Il linguaggio della natura nel calendario giapponese
Segna, per esempio, il mutare delle nuvole e dei venti o il variare del suono della pioggia. Una mappa poetica per cogliere il linguaggio della natura, malgrado il cambiamento climatico
Di Alba Minadeo
Nel Paese del Sol Levante l’anno non è suddiviso in mesi, ma in attimi. Il calendario segna, ad esempio, il mutare delle nuvole e dei venti o il variare del suono della pioggia. Una mappa poetica per cogliere il linguaggio della natura, malgrado il cambiamento climatico.
Ci sono luoghi, come l’isola di Gotland, in cui si dice che per sapere come sarà il meteo bisogna aspettare dieci minuti, perché il tempo varia in continuazione e, con il climate change, ormai sembra essere così ovunque. Il 4 settembre scorso, il New Yorker ha pubblicato una vignetta molto indicativa. Una donna dice al marito, che sta per andare a fare jogging: «Non dimenticare occhiali da sole, giacca, ombrello, ventaglio e galosce: più tardi ci saranno sole, fresco, pioggia, caldo e allagamenti». Uno degli argomenti di conversazione più comuni in Inghilterra è il clima, la cosiddetta small talk, chiacchiera breve con persone che non si conoscono bene, poiché il tempo ha un impatto molto forte sull’umore degli inglesi. Hanno anche un modo di dire per quando c’è il sole: Make the most of it (approfittane). Ma poi non tollerano il caldo eccessivo e l’umidità.
Che strano, tutti parlano del tempo
ma nessuno fa niente per cambiarlo. [Mark Twain]
Il calendario lunisolare giapponese

© Wikipedia
Tenmon Bunya no Zu, creato nel 1677 dall’astronomo Shibukawa Shunkai. Si tratta della prima mappa stellare stampata ad essere stata adattata specificamente per il Giappone
In Giappone i “climi” cambiano ogni cinque giorni, almeno sul calendario. Gli equinozi del 21 marzo e 21 settembre e i solstizi del 21 giugno e 21 dicembre corrispondono a circa metà di una stagione, le cui date di inizio sono diverse ogni anno. Il principio di ogni mese arriva con il novilunio, così che Capodanno non cade sempre nello stesso giorno. Le 4 stagioni sono composte ognuna da 6 periodi o termini solari di circa 15 giorni; sono suddivise in 24 periodi solari, ciascuno composto da 3 microstagioni di circa 5 giorni.
Il sistema delle 72 microstagioni nacque nell’antica Cina, per guidare le attività agricole e osservare i cambiamenti naturali, e venne adottato in Giappone fin dal VI secolo. Nel 1685, l’astronomo Shibukawa Shunkai riformò il calendario lunisolare, inserendo riferimenti poetici e naturalistici: un anno suddiviso non in mesi, ma in istanti. La prima delle 72 stagioni è la fioritura dei ciliegi, ed è già poesia.

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Shibukawa Shunkai, il famoso astronomo del periodo Edo in Giappone
Ci sono i giorni in cui le cicale cantano la sera, quelli in cui la neve diventa pioggia, nei quali fioriscono le camelie, in cui gli insetti escono dal loro nido sotterraneo. È esteticamente più bello dire «sono nata nei giorni in cui gli alberi di Paulownia formano i boccioli», perché è la vita e non un’astrazione.
In primavera i ciliegi,
In estate il cuculo,
In autunno la luna,
In inverno la gelida neve:
Che splendore!
[Eihei Dōgen]
L’almanacco dei giorni
Nonostante questo calendario si riferisca al paesaggio giapponese, può essere adottato dappertutto. Che si viva in città o in campagna, le 72 stagioni insegnano a cogliere il cambiare delle forme delle nuvole, il volo di un uccello migratore, il profumo della pioggia sulla terra. È adattabile ai momenti di trasformazione della natura anche alle nostre latitudini, cambiamento climatico permettendo, visto che ormai può capitare di vedere una cavalletta (o saltamartino) ancora verde, aggrappata strenuamente a uno stecco nel mese di dicembre.

© Metropolitan Museum
Stampa xilografica giapponese intitolata ‘Primavera nelle risaie’, realizzata dall’artista Katsushika Hokusai intorno al 1795–1800
Per noi occidentali, gli istanti dell’anno di cui gioire, segnati sui vari almanacchi del giorno, sono incisi soprattutto nella nostra memoria, legati spesso a proverbi o riti, come ad esempio: la canzoncina “Cucù, cucù, l’aprile non c’è più, è ritornato maggio al canto del cucù”, la prima volta in cui si sente il cuculo. Il falò, la raccolta dell’iperico o delle noci per fare il nocino e la distillazione dei fiori a San Giovanni. La “barca di San Pietro”, che si forma nella notte tra il 28 e il 29 giugno, se si lascia fuori un’ampolla d’acqua con l’albume d’uovo. La filastrocca che si recita quando spuntano i crochi a settembre: “Colchiques dans les prés fleurissent fleurissent, colchiques dans les prés c’est la fin de l’été”. I mesi vengono scanditi da fiori e profumi: il caprifoglio disegna giugno; a luglio, il fiore vermiglio del melograno già annuncia l’autunno; l’olea fragrans dice che è settembre; il profumo di nespolo giapponese si insinua dolce a novembre e il melodioso calicanto, a dicembre.

Se si sfoglia il libro di Roberta Santagostino Le 72 stagioni del Giappone (Mimesis, 2025), ricco di riproduzioni d’arte giapponesi, si scopre che siamo entrati nella 46esima microstagione, che va dal 23 al 27 settembre, i giorni del “tuono che cessa”, “il momento in cui il rombo che accompagna i temporali estivi si allontana, lasciando il posto alle ventose giornate autunnali”. Un haiku (micropoesia giapponese, che fotografa l’attimo con un’immagine) sintetizza questo istante:
Il vento
rinfresca una manica –
pioggia d’autunno
[Kobayashi Issa]
Il dizionario delle parole della pioggia
Una leggenda metropolitana di Tokyo racconta che quando piove, davanti alla stazione, c’è una “donna-ombrello” in attesa, che accoglie gli sconosciuti sotto il suo parapioggia, li accompagna dove devono andare e poi scompare. Da ciò trae ispirazione il romanzo di Laura Imai Messina Le parole della pioggia (Einaudi, 2025), in cui giovani “studentesse universitarie, casalinghe, disoccupate annoiate, ricche vedove, donne senza alternative, persone con un futuro strabiliante” fanno questo come lavoro, ma anche in funzione di rito, “un gesto prezioso di ascolto e di cura: sotto quel cerchio che ripara dall’acqua, il mondo si ferma”. La protagonista del libro porta sempre con sé una copia del dizionario delle parole della pioggia: “La pioggia dell’inquietudine, fatta di grani minuti e senza fine, la pioggia profumata, quella che stacca i fiori di ciliegio dai rami, la pioggia sottile come il pelo di un gatto, la pioggia gelida d’inverno, e quella che passa velocemente, e quella che cade sui fiumi, e centinaia ancora”.

La stessa narratrice, italiana trasferitasi a Tokyo, ha scritto anche Wa, la via giapponese all’armonia. 72 parole per capire che la felicità più vera è quella condivisa (Tea, 2023). Wa significa appunto armonia ed evoca tutto ciò che è mite, sereno e moderato, ma anche tutto quello che è giapponese. Un viaggio attraverso 72 parole, 72 come le stagioni giapponesi, che ogni cinque giorni danno la possibilità di rinnovarsi e racchiudono fascino ed essenza del Giappone.
