Dilemmi sullʼartista ai tempi della pandemia

Forse non ci salverà la vita e nemmeno l’anima, ma senza un pizzico dʼarte che colori avrebbero i nostri sogni?

Di Giancarlo Fornasier

Pubblichiamo l’editoriale apparso in Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

La scorsa settimana tiravamo in ballo Rigoni Stern e la natura, questa settimana tocca a William Burroughs. Ma è per una buona causa. Nella raccolta di saggi La scrittura creativa (apparsa in italiano nei primi anni Ottanta), il genio statunitense chiariva la sua visione dell’arte: “Ciò che chiamiamo ‘arte’ – pittura, scultura, scrittura, danza, musica – ha origini magiche. Vale a dire, era in origine usata per scopi magici, per produrre effetti molto precisi. Nel mondo della magia niente accade a meno che qualcuno voglia che accada, usi la volontà per farlo accadere (…). L’artista sta cercando di fare accadere qualcosa nella mente dello spettatore o del lettore. Ai tempi dei quadri delle mucche-in mezzo-all’erba, la risposta a ‘qual è lo scopo dei quadri?’ era molto semplice: fare sì che ciò che è raffigurato accada nella mente dello spettatore; fargli annusare le mucche e l’erba, fargli sentire il villan che fischia. L’influenza dell’arte non è meno potente per il fatto di essere indiretta. Possiamo lasciare disordini, incendi e disastri ai giornalisti. L’influenza dell’arte ha un effetto culturale a lunga portata”.
Burroughs prosegue citando la Beat Generation (di cui fece parte) e la rivoluzione culturale che il movimento seminò. Un ottimo assist per ricordare anche a noi che, senza le visioni “diverse” – e pure un po’ magiche, su dai – di chi produce e promuove la creatività, le società sarebbero forse molto simili a distese di capanne e uomini con la clava. Ecco perché promuovere e difendere tutte le arti (con o senza pandemie) è un segno di lungimiranza.


William S. Burroughs in compagnia di David Bowie (1974)

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