Vite forzate. Le parole di chi ci è passato

Ci finisci dentro perché, salvo errori, qualcosa hai combinato. E in un attimo ti ritrovi in un ‘altro mondo’

Di Red.Ticino7

Pubblichiamo l’editoriale apparso su Ticino7, allegato a laRegione

“Quella della convivenza in carcere è una delle esperienze che, psicologicamente ed emotivamente, ci mette più alla prova sotto tutti i punti di vista. Quando si entra in carcere, si vorrebbe almeno trovar posto vicino all’amico, al conoscente, al connazionale, o anche a chi è dentro per lo stesso motivo, sarebbe un modo per condividere assieme le stesse abitudini, idee, parlare la stessa lingua, sentirsi un po’ meno soli. La persona che entra in carcere viene invece semplicemente parcheggiata dove c’è un letto. Con il passare dei mesi però fai nuove amicizie, cresci dentro e impari a muoverti in questo mondo fatto di imposizioni e divieti, socializzi con chi hai accanto e non pensi più all’amico o al connazionale, anzi a sentire le nostre compagne straniere si sta meglio così, mescolate tra italiane e straniere, vivendo in stanze diverse non c’è pericolo che si formino gruppi o clan, che portano nella maggior parte dei casi a lotte e contrasti tra persone della stessa etnia. Ma la cosa che pesa di più, soprattutto in celloni come alla Giudecca, è il fatto che qui stanno, mescolate insieme, le imputate e le donne già condannate, anche a pene molto lunghe, e poi pesa soprattutto la differenza di anni da scontare: per quelle che ne hanno tanti non è infatti molto piacevole vedere le altre entrare e uscire, c’è un ricambio continuo e questo ti pesa addosso come un macigno, per questioni di sovraffollamento devi convivere con chi ha pene corte e a volte obbliga le compagne che sono lì da tanto a sorbirsi continue richieste, lamentele e autocommiserazioni”.

Da ‘Scritti di Patrizia’ in Storie e testimonianze dal carcere, Carcere della Giudecca (Venezia), luglio 2001.

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