che mi ha spinto a partire, oltre al desiderio di vivere fisicamente sul posto un’esperienza reale». Emerge dal racconto che il soggiorno in Nepal era molto lontano dalle comodità e dai servizi a cui siamo abituati in Occidente; vi erano peraltro difficoltà con la lingua, nonché l’impossibilità di prendersi una pausa da quel contesto anche solo per un giorno. Eppure si sono gradualmente formati legami profondi. «La vicinanza con la gente del posto si è sviluppata in maniera lenta e graduale. Si tratta di persone abituate ad avere contatti umani con un numero limitato di persone, un migliaio in totale in tutta la loro vita, e probabilmente nessuno straniero. Sono quindi estremamente chiuse all’inizio e il primo incontro è stato scioccante. Poi ci hanno accolto e siamo entrati nella loro modalità di vita estremamente comunitaria. Andarsene è stato difficile», aggiunge Tommaso.


© Seed of Light

Nel frattempo anche a Pawakhola, come promesso al capovillaggio, la luce è arrivata grazie a Seed of Light e alle donazioni ricevute. «A dicembre 2026 torneremo in Nepal per un altro progetto, sempre in collaborazione con l’ingegnere locale con cui abbiamo cooperato le altre due volte. Questa volta l’intento è portare la corrente elettrica nella valle di Panchthar, in quattro villaggi per un totale di circa 850 persone. Attualmente stiamo raccogliendo fondi per questa missione». Dalla luce negli occhi di Tommaso, la sensazione è che l’impegno della giovane associazione non si fermerà a breve. Tra gli obiettivi dei ragazzi vi è anche l’idea di dare voce agli abitanti dei villaggi da loro esplorati in Nepal. Proprio per questo hanno iniziato a realizzare dei brevi documentari in collaborazione con una loro amica, Erica Bulian, che ha già iniziato a raccogliere testimonianze su come la loro vita sia cambiata grazie all’arrivo dell’elettricità. Il tutto verrà pubblicato, insieme agli sviluppi dei progetti, sul sito www.seedoflight.ch.

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