Cyberbullismo, la polizia ai genitori: ‘Fatevi spiegare il loro mondo’
Simone Caimi (responsabile Gruppo Minori della Polcantonale): ‘Stabilire insieme le regole per aiutare i ragazzi a sentirsi coinvolti e responsabilizzati’
Di Katiuscia Cidali
Cyberbullismo, social network e smartphone: una sfida quotidiana per ragazzi e famiglie. Comprendere il mondo in cui crescono i più giovani è il primo passo per riconoscerne i rischi, prevenire comportamenti dannosi e costruire un dialogo efficace, senza demonizzare la tecnologia né vietarne l’utilizzo.
Può accadere che alcuni genitori, durante le serate di sensibilizzazione organizzate dalla polizia, finiscano per consegnare il proprio telefono a uno sconosciuto seduto accanto. Altri si mettono a cliccare su finestre pop-up senza leggere, inventano nomi falsi, concedono autorizzazioni a caso pur di andare avanti. Succede tutto nel giro di pochi minuti, sotto pressione, mentre sullo schermo compaiono un QR code da scansionare e una pagina piena di pulsanti, notifiche e richieste confuse.
«Cadono negli stessi errori dei ragazzi», racconta il commissario Simone Caimi, responsabile del Gruppo Minori (GMin) della Polizia cantonale. «Con la differenza che i ragazzi si muovono in questo mondo molto più velocemente». È da qui che partono molti incontri organizzati dalla polizia con i genitori con figli in età scolastica: al posto di una lezione frontale sui pericoli di internet, si introduce l’argomento con un esperimento pratico. Un piccolo shock. Perché, spiegano gli agenti, l’informazione da sola serve a poco. «Se invece fai vivere un’emozione, quella resta nella memoria».

Il commissario Simone Caimi, responsabile del Gruppo Minori della Polizia cantonale
Il risultato dell’esercizio è quasi sempre lo stesso. Gli adulti, convinti di essere più prudenti dei figli, scoprono di comportarsi nello stesso identico modo. Chiedono aiuto a persone appena conosciute, cliccano senza capire, si fidano troppo in fretta. Ed è lì che emerge il messaggio centrale delle serate: la rete non è un territorio che i giovani attraversano da soli e che gli adulti possono limitarsi a osservare dall’esterno.
Il bullismo si è spostato in rete
Il cyberbullismo, oggi, nasce proprio dentro questo spazio condiviso e continuamente connesso. «Il bullismo c’è sempre stato», spiega il commissario. «La differenza è che oggi è quasi sempre ‘cyber’, è difficile trovarlo senza che ci sia un dispositivo; inoltre adesso c’è una diffusione in tempo zero». Una presa in giro che un tempo rimaneva confinata in classe oggi può raggiungere decine, centinaia di persone in pochi minuti.
«Non esistono più muri di protezione», osserva. «Quando noi tornavamo a casa, eravamo nella nostra cameretta e lì nessuno ci raggiungeva. Adesso questa intimità è violata». Nell’universo digitale gli adolescenti sono sempre raggiungibili, sempre esposti e sempre online. È questa esposizione continua uno dei pericoli più grandi della rete.
Un aspetto che spesso non si considera è che anche filmare una scena può diventare parte del problema. Nei casi di bullismo, racconta Caimi, capita sempre più spesso che qualcuno riprenda tutto con il telefono. E anche chi registra senza intervenire entra nella riflessione educativa e investigativa. «Il magistrato vuole capire cosa passava nella testa del ragazzo che stava filmando», illustra il commissario. «Magari bastava dire: “Ehi, fermatevi”».
Il lavoro della polizia in ambito minorile si muove soprattutto sul terreno della prevenzione e della comprensione. «Nel diritto penale minorile la sanzione non è uguale per tutti», afferma provocatoriamente il commissario. «È costruita sulla persona». Più che chiedersi soltanto perché un ragazzo abbia fatto qualcosa, gli operatori cercano di capire chi fosse in quel momento, quanto fosse consapevole, quale livello di maturità avesse oltre che la sua situazione generale.
L’importanza del dialogo
Per questo le serate dedicate ai genitori insistono soprattutto sul dialogo. E il consiglio più semplice, paradossalmente, è anche il più difficile: ammettere di non sapere. «Dire a un figlio “non lo so, spiegamelo” è un passo enorme». Secondo gli agenti, mettere i ragazzi nella posizione di insegnare agli adulti come funzionano social, chat o piattaforme digitali crea un rapporto diverso. «Lui avrà la foga di raccontarti il suo mondo», spiega il commissario. «E non ti nasconderà niente perché si sentirà coinvolto e considerato».
È una visione che ribalta il classico rapporto adulto-ragazzo: diventa una sorta di educazione reciproca e non più controllo da una parte e segretezza dall’altra. Questo non significa rinunciare alle regole; alcune famiglie scelgono strumenti concreti: parental control, limiti di orario, perfino veri e propri “contratti” per l’uso dello smartphone. Ma anche in questo caso il consiglio fornito ai genitori durante le serate è di costruire il “contratto” o le regole insieme e non imporre divieti dall’alto. «Stabilire insieme tempi, applicazioni consentite e conseguenze delle violazioni aiuta i ragazzi a sentirsi coinvolti e responsabilizzati».
Nuove preoccupazioni e scenari complessi
Sul futuro, però, le preoccupazioni restano. L’intelligenza artificiale e i deepfake aprono scenari ancora più complessi. Video falsi, immagini manipolate e contenuti creati artificialmente rischiano di rendere sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, anche per la polizia. «Una volta il video era la prova regina», osserva il commissario. «Adesso cominciamo a porci delle domande». Anche per la polizia è importante verificare attentamente questo tipo di contenuti, che oggi possono essere facilmente manipolati o persino generati con l’intelligenza artificiale.
Per questo, di pari passo con l’evoluzione delle tecnologie, si aggiornano anche i sistemi informatici e le competenze digitali delle forze dell’ordine. Proprio questa continua evoluzione dimostra però che demonizzare la tecnologia o fingere che non esista non può essere la soluzione: «Non si può dire: basta internet, basta intelligenza artificiale. Le barricate non funzionano». La vera sfida, piuttosto, è imparare a stare in questo mondo senza esserne travolti. «Se hai dei figli», conclude il commissario, «prima o poi devi poter dire: so di cosa sta parlando mio figlio». È forse questo il cuore del problema digitale contemporaneo: invece di controllare tutto, è importante restare abbastanza vicini da continuare a capirsi ed educare.
