Macao. Portogallo alla cantonese

Un luogo esotico che è Cina, ma non lo è. Tutto sembra provvisorio e allo stesso tempo lì da chissà quanto. Un apparente inno di resistenza al progresso…

Di Roberto Scarcella

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.

Anni fa scelsi l’America Latina per cambiare muta. Non stavo più nella mia vecchia pelle, eppure non riuscivo a liberarmene. È lì che ho sentito il sollievo di una corazza ormai troppo stretta che andava allentandosi fino a cedere. Lo fanno i paguri, che, una volta cresciuti, escono dalla conchiglia che li opprime – la stessa che prima li proteggeva – e vanno a cercarsi una casa più comoda. L’ho fatto anch’io. Mi sono spinto sempre più in là: in Amazzonia, alle Galápagos e in altri luoghi magnifici dove mi sconsigliavano di andare. Nata come sfida, l’America Latina è diventata la mia rassicurante coperta di Linus a tal punto da farmi venire voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vederla, l’Asia. Ve la racconto qui.

Entro in un negozio: vendono il porto e le sardine, gli azulejos e le calamite di Lisbona, la maglia di Cristiano Ronaldo e i canovacci da cucina con sopra il gallo di Barcelos, animale simbolo del folklore portoghese. In portoghese sono anche i libri, le cartoline e la scritta sullo zerbino: Bem-vindo. Benvenuto. Il Portogallo, però, è lontano diecimila chilometri e il portoghese non lo parla quasi più nessuno, anche se è ovunque: non solo nelle vecchie stampe, ma sui cartelli stradali, sugli scontrini e negli adesivi nuovi di zecca sui vetri degli autobus che spiegano le regole di comportamento. Sotto, le stesse scritte compaiono anche in cantonese e in inglese. Le uniche a essere lette davvero, a tal punto da provocare la suggestione di apparire più consumate.


© R. Scarcella

Cina che non è Cina

Macao, tornata cinese il 20 dicembre 1999 dopo oltre quattro secoli di dominio portoghese, è un cortocircuito ben riassunto dai nomi di alcune delle sue vie in caratteri latini: caminho de Tan Fong, avenida do comendador Ho Yin, estrada de Lai Chi Vun. Per il resto pare di essere a Lisbona o a Rio: rua do Caetano, travessa da pipa, travessa da formiga. Nessuno però, nemmeno l’accentratrice Pechino, ha voglia né fretta di mettere ordine a questo caos bilingue. Nell’accordo di transizione tra Portogallo e Cina venivano dati cinquant’anni di tempo a Macao per adeguarsi. Siamo a metà strada e tutto lascia immaginare che rimarrà così anche oltre il 2050. Un luogo esotico che è Cina, ma non lo è (un distinguo che permette a Pechino di avere un occhio apertissimo su Macao e uno completamente chiuso), e che porta soldi e turismo, nessuno ha davvero interesse a toccarlo. D’altronde, i casinò di Macao incassano cinque volte più di quelli di Las Vegas. Basta questo a far contenti i turbocapitalcomunisti della terraferma, che sanno che con Mao ci si può riempire il cuore, ma non certo il portafoglio. Le aree dei casinò sono due, una sulla penisola, fatta perlopiù da grattacieli kitsch (il più famoso e riconoscibile, a forma di fiore di loto, si chiama – guarda caso – Lisboa), l’altra nella Cotai Strip, un’area bonificata che prima era mare e ora è un lembo di terra che fa da cerniera tra due isole ancora oggi molto diverse, Coloane e Taipa.


© R. Scarcella

Da Coloane a Taipa

Coloane ha l’aria da villaggio di pescatori caraibico, per via dei colori sgargianti, dei tetti di lamiera, dei ritmi lenti e indolenti, dei pochi abitanti in giro in canottiera che stendono i panni per strada, del malinconico lungomare e delle uniche spiagge degne di questo nome di tutta Macao. A Coloane c’è poi la Lord Stow’s Bakery, la pasticceria più famosa del Paese a preparare i pasteis de nata, i celebri dolcetti alla crema portoghesi. E quindi, paradossalmente, locali. C’è la fila fuori e c’è chi attraversa tutta Macao pur di assaggiarne uno.


© R. Scarcella

Risalendo verso Taipa si passa accanto ai cloni della Torre Eiffel (guardata a vista da un enorme Woody di Toy Story), del Big Ben e del ponte di Rialto. È l’area dei casinò a tema geografico, un non luogo spaventoso fatto di luoghi lontani che attira frotte di turisti. Risalendo ancora c’è un lago artificiale che porta a Taipa tramite delle passerelle, un centro storico con fascinose case coloniali perlopiù maltenute e ristoranti i cui nomi sono giochi di parole che rimandano alla connection Macao-Portogallo, come Macalhau e Portucau. I ristoratori locali si litigano l’origine di un piatto tipico che nemmeno dovrebbe essere considerato tale, il panino con dentro le costolette di maiale. Ma per i curiosi a tavola, Taipa è un luogo da cui si fatica ad andarsene (io ci ho mangiato un apparentemente semplice budino, tra i dolci più buoni della mia vita).

La zona nord di Taipa ricorda invece Hong Kong, con grattacieli appiccicati e un senso di costrizione che nulla ha a che fare con la lentezza e le case basse di Coloane. Da Taipa proseguo a piedi lungo il ponte di oltre due chilometri che riporta al centro di Macao. Vedo auto e bus sfrecciare a velocità sostenuta e chiedo a un poliziotto che ozia su una sedia di plastica se posso procedere a piedi, nonostante il marciapiede strettissimo. “Sì, ma fai attenzione”, mi dice con aria preoccupata. Capisco subito che non è stata una grande idea, ma insisto. Arrivato a poco più di metà strada vedo uno splendido tramonto rosso intervallato dalle auto che mi sfiorano. Un tizio che corre a piedi nudi mi schiva con un balzo, unico essere umano che incrocio che non sia dentro un mezzo di locomozione. Non sembra ci sia tanto con la testa, e forse – a guardarmi – nemmeno io, a dirla tutta. Quando il ponte finisce, mi sento un sopravvissuto, mentre lui riparte nell’altra direzione, come se non gli fosse bastato.


© R. Scarcella

Resta da vedere la cartolina-simbolo di Macao: la cattedrale di San Paolo. O meglio, quel che ne resta. C’è una lunga scalinata che, da lontano, vi promette una chiesa. Arrivati in cima, però, c’è solo la facciata, che potete oltrepassare, come fosse un castello di cartone sul palco di una recita di bambini. Sembra un effetto ottico, come se si fosse capitati nel bel mezzo di un trucco di David Copperfield, il mago che ti faceva sparire da sotto gli occhi la Statua della Libertà.


© R. Scarcella

Provvisorietà eterna

Anche i vicoli di Macao sembrano luoghi sghembi, cadenti, oscuri, a cui sono stati sottratti dei pezzi che nessuno si è mai preso la briga di sistemare o sostituire. Tutto sembra provvisorio e allo stesso tempo lì da chissà quanto. Un apparente inno di resistenza al progresso e al futuro smentito dai casinò, dai negozi delle multinazionali e dal secondo, avveniristico ponte che attraverso, questa volta su un comodo bus che mi porta verso l’aeroporto di Hong Kong: lungo 55 chilometri e inaugurato nel 2018 è il più grande ponte marittimo del mondo. Quando arrivo al controllo, mi frugo nelle tasche ed estraggo un po’ di banconote di Macao avanzate. Un inserviente le guarda e mi fa: “Lo sai che fuori di qua non valgono niente?”. Lo sospettavo da quando ne avevo letto il nome: patacas. Patacche.


© R. Scarcella

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