La figlia della Ficcanaso e la lettura

Era l’estate dell’anno scorso e stavamo entrando nel ristorante di un’area di servizio…

Di laRegione

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

Era l’estate dell’anno scorso e stavamo entrando nel ristorante di un’area di servizio autostradale, quando la grande lesse tutto di un fiato il cartello sulla porta: «Spingere». Spinse ed entrò, senza aspettare noi. «Vedi, leggere serve a questo. E a tante altre cose», ho detto con soddisfazione e scomodando parole come «emancipazione». Non sapevo, allora, che ci aspettavano mesi di cartelli stradali letti ad alta voce, cartelloni pubblicitari esaminati dalla prima all’ultima riga, canzoni – «Ho una zia che sta a Chiasso…» – intonate alla vista del cartello «CHIASSO» in autostrada.

Un cartello dopo l’altro siamo arrivati alla prima elementare e al tema degli intervalli a scuola passati a leggere. Davanti a lei cerchiamo di fare finta di niente, ma come sempre discutiamo: lui è fiero di avere una figlia che non si conforma alle chiacchiere e cerca di proporle alta letteratura, lei si domanda se mai riuscirà a integrarsi nella classe e se in fondo non abbia esagerato regalandole Le tigri di Mompracem, benché in edizione ridotta.

Al parco spesso si siede sulla panchina a leggere anziché giocare. Ci preoccupiamo fino a che non abbiamo l’onestà intellettuale di ammettere che è esattamente quello che vorremmo fare noi in pausa pranzo. Ci è giunto in soccorso – a proposito di letteratura – un brano di Paolo Nori, tratto da La grande Russia portatile: «Allora, avevo sei anni, leggevo libri da bambini, non me ne ricordo uno, mentre mi ricordo, cinque anni dopo, il primo libro da grandi che ho letto; sono passati più di quarant’anni e io, di quel momento lì che ho scoperto i libri da grandi, quante cose ci possono essere dentro un libro senza figure, mi ricordo tutto: mi ricordo dov’ero, sotto il portico di casa nostra in campagna, mi ricordo il cantar di mia nonna dalla cucina, mi ricordo che passava mio babbo con dei secchi di cemento, mi ricordo la sedia arancione dove ero seduto, mi ricordo la polvere che c’era nell’aria, mi ricordo la sensazione stranissima dovuta al fatto che io, incantato dal libro, non ero per questo incanto estraniato dal mondo, ero dentro, nel mondo: leggere produceva un effetto stranissimo, faceva diventare il mondo più mondo». Tra uno spingere e tirare c’è un mondo intero. E forse l’unica strada è non averne paura.

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