Un sospetto di primavera: ecco la vipera

Non ruggisce, non corre, non si impone. Non svolazza. La vipera appare. A volte basta nominarla per sentire un brividino lungo la schiena…

Di Valentina Grignoli

Se una sola rondine non fa primavera, figuriamoci lei, la vipera! Ci vuole proprio un coro di apparizioni eterogenee perché ci si dica che è tempo d’uscir di casa. Rane che gracidano, api che bottinano, coccinelle a gogò, merli e cucù e, se ci allarghiamo, pure l’orso. Ma qui, sulla terra dove scalpicciamo, pare proprio che l’arrivo discreto e in totale silenzio della vipera sia uno dei segnali maggiori che la bella stagione è finalmente arrivata, il suolo si è scaldato e noi possiamo lasciare scarpe e calzette in un angolo. Stando ben attenti a dove mettiamo i piedi, che della vipera, si sa, abbiam tutti paura.

Non ruggisce, non corre, non si impone. Non svolazza. La vipera appare. A volte basta nominarla per sentire un brividino lungo la schiena. E non è tanto il suo morso a spaventarci, quanto il suo modo di stare. Un corpo che striscia, senza arti. Non si annuncia, accade e basta. Te la trovi lì insomma. E tutta questa discrezione imprevista, così lontana da ciò a cui siamo abituati, beh si è infilata nei secoli nell’immaginario umano come tra gli interstizi di una pietraia, e non ha smesso di crescere, smuovere e simboleggiare tanta roba. E come sempre, da buoni homo sapiens, abbiamo caricato l’animale di pesi che non avrebbe mai portato. Oggi dire “vipera” non è mai neutro. Nel linguaggio, metafora o similitudine, è spesso insulto o sentenza. Lingua di vipera, covo di vipere, sei una vipera! Ma andiamo indietro nella storia…


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Da un bestiario medievale, Morgan Library, New York

Simbologia nella storia

Nell’antichità il serpente oscillava tra opposti: protezione e inganno, cura e morte. Nell’antico Egitto, la vipera occupava infatti una posizione ambivalente e potente, rappresentando sia il caos distruttivo che la protezione divina e la rigenerazione. La vipera cornuta in particolare, era ben nota e persino mummificata. E pensate un po’, era persino utilizzata nella scrittura geroglifica per rappresentare il suono “f”.


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Il gigantesco serpente Apopi tenuto a bada dal dio Atum. Illustrazione al Libro delle Porte che si dipana sulle pareti della tomba di Ramses I (KV16), Valle dei Re

Dopodiché, beh, la tradizione biblica ha emesso una sentenza indiscutibile: la vipera tentatrice! Guai a voi a soccombere alle sue esortazioni, mani dietro la schiena, non raccogliete mele! È il male. Nei miti torna ad accompagnare figure ambigue, come la Medusa o le Erinni. Un animale quasi doppio e, si sa, tutto ciò che è doppio, a lungo andare, inquieta. Senza contare che a causa del suo veleno e della sua abitudine a strisciare, è stata spesso associata alla terra, all’oltretomba e alla – presunta – pericolosità femminile.


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Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre di Michelangelo Buonarroti, ca. 1510. Cappella Sistina, Città del Vaticano

Vipere tra le pagine

La letteratura ha fatto il resto. Nell’Inferno Dante Alighieri immagina la bolgia dei ladri come un groviglio di corpi e serpenti: “con serpi le man dietro avean legate”. Il serpente addirittura come castigo, una bestia che ruba la forma umana, rispecchiando (ah, la legge del contrappasso!) il peccato di chi ha rubato beni materiali in vita. Secoli dopo, William Shakespeare rincara la dose: in Giulio Cesare il serpente è un pericolo da eliminare prima che nasca, mentre in Macbeth è una minaccia mai davvero sconfitta. È anche metafora di ingratitudine, veleno morale o inganno nascosto sotto un aspetto gentile. Lo leggiamo nel Re Lear, quando il re definisce la figlia Goneril una “detestabile vipera” e dice che nel suo petto troveranno ospitalità creature mostruose. O nell’Amleto, quando il fantasma del padre dice: “Si racconta che mentre dormivo nel mio giardino un serpente mi abbia morso. Così, con la storia di un serpente, l’orecchio di tutta la Danimarca è stato crudelmente ingannato…”. Forse per il suo essere silenziosa, anche in psicoanalisi non è passata inosservata. Per Sigmund Freud richiama pulsioni profonde; per Carl Gustav Jung è un archetipo di trasformazione. Nei sogni appare come minaccia, ma anche come possibilità.

L’animale

Ma proviamo ad accantonare la simbologia, e torniamo all’animale vero e proprio, quella vita da cui tutto è partito. Iniziando dalle generalità: in Ticino abbiamo la vipera aspis, nel Sottoceneri sta la sottospecie francisciredi, nel Sopraceneri la atra. Più in quota c’è anche la vipera berus, o marasso. Si tratta di rettili tozzi, lunghi 50-80 cm, dalla testa triangolare, la pupilla verticale e un elegante disegno dorsale a zigzag. E sì, che le rende carine è quel musino leggermente all’insù.


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La vipera vive tra radure e pietraie ai margini del bosco. È discreta, ama il sole, ed evita volentieri l’essere umano. Durante l’inverno scompare, in uno stato di brumazione, per poi riemergere con i primi tepori. Tra marzo e aprile la si può scorgere immobile su una pietra o lungo un sentiero a prendere il sole: è un animale a sangue freddo, ha bisogno del caldo per attivarsi e lo fa solo se la temperatura ha raggiunto i 25-27 °C. E così è un segnale ben preciso: il terreno si è scaldato, e qualcosa, sotto la superficie, è tornato a muoversi.


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Dice il risveglio di primavera! Certo, dimentichiamo rondini e coccinelle, la sua è una primavera diversa, più discreta, quasi un po’ inquieta. Annuncia il risveglio dell’intero ecosistema, con le sue forze visibili e invisibili. E se parliamo di equilibrio ed ecosistema, il suo ruolo è essenziale: preda roditori e piccoli animali e a sua volta è predata da rapaci e mammiferi. Non domina quindi, ma partecipa come nodo fragile a una rete complessa.

Fatale è il panico

Ma è davvero pericolosa una vipera? Il suo morso è velenoso, ma raramente mortale, grazie alla medicina. Nella maggior parte dei casi provoca dolore e gonfiore e richiede cure immediate. Se si viene morsi basta rimanere calmi, immobilizzare l’arto colpito, non muoversi troppo in generale, e chiamare i soccorsi. Il vero rischio è il panico!

Eccola allora, la non-cattiveria della vipera. Mica ci insegue o ci tende una trappola. Noi le siamo più o meno indifferenti, morde per difesa. Come sempre, il resto della storia l’abbiamo creato noi. Perché quest’aspis incarna ciò che sfugge al nostro controllo: un pericolo invisibile, un tradimento improvviso. Si confonde con la terra e colpisce solo se costretta, è per questo che è sospetta. Non fa paura perché pericolosa, ma perché assomiglia forse un po’ troppo alle nostre angosce legate all’imprevisto, alle ombre, a ciò che si nasconde sotto la superficie delle cose.

Paradossalmente, più che temerla la dovremmo proteggere, perché è fragile e minacciata, e necessaria all’ecosistema. Animale protetto, se lo incontriamo abbiamo il dovere di lasciargli una via di fuga. Non porta sfortuna, anzi, la sua presenza (che comunque è in preoccupante calo) annuncia il ritorno alla vita. Semplicemente, lo fa senza tante trombe, squilli e colori sgargianti.

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