Malesia. Perhentian, ma non per tutti
Non era tutto perfetto, certo. Non lo è mai. Cosa lo è? Per essere felice a me è bastata una cena a base di pesce con i piedi sulla sabbia e una birra
Di Roberto Scarcella
Anni fa mi sono ritrovato a cambiare muta. Non stavo più nella mia vecchia pelle e per liberarmene ho iniziato a fare su e giù per l’America Latina: temendola, amandola, perdendomi, sfidando me stesso e il manuale del viaggiatore responsabile fino a farla diventare la mia rassicurante coperta di Linus. A quel punto mi è venuta voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vederla, l’Asia. Ve la racconto qui.
Sul treno della giungla, la giungla non la vedi. Parti, vedi un paio di minareti che sembrano quadri incorniciati dal finestrino e poi viaggi immerso nel verde di alberi che chissà cosa nascondono. Non si va così veloce. Comunque abbastanza da non saperlo mai. Quando vieni sputato fuori dalla giungla che ti ha inghiottito, c’è qualche sparuta casa, i bambini – rigorosamente scalzi – che fanno il saluto d’ordinanza al treno e un tramonto violaceo.

© R. Scarcella
Io nel frattempo sono incantato dal video in cui si spiega come funziona un treno, interpretato da un simpatico vecchietto sdentato vestito come uno che diresti che il treno non lo prende. E se lo prende, non lo paga. Il personale è composto da giovanissimi le cui divise sembrano travestimenti di Carnevale sfuggiti di mano fino a includere un treno vero. La ragazza che vende gli snack ha modi deliziosi e un viso stupendo, incorniciato dal velo islamico. Il primo di tanti che vedrò. Questo treno, che attraversa quasi tutta la Malesia, arriva infatti a Kota Bharu, capoluogo del Kelantan, l’angolo del Paese in cui da quasi 40 anni governa ininterrottamente il Partito Islamico Panmalese. Ogni volta che vincono un’elezione rimettono la Sharia e ogni volta il governo centrale di Kuala Lumpur la toglie.

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Inconvenienti come opportunità
Kota Bharu è la base da cui si parte per andare alle isole Perhentian, i Caraibi della Malesia. Basterebbe un’ora o poco più di auto per raggiungere il molo di Kuala Besut, da dove partono le barche per l’arcipelago. Di ore però ce ne metto più di due: mezz’ora di ritardo del tassista (che ha passato tutti i 30 minuti a scrivermi che ne mancava solo uno) e un po’ di inatteso traffico non sarebbero comunque bastati per farmi perdere il battello. In una strada tutta dritta e con il mare da una parte, il conducente però ha pensato bene di prendere uno svincolo, fermarsi e – dopo lunga riflessione – tornare indietro. Con il mare alla nostra destra e non più a sinistra, sosteneva che ci stessimo avvicinando alla meta, quando ovviamente era il contrario. Solo dopo lunghe insistenze ha fatto inversione a U, lasciandomi a destinazione. Il battello era ormai andato. Per il successivo avrei dovuto aspettare tre ore.
Una rottura di scatole, certo. Ma viaggiando ho imparato che gli inconvenienti possono diventare opportunità. E così mi sono messo a girare per questo villaggetto che nessuno guarda davvero, perché da lì si arriva o si parte, non ci si ferma. Non c’è nulla di speciale, solo piccoli negozi che non sai se sono aperti o chiusi, avanzi di murales scrostati e una piccola collezione di gesti e tempi lenti a due passi da chi si affanna per accaparrarsi l’ultimo turista da spennare. Eppure senza quel ritardo mi sarei perso qualcosa. Da quel momento, ogni imprevisto di viaggio mi sono imposto di maledirlo casomai dopo, mai nel mentre. Ed è quasi sempre andata bene così. Se non meglio.

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Le Perhentian sono niente di più e niente di meno di quel che ti aspetti. Mare da cartolina, acqua talmente cristallina in alcuni punti che le barche paiono sospese a mezz’aria. E poi palme, frutta esotica, bungalow, docce gelate dal getto d’acqua timido, coralli e pesci che sembrano colorati uno a uno con l’evidenziatore…
Fastidi
A colpirmi, per motivi diversi, sono due coppie. Una locale: lui ha solo il costume, lei è coperta da capo a piedi, sbuca solo l’ovale del volto. Sono innamorati, si vede. Lui è premuroso, galante. E si scioglie a ogni sguardo di lei. Ma vederli entrare in acqua, mano nella mano, con le percentuali di corpo esposto esattamente invertite, proprio non mi piace.

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Un fastidio simile lo provo durante la colazione a buffet. Non pantagruelica, ma abbondante. E buonissima. Certo, è tarata sui gusti malesi, quindi abbastanza salata da sembrare un pranzo. La ragazza di una coppia italiana sbotta lamentandosi della mancanza di croissant e caffè all’altezza. Nemmeno ha provato la kaya, la gustosissima crema spalmabile fatta con latte di cocco, uova e pandano (che sembra un po’ un ananas, ma sa di tutt’altro). È in un paradiso tropicale e rimpiange ogni cosa dell’Italia.
La rivedrò altre due volte. La seconda al rientro, sulla mia stessa barca, vestita come in barca non ci si veste. Con due valigie alte, larghe e pesanti come piloni del rugby, affidate a un facchino con la postura di chi vorrebbe essere altrove, confermando la mia tesi per cui più è grosso il bagaglio, più è inadatto il viaggiatore. Mentre sbarchiamo è ancora lì che si lamenta: del cibo, della stanza, della sabbia, dell’acqua, della Malesia. Di tutto.
Non era tutto perfetto, certo. Non lo è mai. Cosa lo è? A me, però, per essere felice è bastata una cena a base di pesce con i piedi sulla sabbia e una birra sul tavolo. A sinistra il mare, davanti il telo su cui veniva proiettato Il grande Lebowski. Credo non esista un film migliore per quella situazione. Una serata perfetta, non fosse stato per qualcuno che parlava a voce troppo alta durante la proiezione. Neanche a dirlo, era lei.

© R. Scarcella
